Diacinto Cestoni indietro stampa ricerca

Marchigiano di nascita, ma livornese di adozione, era nato a Montegiorgio, in provincia di Ascoli Piceno, il 13 maggio 1637. Nel corso dello stesso anno erano nati anche Magalotti e Swammerdam. In omaggio alla lingua toscana, preferiva farsi chiamare Diacinto. A Livorno trascorse quasi tutta la vita, gestendo una farmacia in Via Greca, dopo che in gioventù aveva fatto qualche sporadico soggiorno a Roma e a Marsiglia.
Cestoni era un semplice autodidatta che, come avrebbe confessato ad Antonio Vallisneri molti anni dopo, era "venuto su alla spezialesca, senza studio, senza maestro". Al pari del grande microscopista olandese Anthony van Leeuwenhoek, con il quale aveva molti tratti in comune sia sul piano umano che scientifico, Cestoni visse come un semplice outsider ai margini della scienza del tempo. Eppure, ha lasciato una traccia profonda nella storia della medicina e della biologia del Seicento, se non fosse altro per l'eccezionale exploit che gli consentì, in collaborazione con Cosimo Bonomo, di dimostrare l'eziologia acarica della scabbia.
Fino agli ultimi anni Cestoni si dedicò con continuità e passione alla ricerca scientifica, senza fornire una sistemazione organica alle proprie idee e senza preoccuparsi nemmeno di darne conto con pubblicazioni a stampa. Gli unici scritti che uscirono con il suo nome riguardavano ricerche molto specialistiche, e comparvero tutti all'interno delle opere di Vallisneri, per iniziativa di quest'ultimo. Ma dal carteggio con il naturalista reggiano, che fu per molti anni, dopo la morte di Redi, il punto di riferimento dello speziale livornese emerge con forza la figura di un biologo di prima grandezza e grande originalità, degno di figurare come uno dei protagonisti nella storia delle scienze della vita del XVII secolo. Morì a Livorno il 29 gennaio 1718, alla venerabile età di ottant'anni.
Redi e Cestoni si conobbero di persona nel corso del soggiorno livornese di Redi del 1680, e da allora in poi cominciarono a scriversi ogni settimana e a vedersi tutti gli anni di primavera, quando la Corte granducale trascorreva almeno una ventina di giorni nella città labronica. Tra i due naturalisti ebbe in questo modo inizio un rapporto di collaborazione, di intimità e perfino di complicità umana ed intellettuale che ha pochi riscontri nell'intera storia della scienza. Redi aveva grande stima di Cestoni e quando qualcuno lo rammentava era solito dire: "Egli è un speziale; ma ne sa di più di 40 medici".
Fedele all'insegnamento di Redi e dell'Accademia del Cimento, Cestoni raccomandava a Vallisneri di seguire l' "avvertimento rediano" di non fidarsi "della prima esperienza, né della 2a, né 3a, né 4a ma assicurarsi bene sino alla 12a esperienza", perché anche "undici e mezza" non erano sufficienti. Su questo punto della ripetizione esaustiva delle esperienze, fino a raggiungere un grado di certezza al di là di ogni ragionevole dubbio, l'insistenza di Redi aveva qualcosa di maniacale. "Ho avuto la fortuna d'aver l'amicizia del Redi - scriveva -, quale era un uomo integerrimo, veridico e scrupoloso. Io gli ho dato nome di bocca della Verità. Un grande esperimentatore; e diceva sempre, che non bisogna fidarsi della prima esperienza, né della 2a, né 3a, né 4a ma assicurarsi bene sino alla 12a esperienza, se possibile fusse di poterle fare". Il traguardo della dodicesima ripetizione di una stessa esperienza era per Redi la garanzia della certezza assoluta raggiungibile nella scienza. Ricordava ancora Cestoni: "Redi
diceva che l'esperienze vogliono esser fatte 12 volte, e che undici e mezza non bastano". Questo precetto Cestoni non solo lo aveva sempre messo in pratica, ma lo raccomandava calorosamente anche a Vallisneri, dicendogli di fare le esperienze "alla Rediana per 12 volte, e che siano uniformi". Il numero dodici aveva un significato quasi sacrale. "Le vere osservazioni" - precisava - erano proprio quelle che erano state ripetute "dodici volte".
