Il "pellicello" della scabbia indietro stampa ricerca

Pur non essendo stato un innovatore in campo clinico, al pari ad esempio di un Paracelso, Redi svolse un ruolo decisivo nella più importante scoperta della medicina seicentesca: l'individuazione dell'eziologia acarica della scabbia, o rogna. La comprensione del meccanismo infettivo che sosteneva la diffusione delle malattie contagiose era già stata prefigurata, anche se in via teorica, dalle intuizioni di Varrone, di Fracastoro e di Kircher. Ma nel caso di Redi e dei suoi collaboratori questa conquista non fu tanto, o non solo, la conseguenza di un exploit di indagine microscopica quanto l'effetto naturale della confutazione del sistema della generazione spontanea.
Nella medicina ufficiale del Seicento malattie come la scabbia ed i pidocchi (il cosiddetto "morbus pedicularis") venivano attribuite ad uno squilibrio umorale dell'organismo, di cui la comparsa dei "pellicelli" e dei "lendini" era soltanto l'epifenomeno visibile prodotto per generazione spontanea dagli umori sovrabbondanti del corpo. Nel 1687 due stretti collaboratori di Redi, Giovan Cosimo Bonomo e Diacinto Cestoni, dimostrarono invece che la scabbia dipendeva dall'aggressione di un microscopico acaro che si riproduceva tramite uova depositate sotto la pelle dei malati, provocando prurito e le caratteristiche pustole acquose. Nelle parole di Bonomo, la malattia era la conseguenza di "una morsicatura, o rosicatura pruriginosa e continua fatta nella cute dei nostri corpi da questi soprammentovati bacolini".
Stando al racconto della ricerca - così come veniva presentata nelle Osservazioni intorno a' pellicelli del corpo umano pubblicate nel 1687 con il solo nome di Bonomo e dedicate a Redi -, la scoperta aveva avuto un'origine casuale. Un giorno Cestoni e Bonomo avevano letto la definizione di "pellicello" presente nel Vocabolario dell'Accademia della Crusca: "Pellicello è un piccolissimo bacolino, il quale si genera a' rognosi in pelle in pelle, e rodendo cagiona un'acutissimo pizzicore". In realtà, scorrendo la corrispondenza tra Redi e Cestoni, risulta che fu l'Archiatra granducale che, informato delle ricerche dei due biologi livornesi, li avvertì che l'idea che il "pellicello" fosse un verme parassita non era affatto una novità, tant'è vero che si trovava già nell'edizione del 1623 del Vocabolario: "Non è cosa nuova - scriveva il 7 maggio 1687 - che il pellicello sia un bacolino. Vi sono altri scrittori che molti anni sono lo hanno scritto. Oh oh, V. S. non lo crede! Vegga V. S. il Vocabolario della
Crusca alla voce Pellicello, e vedrà che io dico il vero, e troverà che quei valentuomini francamente lo affermarono".
I due naturalisti livornesi avevano lavorato in perfetta sintonia, dividendosi equamente i compiti nell'unità fondamentale della ricerca, e dando ciascuno il meglio della propria abilità professionale. Considerando le rispettive competenze, appare quasi certo, come riconobbe anche Redi, che fosse stato il biologo e speziale Cestoni ad identificare e descrivere "la figura" dell'acaro, mentre al giovane medico Bonomo spettò il compito di stabilire la natura patogena del parassita e di verificare i benefici effetti delle sole terapie locali. Ad ogni modo, in qualunque modo fossero andate le cose, il primo problema che Bonomo e Cestoni si trovarono a risolvere fu quello di "rintracciare con l'esperienza iterata e reiterata" se i "pellicelli" erano "veramente animaletti".
Il materiale sperimentale non scarseggiava certamente all'epoca, non solo tra i nobili e la gente del popolo, ma soprattutto tra i forzati del bagno penale di Livorno, dove presumibilmente venne svolta la maggior parte delle ricerche. Avuti a disposizione molti rognosi, i due ricercatori avevano estratto dalle bolle della loro pelle "con punte d'aghi e di spilli", come avevano visto fare alle donne con i loro figli, una "semenzina o puntarella bianca". Osservata con il "povero e debole microscopio" di Cestoni, essa si era rivelata "un minutissimo bacherello".
