Giovanni Alfonso Borelli indietro stampa ricerca

Nacque a Napoli il 28 gennaio 1608, lo stesso anno di Evangelista Torricelli, da una popolana di nome Laura Borrello e da un soldato della guarnigione spagnola. A Roma frequentò le lezioni di Benedetto Castelli, ricevendone una forte impronta galileiana, orientata alle indagini fisico-matematiche, in particolare all'astronomia e alla meccanica. A Roma conobbe personaggi come il coetaneo Torricelli, Famiano Michelini e Michelangelo Ricci, con i quali rimase in contatto negli anni seguenti. Su raccomandazione di Castelli, nel 1639 venne assunto dall'Università di Messina come docente di matematica. In Sicilia seppe conquistarsi una salda posizione, anche grazie alla protezione accordatagli dalla nobiltà cittadina progressista raccolta nell'Accademia della Fucina. Negli anni 1641-1642 fece un viaggio nei principali centri culturali e politici della penisola, respirando a Firenze l'atmosfera galileiana anche senza riuscire, con ogni probabilità, ad incontrare personalmente Galileo, morto nel gennaio 1642.
Dal 1646 al 1648 la Sicilia fu investita da un'epidemia di febbri tifoidee che provocarono un'elevata mortalità. Fra gli esperti venne consultato anche Borelli, il quale fornì un'accurata disamina del fenomeno nel Delle cagioni de le febbri maligne della Sicilia negli anni 1647 e 1648, stampata a Cosenza nel 1649. L'opera rivelava subito la scelta a favore della filosofia meccanicista ed atomista dell'autore. Nella spiegazione dell'eziologia della malattia veniva infatti rifiutata la vecchia teoria dei miasmi, o del contagio vivo, che attribuiva le febbri epidemiche alla corruzione dell'aria, e si suggeriva l'idea che si trattasse di cause fisiche, da identificare nell'esalazione di "semi" patogeni di natura inorganica diffusi dai venti. Non dunque microrganismi vitali, come era stato proposto fin dall'antichità da Varrone e sarebbe stato riproposto, di lì a qualche anno, da Athanasius Kircher, ma irritanti fisico-chimici che penetravano nel sangue provocando squilibri fisico-meccanici nell'organismo.
Negli anni seguenti Borelli si dedicò alla stesura di un compendio dei quattro libri superstiti dei Conici di Apollonio ed iniziò la sua revisione degli Elementi di Euclide. Nel febbraio 1656 si trasferì in Toscana, assumendo la cattedra di matematica all'Università di Pisa. Al pari di Redi, anche il matematico napoletano fu un grande beneficiario del mecenatismo del Granduca Ferdinando II, che gli mise a disposizione "una grande quantità di animali affinché potesse studiare il moto dei muscoli". In questa ricerca venne validamente coadiuvato dagli anatomisti inglesi Finch e Baines, dai colleghi Malpighi e Fracassati, e soprattutto dal giovanissimo allievo Lorenzo Bellini, che ne riportava la notizia nella propria Exercitatio anatomica de structura et usu renum. Nello stesso testo Bellini, riferendo la teoria borelliana della diuresi, rendeva noto anche che ormai "il trattato sul movimento dei muscoli" era pressoché terminato e presto sarebbe stato a disposizione dei lettori. In realtà il De motu animalium sa
rebbe uscito solo dopo la morte dell'autore, nel corso degli anni 1680-1681.
Borelli collaborò anche con Redi in alcune anatomie realizzate a Pisa nel corso del 1663. La notizia si trova nel Ms. Redi 32, alla data del 7 giugno: "La mattina a ore 14 si tagliò anatomicamente dal Sr. Tilmanno Truittuino il cane morto per la ferita della freccia avvelenata del Bantan, alla presenza del Sr. Cav. Gio. Finchio inglese, del Sr. Dottor Fava inglese e del Sr. Dottor Borelli e di me Francesco Redi". L'evento venne ricordato anche nelle rediane Osservazioni intorno alle vipere , dove l'anatomista fiammingo Tilmann Trutwyn era qualificato come "diligentissimo e bravissimo notomista", e nell'elenco dei presenti compariva anche "l'ingegnosissimo Antonio Uliva", cioé il naturalista calabrese Oliva.
Negli anni pisani Borelli continuò ad occuparsi anche di matematica. Chiese al Granduca ed ottenne di curare la traduzione dei Conici di Apollonio, entrando in conflitto con il caposcuola della tradizione galileiana Vincenzo Viviani, il quale stava lavorando da anni ad una ricostruzione congetturale dei libri smarriti dei Conici. L'Accademia del Cimento, di cui erano stati entrambi tra i fondatori e alle cui riunioni partecipavano attivamente, divenne il luogo deputato di un conflitto tra galileiani.
Borelli si cimentò con grandi risultati anche in campo astronomico. Fin dal suo arrivo in Toscana aveva intrapreso una serie di osservazioni, rivelandosi non solo un convinto seguace di Copernico e di Galileo, ma accettando anche le leggi di Keplero. Dopo aver studiato il pianeta Venere, la comparsa nel 1664 di una cometa gli fornì l'opportunità di elaborare una delle sue teorie più significative. Stabilì infatti che il moto nel firmamento della cometa non era rettilineo ma descriveva una curva. Successivamente dette alle stampe un importante testo astronomico, intitolato Theoricae Mediceorum planetarum ex causis physicis deductae, che, partendo dalla spiegazione delle orbite dei satelliti di Giove, rappresentava il manifesto dell'astronomia copernicana prima dell'intervento di Newton.
