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Francesco Redi nacque ad Arezzo il 18 febbraio 1626, e lo stesso giorno venne battezzato nella chiesa di S. Maria della Pieve. Il 9 aprile dello stesso anno moriva a Londra Francis Bacon, ideatore di quel metodo sperimentale di cui il naturalista italiano sarebbe stato uno dei seguaci più convinti.
Francesco era il primogenito di Gregorio Redi e di Cecilia de' Ghinci, esponenti entrambi di nobili famiglie aretine. Secondo una tradizione agiografica settecentesca, che ha trovato largo credito in passato ma che studi recenti hanno giudicato del tutto infondata, la famiglia proveniva dall'illustre casato spagnolo "Del Reda", che aveva visto uno dei suoi membri trasferirsi da Madrid in Toscana durante il Trecento. Il capostipite italiano della famiglia sarebbe stato un certo "Leffo del Reda". In realtà il casato aveva ben più modeste origini cittadine, ed il primo esponente che abbia lasciato tracce nei documenti era stato "Nanni del Reda", nato verso il 1365 e morto nel 1445, che esercitava il commercio al minuto di generi di abbigliamento. Il figlio Giuliano si era arricchito con l'arte della lana ed aveva iniziato la lenta ascesa sociale del casato all'interno del ceto dirigente cittadino. La nobilitazione della famiglia era proseguita con Pietro, poi con Antonio, che era diventato notaio, quindi con Bernardino, morto nel 1586, ed infine con il padre di Gregorio, Francesco, che era morto nel 1623.
Dopo il primogenito, che aveva ripreso il nome del nonno paterno, Gregorio aveva avuto altri tre maschi: Giambattista, Antonio e Diego. La famiglia era stata allietata anche da quattro femmine, tutte diventate suore coi nomi di Angiola Felice, Maria Diomira, Eudora Osmida e Maria Cecilia. Le prime due entrarono nel convento di Santa Maria Novella, le altre nel convento di Santa Caterina, ad Arezzo.
Aretino di nascita ma fiorentino di adozione, Redi fu, al pari del matematico Raffaello Magiotti e del medico Andrea Cesalpino, uno degli aretini illustri costretti a cercare fortuna lontano dalla patria. Egli visse infatti ad Arezzo fino a tredici anni, poi, presumibilmente nel corso del 1639, si trasferì con il padre e la madre prima a Prato, quindi nel 1642 a Firenze. Da quel momento in poi trascorse tutto il resto della vita nella capitale del Granducato. E solo raramente ebbe l'occasione, o forse semplicemente il tempo, di fare ritorno nella città natale.
Dal carteggio con il padre si ha notizia di almeno tre soggiorni di Francesco ad Arezzo, nell'ottobre 1648, nel settembre-ottobre 1652, e poi nel marzo 1656. Dal proprio Libro di Ricordi emergono invece riferimenti ad altre tre visite alla famiglia. La prima, nel 1658, quando lo scienziato prese "le poste alla volta d'Arezzo" il 27 settembre, e ritornò a Firenze "in lettiga" il 10 ottobre: la breve "gita" gli era stata imposta dalla necessità di accogliere ad Arezzo il cardinale Fachenetti, con il quale aveva antichi obblighi fin dal viaggio che aveva fatto insieme a lui nel 1653 a Venezia. Nel diario Redi annotò, con un certo puntiglio che tradiva una certa avarizia di carattere, quanto gli era costato questo diversivo, di cui avrebbe fatto volentieri a meno: 50 scudi!
Nel giugno del 1659 Redi si recò nuovamente per qualche giorno nella casa paterna "a servir [sua] madre", che in quel periodo si trovava ad Arezzo, rientrando a Firenze "stracchissimo" la sera del giorno 14. Infine nell'inverno 1676, quando ormai sia il padre sia la madre erano morti, soggiornò ad Arezzo "tre mesi" per ristabilirsi dopo una "lunga e grave" malattia, che aveva fatto addirittura temere per la sua vita.
