Gregorino Redi indietro stampa ricerca

Figlio di Diego e Chiara Gamurrini, era il nipote prediletto di Francesco. Allo scopo di distinguerlo dal nonno Gregorio, in famiglia veniva chiamato "Gregorino". Era nato nel 1672. Per il suo battesimo, celebrato il 16 agosto, aveva avuto un padrino ed una madrina eccezionali, anche se solo per procura: il Granduca Cosimo III e la Granduchessa madre Vittoria Della Rovere.
Avendo un padre scapestrato ed una madre indaffaratissima, erano stati gli zii Francesco e Giambattista ad occuparsi di lui. Il 22 luglio 1679 lo scienziato si compiaceva che il fratello avesse preso il bambino in casa con sé. Solo così si poteva sperare infatti di curare la sua salute, ma soprattutto di migliorare i suoi "costumi", perché i genitori lo avevano "malissimo avvezzo". Poco dopo, il 18 maggio 1680, Francesco invitava il padre Diego a cominciare ad "insegnare a leggere" al bambino, perché era "ormai tempo". E, per avviare la prima educazione del piccolo Gregorino, cominciava a mandargli libri da Firenze, come nel giugno 1682, quando gliene aveva fatto pervenire addirittura "un canestro", tra i quali, a quanto diceva il padre, il figlio sperava molto che ce ne fossero "de' latini".
Rimasto orfano, nel 1687 era sembrato a tutti che la cosa migliore fosse quella di mandare Gregorio a scuola dai gesuiti del Collegio Tolomei di Siena. Qui lo raggiunse ben presto anche il fratello più piccolo, Antonio, destinato alla carriera ecclesiastica. Naturalmente le spese per la retta dei due nipoti se le assunse direttamente Francesco, come risulta dal suo Libro di Ricordi . Gregorio cercò di contraccambiare alle premure dello zio facendo leva sulle sue inclinazioni letterarie. Gli spedì ad esempio, in data 17 gennaio 1691, un'ampollosa lettera latina, corredata anche da un sonetto in italiano che tentava di rinverdire le ben note tradizioni poetiche di famiglia.
Per il suo carattere dolce e rispettoso, Gregorio era ben presto riuscito a conquistarsi le simpatie di tutti i parenti. La zia Anna Nardi, moglie di Giambattista, non avendo avuto figli maschi, dimostrava un affetto sviscerato per il nipote. In una lettera al marito del 29 settembre 1692 scriveva: "Il nostro Sig.re Gregorio arrivò giovedì sera, nelle due ore di notte, sano e salvo, et è veramente un giovane tutto garbo. Et è cresciuto assai, e V. S. può credere se io ho gusto di darli quelle soddisfazioni lecite e oneste, che egli può desiderare, e tra tutti questi figlioli li voglio più bene perché è tutto dei mio genio". E il 2 ottobre 1692 aggiungeva: "Ricevo per la posta una sua gratissima, e qui godiamo della conversazione del nostro Sig.re Gregorio, che veramente è un giovine rispettoso, modesto e tutto amabile, e di tutto mio genio, e se mai gli ò voluto bene, adesso supera più che mai, e mi vol dispiacere assai quando egli partirà".
Nel febbraio 1693, quando si sparse la notizia che Francesco era in fin di vita a Pisa, il nipote Gregorio scrisse all'altro zio Giambattista di concedergli il permesso di precipitarsi al suo capezzale. "Io la supplico con tutto il cuore - gli aveva scritto il giorno 23 - a volermi mandare a pigliare per due o 3 giorni, acciò se il Signore disponesse di lui potessi almeno ricevere la sua ultima benedizione; se poi il Signore Iddio vuole per sua bontà restituirli la salute possa visitarlo". Non ce n'era stato bisogno, perché lo scienziato si era ben presto rimesso in salute, con generale sollievo di tutti.
Nell'agosto dello stesso anno, forse memore delle sue dimostrazioni di affetto, Francesco aveva fatto nominare il nipote accademico della Crusca, e poi dell'Arcadia. Subito dopo si era adoprato in tutti i modi per procurargli un matrimonio di prestigio. Scriveva accorato al fratello Giambattista: "Sarei il più contento uomo del mondo se avessi la consolazione e la contentezza che il Sr. Balì Gregorio nostro caro nipote si fosse accasato in matrimonio, faccia leggere ancora a lui questa lettera acciocché maggiormente egli apprenda questo mio giusto desiderio".
Le aspirazioni dello zio, giustamente preoccupato della propria discendenza, si realizzarono il 14 gennaio 1697, quando, dopo aver vagliato diversi partiti anche a Firenze, l'amato nipote sposò la nobile senese Anna Maria Azzoni. Fu una delle ultime gioie per l'anziano naturalista che, di lì a poco, partiva con la Corte per Pisa, dove avrebbe trovato la morte, il 1° marzo.
Gregorio aveva avuto tre figli maschi: Ignazio, che assicurò la discendenza, Diego Maria, che si fece gesuita, ed Antonio. Si vantava di aver ereditato dal famoso zio Francesco, oltre al patrimonio, anche la vena poetica, ma fu solo un mediocre verseggiatore. Fu lui a porre sotto il cenotafio della tomba dello zio l'iscrizione, piuttosto vanitosa: "Francisco Redi patritio Aretino Gregorius fratris filius". Morì nel 1748.