Lo sviluppo delle ricerche sulle galle indietro stampa ricerca

Le Esperienze intorno alla generazione degl'insetti del 1668 si erano chiuse con una presa di posizione pubblica a favore della teoria della virtù zoogenetica delle piante. Il progetto di pubblicare, subito dopo, una nuova memoria, intitolata Storia de' diversi frutti ed animali che dalle querce e da altri alberi son generati, venne rapidamente abbandonato da Redi, forse già nel 1669 o 1670. Il naturalista aretino dovette infatti prendere atto, in seguito a ripensamenti personali ed alle ricerche di Marcello Malpighi, pubblicate nell'Anatomes plantarum idea del 1675 e nell'Anatomes plantarum pars altera del 1679, ma già ampiamente note agli specialisti in precedenza, della superiorità sperimentale della teoria della contaminazione esogena delle galle.
Secondo l'interpretazione malpighiana le tipiche escrescenze delle piante erano prodotte da insetti dotati di sofisticati apparati ovopositori, con i quali essi riuscivano ad inoculare l'uovo direttamente dentro i tessuti vegetali. Si trattava di una teoria che era già stata proposta nel 1664, nel corso di alcune riunioni del Cimento, da Carlo Rinaldini, rivelando una clamorosa divergenza di idee all'interno dell'Accademia granducale. Lo stesso Redi, per la verità, aveva preso in considerazione questa possibilità. Poi però, "mutando[si] d'opinione", l'aveva respinta dando la preferenza, insieme a Borelli, Magalotti ed Oliva, alla soluzione dell'origine endogena delle larve ad opera dell'anima vegetativa della pianta.
Redi aveva riconosciuto con molta onestà, com'era nel suo stile, che nel vissuto della propria ricerca sulle galle si erano susseguite due fasi distinte, separate tra loro da un vero e proprio mutamento di paradigma: "prima" di aver fatto le sue ultime "esperienze intorno alla generazione degl'insetti" egli "sospettava" infatti che fosse vera la soluzione ovista, ma "poi", in seguito ad ulteriori osservazioni, aveva cambiato idea e si era convinto della superiorità della teoria della virtù zoogenetica delle piante. L'affermazione non risultava fino ad ora molto chiara, dal momento che, sulla base delle fonti edite, non si aveva nessun riscontro di una iniziale adesione di Redi all'interpretazione ovista. Tutto però diventa comprensibile se si confronta la primitiva bozza dello stesso passo conservata nel Ms. Redi 33 della Biblioteca Marucelliana di Firenze. Si scopre infatti un particolare assolutamente insospettato, che era rimasto nascosto nelle pieghe della comunicazione pubblica. Le fasi della ricerca teo
rica rediana erano state in realtà tre, e la parentesi ovista andava collocata non all'inizio, bensì nel mezzo di due fasi di adesione alla teoria dell'anima vegetativa della pianta. Scriveva Redi: "Io vi confesso ingenuamente che, dopo aver fatte molte osservazioni, m'indussi a credere che forse la gallozzola nascesse perché, arrivando la mosca nel tempo della primavera e facendo una piccolissima fessura ne' rami più teneri della quercia, in quella nascondesse uno de' suoi semi".
Purtroppo per gli storici e gli epistemologi, i protocolli sperimentali non consentono di ricostruire nei particolari lo sviluppo della ricerca rediana, dal momento che non è rimasta nessuna documentazione nemmeno di questo secondo, effettivo, periodo di adesione alla tesi ovista. Ma, considerando che Redi ha fatto osservazioni sulle galle nel 1657, nel 1664, ed infine nel triennio 1665-1667, sembra plausibile ipotizzare uno schema di questo tipo: dal 1657 al 1664 egli si era schierato con tutti i più autorevoli accademici del Cimento per la teoria dell'anima vegetativa della pianta; poi però, forse proprio in seguito al clamoroso intervento a favore delle idee di Gassendi da parte di Rinaldini, anche Redi aveva adottato la soluzione ovista; infine, dopo le ultime "esperienze intorno alla generazione degl'insetti", cambiando ancora una volta "d'opinione", era ritornato alle posizioni di partenza.
Se questa ricostruzione è, come sembra, molto probabile, vuol dire che Redi aveva iniziato la campagna di ricerca degli anni 1665-1667 su posizioni oviste e si era ricreduto proprio nella fase decisiva della stesura della memoria. Forse anche per questi motivi la pubblicazione delle Esperienze intorno alla generazione degl'insetti, già avviata nella primavera del 1666, aveva subito notevoli ritardi, e alla fine Redi aveva preso la decisione di stendere un saggio specifico sulle galle.