Quel "grand'uomo" di Redi era inoltre solito ripetere - e Cestoni ne riportava le parole con venerato rispetto - che non bisognava "fidarsi di quelle cose scritte da altri ma tornare a rivederle da sé, e toccar con mano". Per quanto lo riguardava, poi, lo speziale livornese affermava perentorio: "Io son come San Tommaso, voglio vedere e toccar con mani". E ancora, riecheggiando una classica metafora rediana: "Io son di quelli, che duro fatica a creder se non vedo e tocco con mano". Proprio per questo egli non riusciva a comprendere i sostenitori della generazione spontanea, che gli sembravano la perfetta incarnazione dei galileiani "filosofi di carta". Scriveva: "Cotesti s'attaccano a quelle cose ambigue, et aeree che non si possono né vedere, né toccar con le mani; per poterle discorrere con gravità, e dare ad intendere lucciole per lanterne. Il mio cervello non può infiascare le belle diciture, ma vuol vedere, giacché vi sono li occhialoni, e li microscopi perfettissimi".
Nell'ottica epistemologica di Cestoni, la scienza non poteva essere soggetta a controversie perché l'esperienza diretta era un tribunale inflessibile, mentre la medicina e la religione si configuravano come il terreno d'elezione delle discussioni senza fine, nelle quali ciascuno poteva difedere a piacimento le proprie idee. "Questa è politica Rediana, che sempre diceva; che in 3 casi particolari non bisogna controvertere; cioè nell'astrologia, nella religione e nella medicina. E però lui non ebbe mai gara con alcuno, né mai si piccò, solo si vede che a P. Chircher e Buonanni disse qualcosa, ma se ne pentì, e me lo disse".
Seguendo nuovamente l'esempio rediano ed adattandosi al clima di conformismo imposto anche in Toscana dopo il processo a Galileo, Cestoni si preoccupava di precisare che questo imperativo sperimentalista lui lo applicava solo nelle "cose naturali", mentre nelle "cose della nostra santa fede" accettava senz'altro l'autorità della Chiesa. In questi casi, diceva, "serro gli occhi, e credo, e non cerco più avanti". Sul rapporto verità-opinione aggiungeva: "Opinioni sono quelle cose, che non si possono vedere, e toccare con mano ma questa, che si vede e si tocca con mano, è verità".
Di fronte ai principi del metodo, che imponevano allo scienziato il controllo diretto e personale di tutte le condizioni sperimentali, Cestoni era inflessibile. Prima di tutto con se stesso, ma poi anche con il proprio maestro Redi, che a volte mostrava anche lui qualche segno di rilassatezza epistemologica. Cestoni non riusciva per esempio a darsi pace del fatto che nelle Osservazioni sui pellicelli , pubblicate sotto il nome del solo Bonomo, gli fosse scappata una confusione tra lo scarafaggio pillulare e lo scarafaggio stercorario di cui non si era accorto nemmeno Redi, ma che non era sfuggita a Malpighi. Ebbene, Cestoni ricordava di aver fatto spesso presente la cosa a Redi, ma lui gli aveva risposto con queste "precise parole": "Sciocco, che sei chi sarà quello, che voglia andare a rivedere coteste cose? Io tacqui - commentava rassegnato -. Ma sempre ho quell'osso in gola, e non so come fare a rimediare".