L'importanza della scoperta non stava nell'individuazione dell'acaro, che non solo era presente nel Vocabolario della Crusca, ma risaliva addirittura al Cinquecento. Si trattava invece di dimostrare il carattere patogeno del "pellicello", individuare le modalità del contagio, ed infine proporre nuove metodiche di cura. La prima preoccupazione dei due ricercatori era stata di provare che anche il "pellicello", come tutti gli organismi si riproduceva "per via di mastio e di femmina". L'impresa non era certo facile, ma alla fine, dopo molte ed attente osservazioni microscopiche, Bonomo e Cestoni avevano avuto la fortuna di osservare, sorprendendolo in certo modo sul fatto, un acaro che deponeva "un certo minutissimo, e quasi invisibile ovicciuolo".
La dimostrazione dell'eziologia acarica della scabbia costituiva una sorta di 'rivoluzione copernicana' nella storia della patologia, perché spostava l'attenzione dal soggetto parassitato all'agente infettante: per dirla con Cestoni, dimostrava che era il "pellicello" la "causa del male e non il male del pellicello". L'accettazione di questo principio suggeriva strategie terapeutiche completamente nuove per la cura delle malattie provocate da cause patogene vitali. Non solo prescriveva infatti l'adozione di specifici rimedi chimici locali che assicura-vano quella guarigione invano ricercata con gli astrusi rimedi interni della medicina umoralistica, ma approntava anche efficaci strategie di prevenzione dell'infezione, attraverso misure igieniche tendenti ad impedire la diffusione dei germi legata ai rapporti interpersonali. Tutti i rimedi a base di "medicamenti esterni, di siroppi, medicine, sieri, passate d'acqua, cavate di sangue et altri innumerevoli imbrogli soliti a prescriversi da tutti i professori" no
n servivano a nulla. Secondo Bonomo e Cestoni, dato che la malattia interessava solo la pelle e si trametteva "dal solo, e puro contatto di corpo ripieno di questi pellicelli", bastavano "le sole, solissime untioni, lavamenti, e bagni, composti con sali, mercuri, zolfi, vitrioli, solimati, et altre robbe di questa sorte corrosive e penetranti"
In questo capitolo decisivo della medicina moderna che avrebbe trovato pieno sviluppo solo nell'Ottocento con Louis Pasteur, Redi svolse un ruolo di primo piano, anche se compromesso da non poche reticenze e cautele. Egli aveva infatti affermato, nelle Esperienze intorno alla generazione degl'insetti del 1668 , che i pidocchi ed in generale gli ectoparassiti si riproducevano per via parentale tramite uova, come tutti gli altri insetti. Invece gli acari della scabbia, al pari degli insetti delle galle, dei vermi della frutta e di tutti gli endoparassiti degli animali, erano generati dall'anima sensitiva dell'organismo ospite. Quando, nel 1686, venne informato dai collaboratori livornesi delle loro ricerche sull'acaro della scabbia, Redi ne comprese l'importanza storica ma, non essendosi liberato del tutto delle vecchie idee, non ebbe il coraggio di sostenerne fino in fondo le implicazioni terapeutiche.
Il medico aretino, d'altra parte, aveva sempre seguito nella cura della rogna le terapie tradizionali, come dimostrano ampiamente i suoi consulti medici, ed in particolare una lettera del 1681 a Paolo Segneri. Così, fu Redi ad accollarsi l'onere di rivedere stilisticamente e di pubblicare, con il nome di Bonomo, le Osservazioni intorno a' pellicelli. Minimizzando, diceva a Cestoni si aver "accomodata con galanteria" la memoria ed "aggiustato molte notizie". Ma poi aveva deciso di presentare come un'ipotesi personale del solo autore - cioé Bonomo - la teoria del contagio vivo della scabbia, attenuando di molto la portata rivoluzionaria della terapia chimica locale dei "pellicelli". Ad esempio, accanto alle "sole, solissime untioni" raccomandate da Bonomo, Redi si permetteva, con maggiore prudenza e nell'intento di non urtare troppo di petto i propri colleghi, di sperimentare prima "l'uso di medicamenti interni, per conseguir la totale guarigione". E anche negli anni successivi, come in due lettere a Giovanni
Neri del 24 febbraio 1688 e a Giulio Giannerini dell'8 ottobre 1689, consigliava di curare la rogna "e con esterni, e con interni medicamenti": soprattutto faceva affidamento sul salasso, sul "serviziale", sul "brodo col radicchio" e sul "giulebbo aureo".
