Redi e la pittura indietro stampa ricerca

Nella sua biografia di Redi, scritta a metà Settecento, Angelo Fabbroni ricordava che lo scienziato aretino era stato "studiosissimo" di pittura. La notizia appare veritiera e confermata da diverse, precise circostanze.
Innanzitutto Redi aveva frequentato per tutto il 1648, subito dopo aver conseguito la laurea, la "scuola di disegno di penna" di Remigio Cantagallina, come annotava nel proprio Libro di Ricordi . A quanto pare, il medico aretino non aveva eccessiva stima delle proprie capacità, se stiamo almeno ad una lettera a Giovanni Neri, dove diceva ironicamente che aveva "abbozzato la figura" di certi "vermi piani" col suo "solito gentilissimo modo di disegnare". Per questo si riservava di "fargli disegnare dal naturale" da qualcuno del mestiere "un poco meglio". Probabilmente però si trattava di una delle sue solite ostentazioni di modestia, perché i numerosi protocolli anatomici dei Mss. 30, 32 e 34 della Biblioteca Marucelliana di Firenze, che riportano disegni di animali o di organi particolari, indicano che Redi possedeva una buona padronanza delle tecniche di raffigurazione naturalistica. Non bisogna infine dimenticare il fatto che lo scienziato aretino era un ottimo microscopista ed aveva messo a punto, insieme al pittore Filizio Pizzichi, la tecnica di disegnare ad "occhi veggenti", che consisteva nel fissare sulla carta un evento biologico mentre si sviluppava sotto l'oculare del microscopio.
Nella sua lunga carriera, che lo aveva visto attivo presso la Corte medicea per più di quarant'anni, Redi aveva avuto modo di conoscere le opere e di frequentare personalmente numerosi pittori: tra gli aretini aveva ammirato lo stile di Teofilo Torri, che aveva affrescato la cappella di famiglia della villa degli Orti, ad Arezzo, così come aveva apprezzato i disegni di Cantagallina e gli affreschi di Pietro Da Cortona; tra gli artisti che frequentavano la Corte aveva conosciuto i fiorentini Bartolomeo Bimbi e Carlo Dolci, il pisano Baldassarre Franceschini, detto Volterrano, il veronese Jacopo Ligozzi e il celebre ritrattista fiammingo Justus Sustermans. Impossibile sapere se, nel corso dei suoi due viaggi a Roma nel 1650 e nel 1654, Redi avesse avuto modo di visitare gli affreschi di Caravaggio, di Annibale Carracci e di Guido Reni. Ma, per quello che si può ricavare da una lettera senza data a Stefano Pignatelli, sembra proprio che l'allora giovane medico aretino avesse avuto modo di ammirare, oltre ai tesori archivistici della Biblioteca Vaticana, anche gli arredi e le pitture che illuminavano le chiese romane e gli appartamenti papali. Siccome il corrispondente romano lo aveva paragonato ad uno dei "grand'uomini" dell'epoca, lui, con la sua solita, ostentata modestia, aveva infatti replicato: "Io per me credo, e sia detto con pace di V. S. Illustriss., che io vi farei quella bella comparsa che farebbe, tra le pitture di Michelagnolo, di Raffaello, e di Tiziano, uno di quei rozzi scarabocchi che schiccherava co' suoi pennelli l'antico Margheritone di Arezzo".
In particolare Redi ebbe molta familiarità con Sustermans, che, non a caso, gli fece ben tre ritratti, purtroppo andati tutti perduti. Tra le lettere del naturalista aretino, precisamente in quella a Benedetto Menzini del 22 febbraio 1686, si può incontrare anche un giudizio sull'attività di ritrattista del pittore fiammingo. Parlando dei ritratti del "famoso Giusto Subterman", egli sottolineava che non solo erano "somigliantissimi all'originale", ma avevano il pregio di mostrare "più brillanti certe grazie, le quali ne' volti degli originali o non si ravvisano così alla prima, o veramente non vi sono così scintillanti".
