Maria Selvaggia Borghini indietro stampa ricerca

Nacque a Pisa il 7 febbraio 1654, e qui morì il 22 febbraio 1731. Fin dall'infanzia aveva mostrato eccezionale disposizione agli studi che compì sotto la guida di illustri professori dell'Università di Pisa, tra i quali Alessandro Marchetti. Dopo aver studiato filosofia, logica, matematica ed eloquenza, si dedicò all'apprendimento del greco, interessandosi anche di teologia e di storia sacra. Solo occasionalmente si allontanò da Pisa per recarsi a Firenze presso la Corte, dove godeva dell'affettuosa protezione della granduchessa Vittoria Della Rovere, moglie di Ferdinando II, che la nominò dama d'onore.
La poetessa pisana aderì a diverse Accademie, sebbene non partecipasse alle riunioni, e fra queste all'Arcadia col nome di Filotima Innia. Rifiutò di sposarsi a causa di dubbi religiosi che l'accompagnarono per tutta la vita, ed allevò la figlia del fratello, Caterina. Nella sua casa pisana erano soliti riunirsi molti professori dello Studio, e questo consentì alla poetessa di intrecciare relazioni epistolari con i maggiori letterati dell'epoca, soprattutto con quelli dell'ambiente fiorentino: Filicaia, Magalotti, Marchetti, Menzini e lo stesso Redi.
La produzione letteraria della Borghini, che difficilmente andava al di là di una fredda eleganza, aderiva alla poetica del buon gusto e della semplicità, coscientemente anti-barocca, tipica dell'ambiente fiorentino. Alcune liriche compaiono in raccolte dell'epoca, tra cui Le Rime delle Signore L. Marinella, V. Gambana ed I. della Morra, di nuovo date fin'ora raccolte dalla Signora Maria Selvaggia Borghini del 1693; le Poesie italiane di rimatrici viventi del 1716; i Componimenti poetici delle più illustri rimatrici d'ogni secolo del 1726; la Scelta di sonetti e canzoni del 1739.
Redi fu senza dubbio il più affettuoso e devoto fra gli amici della poetessa pisana, che, non a caso, diceva di amare come una "sorella". Non solo cercò in tutti i modi di farle ottenere a Corte i favori a cui aspirava, ma spedì un po' ovunque, in Italia e all'estero, i suoi versi, accompagnandoli con il suo autorevole assenso. Redi fu infatti sempre prodigo di elogi nei confronti di Maria Selvaggia. Ecco come la presentava, in una lettera del 21 febbraio 1688, a Filicaia: "Abbia un poco di pazienza a leggere oggi questa mia lettera. In essa io non voglio dir altro, se non che, siccome Iddio ha voluto che il nostro secolo abbia le glorie di un Pindaro nella persona di V. S. Illustriss., così abbia parimente quelle di Saffo nella Sig. Maria Selvaggia Borghini, fanciulla pisana". La lettera accompagnava sei sonetti di questa "nuova e maravigliosa poetessa".
La stima e le lodi nei confronti della Borghini sono frequenti anche nella corrispondenza di Redi con la poetessa. Il relativo carteggio comprende trentasei lettere dello scienziato e cinque della Borghini. In una lettera del 1° maggio 1688, ad esempio, Redi la definiva "una delle prime, e delle più gentili penne della nostra Italia", se non addirittura "la decima Musa". In un'altra del 4 gennaio 1689, a proposito di alcuni sonetti composti per le nozze del Principe Ferdinando, esclamava, esagerando, che erano "belli, bellissimi" al punto che "il Petrarca medesimo non gli avrebbe saputi far così belli": erano anzi "in uno stile più sostenuto e più robusto di quello del mentovato Petrarca".
Gli elogi di Redi riprendevano il 10 giugno 1690: "Viva la Sig. Maria Selvaggia, che è lo splendore e la gloria della nostra Toscana. Il suo nome viverà eterno. Questi sono i miei voti". In un'altra lettera del 1° marzo 1692 elogiava la "nobile fecondità del suo spirito creatore". E pochi giorni dopo, il 29 aprile, arrivava a dire alla propria corrispondente che era "lo splendore della nostra Italia". Il 28 aprile 1693 terminava affermando, con spirito encomiastico veramente eccessivo, che era "lo splendore non solamente della nostra Italia, ma ancora di tutta l'Europa".
Anche nelle lettere ad altri corrispondenti Redi si ingegnava di esaltare le doti intellettuali dell'amica. Con Federigo Nomi, ad esempio, si compiaceva di affermare che la Borghini superava ogni altra letterata non solo nella poesia, ma anche "nella cognizione di tutte le altre belle arti e scienze, e particolarmente nelle matematiche e nelle nuove filosofie".

Giusto Sustermans, Ritratto di Vittoria della Rovere nell'aspetto della vestale Tuccia