Di questo episodio sono rimaste parecchie informazioni nei carteggi tra i diversi componenti della famiglia Redi, che si trovavano divisi tra Firenze ed Arezzo. Nella capitale risiedevano Francesco e il fratello Giambattista, mentre l'altro fratello Diego, insieme alla moglie e alla figlia dello stesso Giambattista, stava ad Arezzo. Fin dalla prima lettera di Diego e Giambattista, in data 6 novembre 1675, risulta che Francesco era a letto malato con "febbre" e "dolori" già da qualche tempo, anche se ormai era "in sicuro". Nel corso del mese le sue condizioni erano rimaste stazionarie. Da Arezzo ci si consolava "con far fare delle orazioni e far dire delle messe". Il 20 Diego si rassicurava pensando che la guarigione non poteva essere lontana, perché ormai si era "vicini a giorni quaranta" di febbre. Per ristabilirsi pienamente Francesco aveva allora ripreso a vagheggiare l'idea di trasferirsi ad Arezzo, lontano dagli assilli fiorentini. Ne aveva già parlato Maria Cecilia con il padre Giambattista, in una lettera del 13 ottobre, evidentemente prima della ricaduta a cui faceva riferimento la prima lettera di Diego: "Sentii dalla sua lettera come il Sig. Francesco vol venire quassù a pigliar un poco di riposo; noi n'avian sentito quella legrezza [sic] che V. S. si pol immaginare. Il Signore Dio sia sempre ringraziato di tanto bene che cià fatto; noi lo stiamo aspettando con gran desiderio". Ora, all'inizio di dicembre, la cosa sembrava davvero prossima, e Diego scriveva il giorno 9: "Ci rallegriamo grandemente che sempre più il nostro S.r Francesco vadia migliorando, e che voglia venire a pigliare un poca d'aria, che si assicuri ci è stato contento grandissimo in sentire tal nuova, che ne sia sempre laudato i Dio Benedetto della grazia che ci a fatto e veramente lo possiamo ringraziare con tutto il quore [sic]". Poi riprendeva il 12: "Mi rallegro che il S.r Francesco sia per venire a fare la convalescenza quassù. V. S. mi potrà avvisare che camera gli debba assettare, del resto io farò ripulire ogni cosa in casa e qui intorno". Il 26 Francesco era ancora a Firenze, ed anzi gli era stato "cavato di nuovo sangue", ma poi era stato evidentemente meglio, e nel corso del mese di gennaio 1676 aveva messo in atto il suo proposito di tornare alla casa natale, dove rimase fino alla primavera.
A questo prolungato soggiorno ad Arezzo lo stesso Redi avrebbe fatto riferimento in un protocollo di laboratorio raccolto nel Ms. 31, datato 27 giugno 1686. Parlando della diffusione dei picchi reali in Toscana, egli prendeva l'occasione per registrare, a beneficio dello storico, questa importante confessione, a distanza di più di dieci anni dagli avvenimenti descritti: anche se, curiosamente, sbagliava l'anno. "Di questi picchi reali di rado se ne vede intorno a Pisa, ma molti se ne trovano nelle Maremme di Siena. Mi ricordo che me ne fu donato uno morto l'anno 1675, quando ero in Arezzo convalescente dalla mia grande malattia, e questo era stato ammazzato nelle Chiane di Arezzo".
Redi rimase per tutta la vita profondamente legato alla patria. Anche il fatto di non essersi mai formato una famiglia a Firenze, contribuì certamente a tenere salde e vive le radici della propria aretinità. La lontananza da Arezzo poteva, d'altra parte, essere alleviata da una fitta rete di corrispondenze con familiari ed amici, tra i quali aveva un ruolo speciale di intermediario Stefano Bonucci.
Redi dichiarava spesso il proprio attaccamento alla città natale e guardò sempre con molta benevolenza alle accademie e alle altre istituzioni culturali e religiose aretine, inviando in continuazione libri e cimeli, tra cui almeno due ritratti ed un busto di marmo. Nel 1683, ad esempio, il suo parere fu decisivo nella scelta dello stemma e del motto della nuova Accademia dei Forzati; nel corso del 1687, inoltre, egli contribuì con ripetute donazioni di libri all'incremento della biblioteca della Fraternita dei Laici e alla costituzione della biblioteca del nuovo Collegio dei Gesuiti. Lo stesso Vocabolario aretino, d'altra parte, testimoniava un forte attaccamento dello scienziato alle proprie radici provinciali, anche linguistiche.
Grazie agli introiti della professione medica, agli appannaggi della posizione a Corte, e non ultimo ai frequenti regali della famiglia Medici, Redi riuscì ad accumulare un ingente patrimonio, che venne tutto investito nell'acquisto di censi, case e poderi nelle campagne aretine. Già nel 1659, ad esempio, aveva contribuito in modo determinante, con un prestito di 900 scudi, all'acquisto della villa degli Orti, come ricordava nel proprio diario personale: "Ricordo come in tre volte ho prestato al Sig. padre scudi novecento per poter pagare la villa degli Orti, comprata in Arezzo al Sig. Cav. Lazzaro Nardi". Eppure, qualche anno dopo, era già in grado di comprare per ben 1200 scudi un altro podere. Lo si apprende da una lettera di Gregorio a Giambattista del 16 giugno 1663, che recita: "Può Francesco, che molto guadagna e non ha spese, più facilmente comperare il luogo de' Sig.ri Bonucci, che non posso far io; e tanto più che dice havere il denaro pronto".
