Federigo Nomi indietro stampa ricerca

Nacque ad Anghiari il 31 gennaio 1633. Avviato agli studi umanistici e filosofici, prese gli ordini sacerdotali nel 1656. Nel 1664 si laureò in teologia, prima di essere introdotto alla Corte granducale dal coetaneo e futuro bibliotecario di Casa Medici Antonio Magliabechi. Nel 1669 venne chiamato ad insegnare nella prima Scuola di Umanità di Arezzo, dove si affermò anche come predicatore, socio di diverse accademie e compositore di liriche inviate per la revisione al "maestro" Redi.
Grazie alla protezione di Redi e Magliabechi, Nomi entrò nel circuito culturale dei dotti, nella res publica litterarum fiorentina e pisana. Iscritto all'Accademia degli Apatisti nel 1663, nel 1670 venne chiamato a ricoprire l'incarico di Rettore nel Collegio Granducale della Sapienza di Pisa. Il periodo pisano (1670-1682) fu particolarmente fecondo per l'erudito aretino. Si addottorò in utroque iure nel 1671, e qualche anno dopo, nel 1674, venne chiamato sulla cattedra di diritto feudale. Solerte e meticoloso funzionario granducale, partecipò, in modo solo apparentemente distaccato, all'aspra controversia sull'atomismo che si svolse tra i "galileisti" (Bellini, Marchetti e Rossetti) ed i fedelissimi aristotelici (Luca Terenzi, Giovanni Maffei e Gian Andrea Moniglia). Scrisse odi, corone poetiche, epitalami, drammi morali, e tradusse in latino la lunga lettera-trattato di Redi, indirizzata ad Atanasio Kircher, le Esperienze intorno a diverse cose naturali .
L'esperienza pisana, fondamentale per la futura produzione letteraria, terminò verosimilmente per colpa dei forti dissidi sorti tra Nomi e Moniglia. Certo è che in breve tempo, dagli "splendori" pisani, egli venne "promosso" piovano a Monterchi, un paese a poche miglia dalla natia Anghiari, poverissimo "esilio", "deserto" ai suoi occhi. Dopo un periodo di isolamento, grazie ancora agli onnipresenti Redi e Magliabechi, Nomi riuscì a ritornare alla ribalta letteraria. E il riscatto della penna e dell'impegno poetico sarà prepotente, frenetico. Nomi si cimentò con opere di grossa mole come Il Catorcio di Anghiari: un poema eroicomico in XV canti in ottava rima, che raccontava, sul modello di Ariosto e Tassoni, le antiche faide tra Anghiaresi e Borghigiani per colpa di un catorcio. Passò poi a celebrare, con il poema in XXI canti Buda liberata, la vittoria degli eserciti imperiali contro i Turchi. Si dedicò infine ad altre opere di carattere devozionale, moraleggiante e religioso come Le canzoni spirituali e il
Santuario. Tradusse anche Orazio e Giovenale, ed annotò il Bacco in Toscana di Redi .
Ascritto all'Arcadia e ad altre numerose Accademie, Nomi scrisse ancora egloghe, epistole latine, tragedie, drammi in musica per le più varie ricorrenze, ed infine il complesso Liber Sacrarum sexdecim, la "summa" dei suoi modelli latini, Orazio, Persio e Giovenale. Morì a Monterchi il 30 novembre 1705, lasciando molte opere e scritti inediti.
Il carteggio Redi-Nomi è uno dei più nutriti dello scienziato aretino. Frequenti nelle lettere di Redi gli attestati di amicizia per Nomi, ricordato come uno dei "primi primi amici, e più cari" che avesse mai avuto "in questo mondo". In una lettera lo scienziato aretino lo qualificava come "uomo dipendente" della propria "casa", oltre che "buon letterato". In un'altra decantava le sue qualità poetiche, definendolo "una delle nobili penne del nostro secolo", nei confronti del quale dichiarava di aver sempre nutrito un amore "sviscerato". In un'altra ancora riconosceva che Nomi aveva ragione a lamentarsi di sentirsi "più che mezzo sepolto" a fare il "piovano di Monterchi", mentre per le sue qualità meritava "di stare a Roma nella Corte o a Firenze".

Rotratto di Federigo Nomi