Cestoni non aveva probabilmente apprezzato il fatto che Redi, preoccupato delle reazioni della corporazione medica, avesse deciso di pubblicare le Osservazioni sotto il nome del solo Bonomo, cioè del medico, tacendo il contributo dello 'speziale'. Aveva però fatto buon viso a cattivo gioco, non sollevando la questione finché era vissuto Bonomo. Poi però, a distanza di anni, aveva rivendicato con Antonio Vallisneri la paternità dell'opera, scrivendo che le ricerche che avevano portato alla scoperta erano "tutti quanti miei scoprimenti, e cose tutte ritrovate da me con ben assidue e reiterate esperienze".
Cestoni aveva anche cercato invano, dopo la morte di Bonomo, di portare avanti la battaglia contro le teorie tradizionali. A distanza di più di vent'anni dalla pubblicazione della memoria, nel 1709 egli concludeva che era "una gran vergogna" il fatto che "i professori", cioè i fautori della vecchia medicina spalleggiati dagli speziali, pretendessero ancora di affermare che non si trattava di "male esteriore". A niente era servita la traduzione latina delle Osservazioni apprestata da Giuseppe Lanzoni e la sua pubblicazione nei "Miscellanea curiosa" della Academia Naturae Curiosorum del 1692. A malincuore lo speziale livornese era costretto a confessare che il pamphlet che aveva pubblicato insieme a Bonomo non aveva fatto "nessun effetto, non solo per la Toscana ma né meno qui in Livorno". A determinare questo risultato non era stato soltanto l'atteggiamento tiepido di Redi, ma soprattutto la tenace, radicata opposizione della medicina ufficiale del tempo, espressa a chiare lettere dall'Archiatra pontificio Gi
ovanni Maria Lancisi, con il quale Redi e Bonomo avevano avuto nel 1687 una bruciante polemica che venne sopita solo grazie allo spirito di moderazione dell'Archiatra granducale.
Cestoni si illudeva che le resistenze al riconoscimento del ruolo patogeno degli acari fossero dovute ad un problema di visibilità e al rifiuto di prestar fede alle evidenze del microscopio, che avrebbero dovuto convincere tutti dell'identità di uno stesso processo infettivo che riguardava i pidocchi (visibili) e gli acari (invisibili). Scriveva infatti, ancora a Vallisneri: "Ma perché sono animaletti invisibili, e non si vedono, conforme si vedono li piattoni, e li pidocchi, non ci si vuol credere. Or dunque i Sigg. professori sono obbligati in coscienza di soddisfarsi, e veder con microscopio essi animali, e considerargli, perché li troveran fratelli carnali de' piattoni, con questa sola differenza, che li piattoni per poter continuare la loro generazione, devono attaccar le loro uova in sui peli, e i pellicelli le depositano sotto la cute umana".
In realtà erano i pregiudizi legati al principio della generazione spontanea, oltre che ben individuati interessi economici e sociali dell'arte sanitaria, che impedivano di abbandonare le vecchie, costose terapie. Lo stesso Cestoni annotava, sconsolato: "I pellicelli che fanno tanto male non sono incolpati, ma incolpano l'aria, il siero del sangue, li salumi, li vini, la stagione, et altre cianciafruscole accordate da professori putredinisti".
Morto anche Cestoni, a poco a poco, la scoperta dell'eziologia contagiosa della scabbia cadde in oblio. Fu riscoperta, come se si trattasse di una novità, solo nel corso dell'Ottocento.

Frontespizio della lettera di Giovan Cosimo Bonomo e Redi sui pellicelli del corpo umano