Redi e il dialetto aretino indietro stampa ricerca

Redi visse quasi tutta la propria vita a Firenze, ma tenne sempre saldi i legami affettivi con la città natale. Nel 1669 ad esempio, quando venne il momento di far sposare il fratello minore Diego, dato che l'altro fratello Giambattista non aveva maschi, il padre Gregorio e il primogenito Francesco furono concordi nel cercare un partito adeguato ad Arezzo. Data, questa era la motivazione che veniva proposta a Giulio Giannerini, "l'inclinazione particolare che tutti noi abbiamo verso codesta nostra patria". In un'altra lettera allo stesso Giannerini, a proposito di certe fragole deliziose che gli erano state donate dal Granduca, grosse come corbezzoli, il naturalista ricordava che si trattava di quel frutto che "costà in Arezzo si chiama rosella". E aggiungeva, ironico: "Le dico questo, acciocché V. S. non pensi che il medico si sia scordato de' vocaboli paesani".
I riferimenti alla "patria" aretina si incontrano spesso nella corrispondenza rediana. In una lettera all'abate Francesco Bacci Redi parlava di "comune patria di Arezzo" e di "desiderio comune della patria". E la concittadina Faustina degli Azzi veniva omaggiata come "poetessa della nostra comune patria di Arezzo".
L'attenzione di Redi verso la propria patria e i suoi concittadini risulta evidente, com'è ovvio, attraverso il Vocabolario aretino ed altre composizioni dialettali, come l'Innamoramento e la Vendemmia di Cecco degli Orti. Si trattava però di esercizi letterari fatti "per scherzo", se non proprio di "delicta pueritiae" destinati a rimanere sepolti nel proprio archivio di manoscritti. Ben altro impatto e risonanza doveva avere un testo destinato ad avere una strepitosa fortuna editoriale come il Bacco in Toscana , nelle cui annotazioni si incontravano spesso riferimenti al dialetto aretino. Ecco, tra i tanti, una breve scelta di vocaboli dialettali: "Tra gli aretini oggi il nappo è un vaso di legno per uso di bere, e per altri usi nel tempo della vendemmia, e non solamente dicesi nappo, ma ancora nappa nel genere femminile". "Il nostro giuoco della lumaggé, per iscambiarsi in esso la carta che non piace con quella del compagno che è allato, è detto da ella non mi va a grè [...]. Questo giuoco tra gli aretini si chiama piacitella, cioè Ti piace ella?". "Tra gli aretini non esser una gnacchera vale lo stesso che non essere una cosa di poco momento". "Tra gli aretini vin forte vale lo stesso che vino puro e non innacquato, o come essi dicono non indacquato". "Tra gli aretini, e particolarmente nel contado, si continua all'usanza antica a dire biastimmiare, e biastimmia". "Tra gli aretini bufare vale lo stesso che nevicare con vento".
Con gli amici più intimi, come lo speziale livornese Diacinto Cestoni, Redi aveva l'abitudine di usare parole del proprio dialetto. Spesso, questo avveniva per lettera, e sembrava più che altro uno sfizio. L'8 ottobre 1686, per esempio, gli scriveva: "quel nulla al mio paese si dice covelle". Ma anche nel corso dei lunghi colloqui che i due scienziati avevano, in occasione dei loro incontri livornesi, Redi si divertiva a inframezzare le sue frasi con parole aretine. Forse lo faceva anche per prendere in giro l'amico, che doveva parlare una strana lingua impastata di inflessioni marchigiane, ereditate dalla nascita, e livornesi acquisite durante il lungo soggiorno nella città labronica. Parole aretine di uso tanto comune da essere imparate e poi adoperate dallo stesso Cestoni nelle sue lettere ad Antonio Vallisneri. In una di queste, ad esempio, compariva all'improvviso la parola "tuffete" per significare "ecco". Sapendo che essa sarebbe risultata strana al corrispondente emiliano, Cestoni precisava che l'orig
ine era rediana: "Quel vocabolo non è fiorentino: ma aretino, quale spesso spesso nel discorrer meco [Redi] parlava di quel linguaggio aretino, che è sciocco, tanto ne' vocaboli, quanto nelle desinenze, e lui ci burlava".