Anna Nardi Redi indietro stampa ricerca

Moglie del fratello Giambattista, che aveva spostato nel 1660, era lei, piuttosto che Chiara Gamurrini, moglie dell'altro fratello Diego, la cognata preferita di Francesco. Se non altro perché si prendeva cura della vecchia madre Cecilia, nei periodi in cui essa risiedeva ad Arezzo, mentre il marito Gregorio abitava a Firenze.
Siccome il marito si tratteneva spesso a Firenze per affari, Anna gli mandava lunghe lettere che sono conservate, ancora inedite, nei Mss. Redi della Biblioteca Marucelliana di Firenze. Con una grafia semplice ed un frasario sgrammaticato, gli raccontava le piccole cose di casa, le faccende che riguardavano i familiari, e spesso si dilungava a narrare singolari episodi di vita comune che accadevano ad Arezzo. Leggiamo dal Ms. Redi 16, in data 5 ottobre 1681: "Ieri sabato vi fu la Commissaria a pigliare la sua ragazza, che vi enne mercoledì mattina, e mi diede nova come in Arezzo vié Mon. Sig.e Albergotti, il quale, andando a spasso un suo cane, entrò in casa al Cav.r Lippi, facendo a morsi con un altro cane di detto Cav.re; onde il Lippi diede un calco a quello del Albergotti et i servitori messero mano alle pistole. Corse la gente al romore, e volevano seguestrare detti Sig.i; ma il nostro Vescovo, non avendo autorità sopra M.n Marcellino, quel altro non volse essere seguestrato; se bene non si trovò il Cav.
r Fioraia; onde si dubita, che se non si agiusta, vi abbia a nascer de romori. Queste son le nuove del paese che gli posso dare".
Anna era spesso malata, ma non lo diceva nelle lettere al marito, per non turbarlo. Ci pensava però, a sua insaputa, la figlia Maria Cecilia, che inseriva nelle missive della madre piccoli bigliettini di poche righe, scritti con calligrafia minuta. Uno si trova nella lettera del 29 settembre 1692, e diceva che la madre, "da martedì notte in qua à la febbre con un dolor grande di testa che non li parte punto, e non ha voluto che io glie lo scriva. V. S. però facci finta di non sapere niente". Un altro si trova nella lettera del 2 ottobre, e aggiunge qualche particolare in più: "Le dò nova come la Sig.ra madre sta un po' meglio del suo gran dolor di capo e febbre, ma però tanto li seguita; la solleva un po' il Sig.re Gregorio; faccia vista che io non gli abbi scritto".
Il cognato Archiatra granducale scriveva ad Anna lettere di conforto che erano, nello stesso tempo, anche consulti medici. Si raccomandava di non strapazzarsi, perché se si ammalava lei ogni cosa, ad Arezzo, sarebbe andata "in rovina". Suggeriva l'uso, come al solito, di "serviziali", "brodi", "minestre" e "regola di vita"; anche qualche leggero salasso andava bene, ma soprattutto era importante, in ogni occasione, affidare "il negozio alla natura".
Anna soffriva molto delle assenze da casa del marito, che nel corso degli anni '80 e '90 si erano fatte sempre più frequenti e prolungate. Scriveva: "lo star V. S. costì, et io qua, non mi fa prò né dormire, né mangiare, stando sempre con l'animo sospesa". A volte la povera donna trovava il modo di scherzare sui propri mali col marito: "Io poi voglio attendere alla sanità, e non mi voglio strapazzare in questi caldi: ché non voglio dare occasione a V. S. di avere a pigliare un'altra moglie. Bisogna che ella abbia pazienza con questa che à, e levarne il pensiere". Poi però, nonostante la formalità che caratterizzava i rapporti tra i coniugi nel Seicento, riusciva anche a prorompere in uno slancio di amore: "V. S. non si pigli briga di portarmi galanterie, solo la prego della maggiore galanteria che io abbia in questo mondo, cioè che ella mi voglia bene e mi mantenga in sua bona grazia. Questo solo desidero".

Stemma della famiglia Redi