La decisione di Redi di non comprare nulla a Firenze e di mandare tutti i propri averi ad Arezzo appariva dettata dall'aspirazione di ritirarsi in vecchiaia nella splendida villa aretina, che, dopo la divisione dell'eredità paterna, aveva fatto ingrandire ed abbellire a proprie spese. Un sogno, a lungo coltivato e immaginato, che sarebbe tramontato quando egli si accorse che tutte le sue speranze apparivano vanificate dalle liti, dalla condotta dei fratelli e dalla pessima gestione del patrimonio di famiglia. Ma leggiamo questa sorta di testamento spirituale che Redi affidava, con largo anticipo sui tempi, ad una lettera al fratello Giambattista del 20 marzo 1677:
"Quando io feci fabbricare la villa degli Orti, ebbi intenzione di fabbricarmi un nido dove io potessi nella mia vecchiaia ritirarmi in quiete ed in pace, e per spendervi gli ultimi giorni della mia vita per poter bene terminarla e in grazia di Dio. Ma oggi son fatto chiaro, che costì in cambio di trovar la pace vi troverei la guerra, la discordia e mille malanni, i quali in cambio di insegnarmi a ben morire, mi insegnerebbono a morire con quelle inquietitudini e con mille interni disturbi domestici. Onde se Iddio non mi fa mutar di parere, ho risoluto di farmi un nuovo nido altrove e di prepararmi un luogo lontano da questi disgusti domestici, che continuamente mi stanno fitti nel cuore e me lo lacerano crudelmente senza compassione veruna e con timore di avere a vedere delle tragedie ignominiose. Bisogna dunque che io mi allontani di costì e dovendomi allontanare, come ho stabilito e determinato risolutamente, che importa a me lo averci casa o non ce la avere? Che ho io da far costì della casa? Non solament
e non mi curo di averci casa ma più, se troverò chi voglia abitare a vita mia gli Orti e Giggiano e pigliare ancora gli altri miei beni da me comperati, gli darò volentieri. Ho detto a Vostra Signoria da principio che non pensi che io scriva in collera. Non sono, non sono in collera, scrivo con animo tranquillo e risoluto".
La resa di Redi ad un destino che lo aveva ormai condannato senza appello a terminare la propria esistenza lontano da Arezzo sarebbe apparsa totale negli ultimi anni, quando ormai anche la vecchiaia e la malattia incombevano prepotenti. Ora lo sguardo si allungava su un lugubre scenario di rimpianto e di rassegnazione per una famiglia e una discendenza destinate a un ruolo marginale nella realtà cittadina: quello di specchiarsi solamente nella sua "ombra":
"Io non sto bene di sanità, anzi sto malissimo e mi trovo in cattivo stato, e di più con una vecchiaia addosso piena di fastidi e di passioni le quali mi vogliono ammazzar presto. E caro amatissimo signor fratello, mi creda che son ridotto a tale, che quando mi vedo comparire qualche lettera di costì di casa, al solo vederla e senza averla aperta, mi sorprende una palpitazione di cuore così fiera e così terribile, che mi sconcerta tutto tutto, e se non fosse che Iddio benedetto mi ha data tanta rassegnazione alla sua santa volontà, credo certo che una volta mi ammazzasse. Io non son più buono a nulla ed ho lasciato insino per la città di fare il medico; e Vostra Signoria con la sua prudenza può immaginarsi di quante centinaia centinaia e poi molte altre centinaia questa risoluzione mi sia di detrimento. Sia fatta la volontà di Dio. Quando io sarò morto, la nostra casa se ne avvedrà e codesti nostri nipoti se ne avvedranno, se non ci sia altro che l'ombra della mia vita può esser loro di giovamento".
In questo modo, Redi prese atto della necessità di dare un carattere definitivo ed ineluttabile al proprio trasferimento a Firenze, lontano da "quei disgusti domestici" che gli stavano continuamente "fitti nel cuore". E, con questo, anche del fatto che egli sarebbe morto solo, lontano dalla famiglia e dalla patria. Una patria, quella di Arezzo, alla quale destinava in ogni caso, nel proprio testamento, che il suo corpo avrebbe dovuto tornare, nella chiesa di S. Francesco che gli era sempre stata cara. E così fu, come egli si immaginava, ed in fin dei conti aveva voluto.
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