Cestoni definiva il proprio stile di indagine come "filosofia esperimentale", "filosofia naturale, et esperimentale", "vera filosofia visibile, e palpabile", "vera filosofia oculare, e tangente", e si rammaricava con calore che questo tipo di indagine avesse così pochi cultori, dato che non era certo "mestiere da guadagno". Seguendo questa strategia di chiara impronta galileiana e rediana, il naturalista livornese era riuscito a confermare, in nuovi ambiti della zoologia e della botanica, come per esempio negli studi sull'alga marina e la pulce, il principio della generazione parentale.
Di fronte ad uno scienziato con questo carattere anche l'amicizia doveva cedere il passo alla verità. E difatti Cestoni non aveva esitato in parecchie occasioni a criticare Redi, che a suo avviso era stato, soprattutto nelle sue indagini sugli insetti delle galle, troppo un naturalista "da tavolino": "Il Redi ha fatto le sue sperienze a tavolino, come fa in oggi il Levenocchio con li suoi grandi, grandissimi microscopi. Il Malpighi, et il Valisnieri hanno lavorato in campagna, e non a tavolini".
Non era stato certo un compito facile quello che si era assunto Cestoni; quello cioé di riuscire a far ammettere a Redi che aveva fatto un clamoroso errore quando aveva attribuito all'anima delle piante la capacità di generare un animale, perché la teoria appariva avvalorata "con buoni e capaci ragioni, et esperienze tangenti". Ma lo speziale livornese non si era perso d'animo ed aveva difeso a spada tratta le ragioni insesorabili della "filosofia sperimentale". In primo luogo dimostrò che i vermi delle nocciole non solo si trasformavano anch'essi in insetti, ma penetravano dall'esterno dentro i frutti. Poi scoprì, indipendentemente da Malpighi, che gli insetti delle galle nascevano da uova deposte da individui della stessa specie, al pari di tutti gli altri esseri viventi. Infine, con grande acume epistemologico, individuò la genesi stessa dell'errore di Redi, le cui radici profonde si annidavano nella dimensione cortigiana della sua ricerca.
A differenza di Redi e Vallisneri, Cestoni non era un anatomista ma un vero, moderno biologo. "Io mi son sempre trastullato negli animali viventi - scriveva in una lettera a quest'ultimo - per rintracciare le loro origini e poco ho curato le curiosità morte". Come biologo marino, aveva ad esempio studiato gli spermatofori dei Cefalopodi e le teredini del fasciame delle navi, intuendo la natura animale delle spugne e dei coralli. In campo botanico aveva studiato molte forme di parassiti delle piante, giungendo anche a descrivere il fenomeno della partenogenesi degli afidi.
Oltre che naturalista e biologo, Cestoni fu anche un grande microscopista. Usava il microscopio semplice ad una sola lente, con relativo potere di risoluzione, ma con il quale riusciva a vedere le anguillule dell'aceto, gli infusori e gli acari. Nella lettera a Vallisneri del 31 luglio 1699 scriveva: "Circa li microscopi da osservare li liquidi io non ne ho auto mai cognizione, e non so cosa siano li cannellini; ho bene un microscopio d'una sola lentina di questa grandezza o con la quale si vede benissimo l'anguille dell'aceto, e quei vermetti dell'acqua in un sol gocciolino, che si pone con un capocchino di spillo sopra un talco, e si vede contro il lume, o contro il sole collocato in un istrumento fatto a soffietto quali sono d'ottone, o di osso di tartaruga, o d'avorio. Questo mio ebbi a Roma, e mi costò 12 scudi romani. Il pellicello vi si vede grande quanto una grande ugna del dito pollice".