Riferendosi agli artisti italiani del Rinascimento che avevano ottenuto risultati eccelsi nel genere della ritrattistica, Redi aveva citato, nella stessa lettera, "Tiziano e Raffaello" come i "due massimi pittori". Per quanto riguardava poi Tiziano, al quale forse andavano le sue preferenze, in un'altra lettera senza data evocava il suo nome per esprimere il proprio giudizio su un libro del naturalista inglese Robert Boyle. Ecco le sue parole: "Egli è un libro che chiaramente si vede che è lavoro e fattura di un grand'uomo, ed io lo rassomiglierei ad un quadro di Tiziano, in cui questo grande artefice avesse voluto dipingere la sua innamorata, e trasportato dallo affetto l'avesse caricata di tante e così belle fattezze, che avesse fatta sì, con tutte le eccellenze del disegno e del colorito, una bellissima figura, ma però in alcune parti non simile alla vera".
Nella corrispondenza Redi si compiaceva spesso di fare sfoggio delle proprie competenze in fatto di tecniche pittoriche e di storia della pittura. In una lettera a Lorenzo Magalotti del 9 febbraio 1683, ad esempio, riferendosi scherzosamente alle proprie qualità di verseggiatore, affermava che, se fosse stato "pittore", avrebbe voluto "imitare Tiziano e il Buonarroti, e non Carlino Dolci". In un'altra ad un corrispondente sconosciuto, riprendendo una definizione dei "professori di quest'arte", faceva riferimento alle "pitture fatte di colpi maestri", che, viste da lontano, fanno "bellissimo effetto", ma, osservate da vicino, mostrano "la ruvidezza de i colori, lo sfregamento delle pennellate ed altre simili imperfezioni". In un'altra lettera a Pier Maria Baldi, infine, lo scienziato aretino si divertiva a citare una "filastrocca" che riguardava il pittore fiorentino del Trecento Buonamico di Martino, detto Buffalmacco, che era stato attivo anche ad Arezzo. Dopo aver rivendicato di non essere in questo campo "
affatto affatto uno zoccolo", sosteneva che Buffalmacco "meriterebbe presentemente d'esser anteposto a Tiziano ed al divino Michelagnolo, che non si può dir più in là", per il fatto di aver realizzato "quella nobile, e sempre memoranda e sempre lodata invenzione" di stemperare i colori non con l'acqua ma con la vernaccia. Così, mentre prima le sue "pitture" erano "scolorite, pallidacce e muffate", dopo i suoi santi risultavano "giovialoni, allegrocci, pastricciani, che se ne diceva fino alle porte di Parigi".
L'interesse rediano per la pittura, in particolare quella di scuola fiamminga, appare ulteriormente avvalorato da un singolare protocollo di laboratorio, datato 17 marzo 1678 e trascritto nel Ms. 30 della Biblioteca Marucelliana. Per descrivere i villi delle membrane amnion e chorion in cui stava avvolto dentro l'utero un feto di istrice, Redi non trovava di meglio che ricorrere ad un'immagine pittorica: quella, ben nota agli studiosi di paesaggi fiamminghi, che raffigurava, in trasparenza, le smerlature delle foglie e dei rami. Scriveva Redi: "Si è detto che la membrana corion stava attaccata all'amnion in una parte laterale, nella quale attaccatura concorrono tutti i vasi sanguigni, che serpeggiano per lo corion suddetto; intorno dico a questa attaccatura nella membrana amnion si veggono moltissime ramificazioni di vasi sanguigni minutissimi, a foggia di tanti alberini che rassomigliano le frappe, le quali si veggono nei paesi fiamminghi stampati. Questi alberini pare che abbiano le loro origini, o radici d
ai vasi umbilicali, i quali stanno attaccati alla membrana amnion".

Remigio Cantagallina, Peschereccio all'ancora, Musées Royaux des Beaux-Arts, Bruxelles Remigio Cantagallina, Paesaggio toscano, Collezione privata Leonardo, Uomo vitruviano Pollino della gallina di Guinea Pidocchio del montone africano e Pollino della gallina di Guinea