Se resta qualche incertezza sui tempi, tutto invece sembra chiaro sulle motivazioni della doppia svolta interpretativa, almeno secondo il resoconto dell'autore. In entrambi i casi erano state solo e soltanto ragioni di carattere sperimentale ad indurlo a cambiare idea. Se non sappiamo assolutamente nulla delle osservazioni che stavano alla base della conversione ovista, abbiamo invece molti riferimenti alle esperienze che avevano convinto Redi a riprendere in considerazione la soluzione dell'origine endogena delle galle. Per esempio il fatto che ogni tipo di galla produceva sempre la stessa specie di insetti, e portava lo stesso numero di casellini per alloggiare le uova da cui scaturivano le larve; oppure il fatto che le galle si formavano sulle fibre ed i nervi delle foglie, con una specifica predilezione per la parte delle foglie rivolte verso terra, quando sarebbe stato plausibile, nel caso di una contaminazione da parte di insetti alati, che spuntassero sulla parte superiore.
Un ruolo speciale era stato poi giocato dalla circostanza che la galla non presentava aperture nella corteccia, ma nasceva e cresceva in perfetto sincronismo allo sviluppo dell'uovo e del verme. Com'era possibile, in queste condizioni, che l'uovo venisse inserito dal di fuori? Nell'affrontare questo problema Redi aveva pensato bene di ricorrere alla stessa tecnica di escludere ogni contatto con l'ambiente esterno mediante sigillatura ermetica dei recipienti, che gli aveva permesso di risolvere l'enigma della generazione delle larve delle carni putrefatte, ma, purtroppo per lui, questa volta era stato portato fuori strada.
Ecco quello che Redi aveva scritto a questo proposito in un appunto sciolto, purtroppo senza data, del Ms. 34: "Io stava una volta in dubbio se veramente i legumi bacassero e, per dirlo più propriamente, tonchiassero, perché il tonchio per di fuora entrasse in essi legumi o pure perché fosse generato nella parte interna di quegli, laonde per certificarmene ne colsi d'alcune maniere avanti che fossero sgranati da' loro gusci o baccelli secchi. Osservai minutamente se ne' gusci vi fossero buchi o fessure, quindi avendo sgranati i legumi, e particolarmente i piselli e le lenti, li rinchiusi in vasi benissimo serrati ne' quali una gran parte tonchiarono; argomento certo che aveano dentro se medesimi il seme de' tonchi prodotto dalla pianta e non d'altronde venuto".
Redi non si era reso conto, come fece pochi anni dopo Malpighi, che l'ovopositore di cui si serviva l'insetto era talmente sottile da passare tra fibra e fibra senza lasciare tracce, per cui quando, in seguito allo sviluppo della larva dentro l'uovo, cominciava a formarsi la galla, essa non rivelava effettivamente nessun tipo di foro d'entrata. Inoltre, anche se aveva dimostrato doti sperimentali non comuni nel registrare e descrivere i tipi di insetti che fuoriuscivano dalle galle, Redi non aveva nemmeno contemplato l'eventualità, al pari dei successivi naturalisti, che da una stessa galla potessero svilupparsi e sfarfallare, oltre agli specifici Imenotteri Cinipedi che avevano provocato la formazione del cecidio, anche altri individui ospiti o parassiti, di specie e ca-ratteristiche molto diverse tra loro.
Dopo aver rinunciato all'idea di pubblicare un trattato specifico sulle galle, Redi conservò i materiali preparatori nella raccolta dei propri manoscritti: le tavole disegnate da Filizio Pizzichi nel Ms. Palatino Str. 1418 della Biblioteca Nazionale Centrale, e la bozza scritta, che in parte riprendeva ed in parte ampliava il precedente schema del Ms. Redi 33 , nel Ms. Redi 34 della Biblioteca Marucelliana di Firenze .
Dopo il 1668, anche quando sembrava aver ormai accantonato ogni progetto editoriale, Redi continuò a lavorare in modo serrato, e ripetuto negli anni, intorno alla questione degli insetti galligeni. Nel corso degli anni 1672-1673 tentò in tutti i modi di resistere agli argomenti di Malpighi, avanzando specifiche controdeduzioni sperimentali tendenti a suffragare la propria ipotesi di una corrispondenza perfetta e regolare tra le specie vegetali, il tipo delle galle eil numero e le specie degli insetti generati al loro interno. Una corrispondenza che non sembrava spiegabile, a suo avviso, mediante una casuale disseminazione di uova sulle foglie delle piante.