Sfruttando la sua perizia di microscopista, Cestoni aveva fatto studi pionieristici sugli infusori. Era poi passato ad occuparsi di problemi di fisiologia umana, che erano oggetto nella seconda metà del Seicento di accanite discussioni scientifiche e filosofiche. Aveva infatti sostenuto tra i primi in Italia, contraddicendo ancora una volta Redi e precedendo di qualche decennio Vallisneri, che i cosiddetti "animalculi spermatici" scoperti da Leeuwenhoek non solo esistevano davvero nello sperma, ma forse svolgevano - insieme o al posto delle uova - una funzione nel processo riproduttivo. E, soprattutto, lo speziale livornese aveva messo a punto precise procedure sperimentali piuttosto che immaginare sistemi. Scriveva nella lettera a Vallisneri del 3 luglio 1699: "Sa ella che io non ho alcuna difficoltà in quello, che [Leeuwenhoeck] dice delli vermi viventi nella sperma masculino. Poiché le nostre esperienze dimostran, che o siano le ove, o siano li semi, (che torna alla medesima) è necessario che siano vivi, a
voler, che naschino; poiché se un uovo, o un seme sia scottato, o abbia auto qualche patimento non nasce più, ma marcisce. Sicché io vado d'accordo, che nello sperma vi siano de' viventi, a voler, che cresca, e faccia la sua vegetazione. In conclusione stimo costui un grande osservatore e quello, che più stimo, è, che mette le figure. Tornando a replicare, che una cosa morta non può ritornar viva, ma solo può servire per alimentare cose vive, sicché credo, che in tutti li vasi spermatici vi siano viventi, quali si seminano in quella parte, che la natura insegna a tutti li viventi. Ma non bisogna dirlo, perché Aristotele non insegnò tal dottrina, et in questi nostri paesi non si può scherzare".
Dopo la morte di Redi, Cestoni si sentì in tutti i sensi orfano, senza un maestro ed un referente scientifico con il quale collaborare e corrispondere. Decise allora di rivolgersi a Vallisneri, che molti in Italia avevano ormai individuato come il vero erede della tradizione rediana. Dopo la prima lettera del 14 giugno 1697, furono quasi seicento le lettere che, nell'arco di più di vent'anni, Cestoni scrisse a Vallisneri. L'ultima portava la data del 14 gennaio 1718, e precedeva di soli quindici giorni la morte del naturalista livornese.
La lettura del carteggio, purtroppo mutilo delle risposte di Vallisneri, consente di addentrarsi in uno spaccato vivacissimo della storia della scienza del Seicento. Vi si incontrano descrizioni di esperienze ed osservazioni le più disparate, tra le quali sono particolarmente notevoli le note sui camaleonti che Cestoni allevava e faceva riprodurre in cattività. Accanto a norme farmaceutiche e precetti igenici, non mancano nemmeno schietti giudizi sulle cose e gli uomini del tempo (primo tra tutti lo stesso Redi), discussioni di teorie filosofiche e religiose, notizie di fatti politici e sociali, spunti di cronaca locale.
Nelle sue lettere Cestoni manifestava una grande autonomia e libertà di giudizio. Lo stesso credo metodologico che lo portava nell'ambito della scienza a non servirsi "d'autori, ma della ragione naturale", egli lo trasferiva anche nelle questioni spirituali. Pur ribadendo continuamente di essere buon cristiano, Cestoni era forse anche sotto questo aspetto un perfetto seguace di Redi e del suo disincantato razionalismo critico. Il 21 ottobre 1711 scriveva a Vallisneri: "De libbri, che trattano di religione poco mi curo, e non vi ho alcun diletto, poiché so benissimo, che son tutte pazzie, e so quanto pesano. Io li chiama pazzacci e mattacci a tutti quelli che s'intrigono nella discordanza della religione. In questo particolare voglio essere sino alla morte buon cattolico romano nel modo, che sono stato allevato dai miei genitori, e mi rido di tutti, e tutte quelle, che controvertono alla Chiesa cattolica romana".
Viste queste idee, non può certo stupire il fatto che sul conto di Cestoni fossero circolate, quando era ancora in vita, voci di atteggiamenti libertini e di incredulità. Le stesse insinuazioni erano state avanzate anche a proposito di Redi: ma, stante la sua enorme influenza a Corte, solo dopo la morte.



Disegno originale di Cestoni