Borelli lasciò Pisa nel marzo 1667 per ritornare a Messina. Nello stesso anno fece uscire il De vi percussionis, che raccoglieva le ricerche svolte nell'Accademia del Cimento sulla caduta dei gravi. Nel 1669 si verificò una imponente eruzione dell'Etna, e la Royal Society di Londra chiese a Borelli di fornire un resoconto dell'evento. Venne così pubblicata la Historia et meteorologia incendii Aetnei, che molti storici considerano la prima opera moderna di vulcanologia.
Nel 1674, dopo il fallimento della rivolta anti-spagnola, Borelli venne esiliato e si rifugiò in Calabria. Qui portò a termine la stesura del suo capolavoro, il De motu animalium. Partendo dal presupposto che la vita era una serie coordinata di fenomeni motori, esprimibili in formule matematiche, il libro seguiva il filo rosso di una classificazione dei vari tipi di movimento prendendo in esame, nella prima parte, i moti esterni, quelli dell'animale considerato come un tutto rispetto all'ambiente (cammino, salto, volo, nuoto), e nella seconda i moti interni all'organismo, cioè i processi fisiologici della digestione, respirazione, generazione.
Arrivato a Roma, Borelli partecipò ai lavori della cosiddetta Accademia fisico-matematica che si riuniva in casa del Cardinale Ciampini. Negli ultimi due anni di vita visse presso le Scuole Pie di S. Pantaleone come lettore di matematica, protetto e beneficiato dalla regina Cristina di Svezia, che curò la pubblicazione postuma del De motu. La dedica del trattato portava la data del 1° dicembre 1679. Morì tra la fine di quell'anno ed i primi giorni del 1680, da perfetto cristano, come si ricava dalle notizie premesse all'opera dal direttore delle Scuole Pie Carlo Giovanni Alfonso.
Tra Borelli e Redi non ci fu mai molta simpatia, perché erano troppo distanti e diverse le rispettive impostazioni culturali e politiche, le concezioni del mondo, gli interessi e le strategie epistemologiche. Solo nel caso della spiegazione della generazione degli insetti delle galle, a quanto pare, i due scienziati si trovarono d'accordo nel sostenere la soluzione della virtù zoogenetica delle piante.
Quando, nel 1666, Borelli pubblicò le Theoricae Mediceorum planetarum, Redi si divertì a prendere in giro il collega, facendo sfoggio del dialetto napoletano per sbeffeggiare i suoi studi matematici. Così scriveva il 18 marzo 1666 ad Alessandro Segni: "Qui si stampa la Teoria de' Pianeti Medicei, ed al più lungo fra otto giorni si darà fuora finita di stampare. E' opera del Borelli e per quanto dicono, buona assai, la quale per quanto mi vien detto da un Altissimo Signore ha voluto fapprecare no carruccio, o na rullante, come se sole dicere. E dopo averne veduti molti e molti, tirate infinite linee sulla lavagna, preso l'astrolabio, messa in opra la squadra, allargate le seste, fatti infiniti calculi, alla fine anne fabbricato uno per arrivare al quale in prima si sale per una vaga scalinata a chiocciola, al fine della quale si entra in un bizzarro ricetto nel quale imboccano alcuni andirivieni che con dedali e avvolgimenti conducono il passeggiere a quel luogo in cui posar dee le chiappe. É stata da questo e
vento fatta riflessione come possiamo sapere ciò che è sopra l'aria, se non sappiamo fare un carruccio di cui tante idee si son vedute. Zitto".
Redi non fu certo tra coloro che rimpiansero la partenza di Borelli dalla Toscana, avvenuta lo stesso anno della partenza di un altro suo ex-amico, diventato poi fiero avversario, Antonio Oliva. Non a caso, in una lettera a Bellini ricordava che Borelli si era pentito di essersi "con tanto dispiacere del Granduca Ferdinando licenziato da Pisa", tant'è vero che aveva in seguito "istuzzic[ato] i suoi ferruzzi per tornarvi". Poi aggiungeva sornione, da persona ben informata delle segrete faccende della Corte: "Oh, mi dirà V. S. io non ne so niente: lo so io, e lo so di certo, se non lo sa V. Sig.".
Nelle Osservazioni intorno agli animali viventi che si trovano negli animali viventi , uscite a stampa nel 1684, Redi non perdeva l'occasione di criticare due affermazioni anatomiche del De motu animalium. Il fatto che si trattasse di questioni marginali indicava chiaramente che, anche a distanza di tanti anni e a dispetto della morte recente dello scienziato napoletano, gli antichi dissapori bruciavano ancora. Nel primo caso, trattando del fenomeno della digestione, Redi negava che i volatili ingerissero piccoli sassolini "per cagione di alimento", come "quel grande e savio uomo" aveva sostenuto con cautela, "come per un suo sospetto". Il naturalista aretino aveva infatti tenuto a digiuno molti uccelli, fino a farli morire di fame, ed in tutti i loro ventrigli aveva ritrovato le caratteristiche pietruzze che avevano inghiottito in precedenza, senza che fossero state minimamente consumate per digerirle. Nel secondo caso Redi negava l'affermazione del "famoso e veramente grandissimo geometra" napoletano
che la vescica natatoria dei pesci sboccasse sempre "nel fondo dello stomaco". In realtà, stando alle proprie indagini, questo avveniva in una sola specie di pesci: in tutte le altre sfociava all'inizio e a metà dello stomaco, oppure in gola.

Giovanni Alfonso Borelli, dipinto di scuola italiana del secolo XVII Giovanni Alfonso Borelli, De motu animalium, particolare del frontespizio Tavola del De motu animalium