Il confronto Redi-Malpighi sulla genesi degli insetti delle galle non si svolse direttamente né tanto meno in modo pubblico, ma attraverso un curioso dibattito a quattro durato dal gennaio al marzo 1673. Nel corso della discussione i due protagonisti si adattarono a parlare tra di loro, ed a misurare la forza dei rispettivi argomenti, grazie all'intervento di due insolite figure di mediatori: il filosofo napoletano Francesco D'Andrea che, dopo essere passato per Firenze ed aver discusso con Redi, si era trasferito prima a Bologna e poi Venezia; ed il gesuita fiorentino Antonio Baldigiani.
Messo alle strette da Malpighi nel 1673, Redi dovette alla fine soccombere nel corso degli anni '80 di fronte alle nuove evidenze sperimentali messe a sua disposizione da Diacinto Cestoni. Certo, questo lo costrinse ad abbandonare convinzioni nelle quali aveva creduto a lungo e nelle quali aveva investito tanta parte della propria attività di ricerca e della propria reputazione scientifica. Ma anche l'episodio della diffusione nel 1680 della notizia, peraltro infondata, di una ritrattazione del principio della generazione parentale lo convinse, alla fine, a prendere atto dell'insostenibilità della propria posizione. Non fu un compito facile quello di tentare di convincere l'ostinato Archiatra granducale perché, come riconosceva lo stesso Cestoni, la spiegazione rediana, pur essendosi rivelata alla lunga sbagliata, era suffragata "con buoni e capaci ragioni, et esperienze tangenti". Redi era, d'altra parte, un personaggio troppo orgoglioso e preoccupato della propria posizione ufficiale per riconoscere pubblicamente di essere incappato in un clamoroso errore. L'unica "conclusione", ma strettamente privata, che Cestoni riuscì a strappargli nel corso di una delle lunghe chiaccherate che i due naturalisti si concedevano a Livorno, furono queste testuali parole, riferite a distanza di anni ad Antonio Vallisneri: "E' vero, che ora si vede che le mosche fanno il lavoro: ma che vuoi tu che io ci faccia".
Nel 1685 anche il botanico palermitano Paolo Boccone tentò di richiamare l'attenzione di Redi sul tema delle galle. Il naturalista aretino, per quanto è dato sapere, non rispose alle sollecitazioni. L'epilogo della sua trentennale ricerca sugli insetti galligeni può essere considerato un carteggio del 1694 con il medico ferrarese Giuseppe Lanzoni, al cui "buon gusto" non era piaciuta la teoria rediana "circa l'anima delle piante". Il 20 febbraio Redi confidò al corrispondente che quella teoria lui se l'era lasciata "cader dalla penna quasi per forza", alludendo forse al fatto che non era stata solo un'idea sua ma dell'intera Accademia del Cimento. Poi promise, se avesse avuto "vita e salute", di "spiegar[si] un poco meglio" in occasione della pubblicazione di nuove "osservazioni" che andava "ripulendo di giorno in giorno", e che sperava di raccogliere in quel trattato sulla "storia de' vari e diversi frutti ed animali che dalle quercie e da altri alberi sono generati" che aveva promesso "alla curiosità degli investigatori delle cose naturali" più di vent'anni prima.
Il 27 marzo Redi ribadiva che stava pensando a tutt'altro che a "stampare poesie", come credeva il suo corrispondente, dal momento che era "tutto intento al necessario lavoro di molte e molte esperienze intorno alla storia naturale, e concernenti ancora alla medicina". Di fronte a queste ripetute indicazioni, Lanzoni si sentì autorizzato a ritenere che qualcosa di importante stesse bollendo nella pentola rediana, e rispose a tambur battente per chiedere maggiori delucidazioni sul contenuto dell'opera e la data dell'imminente pubblicazione. Il 10 aprile, però Redi, rendendosi conto di aver generato un imbarazzante equivoco, pensò bene di gettare molta acqua sul fuoco delle aspettative di Lanzoni, dicendo che non era "tempo ancora di discorrer di quest'opera", non solo perché non erano cose che si potevano fare "di getto", ma anche perché, ed era l'impedimento fondamentale, lo scienziato era prima di ogni altra cosa "cortigiano".
Finiva così, in tono dimesso e con un singolare richiamo a quella condizione di cortigiano del Granduca di Toscana senza la quale difficilmente egli avrebbe avviato la propria ricerca sugli insetti delle galle, un'avventura scientifica che era iniziata trent'anni prima nell'esaltante atmosfera intellettuale del Cimento. Un'avventura che, con scarso senso storico, sarebbe stata ben presto additata ai posteri come una imperdonabile macchia nella fulgida carriera scientifica del naturalista aretino.

Gaspero Martellini, Accademia del Cimento Ritratto di Giandomenico Cassini F. Pizzichi, immagine di galle