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Nata nel 1583 per volere di Leonardo Salviati, soprannominato l'Infarinato, l'Accademia ebbe fin dall'inizio come compito statutario di provvedere allo studio e alla conservazione della lingua italiana: in gergo cruscante "stacciare" la lingua levandone la crusca, cioè la parte impura. Nel 1590, quando gli accademici decisero che gli oggetti e la mobilia dell'Accademia dovessero avere un nome che fosse attinente al grano, alla crusca e al pane, fu scelto come simbolo il "frullone": lo strumento che serve a separare la farina dalla crusca mediante uno staccio manovrato da una ruota, e poggia sopra una cassetta dove cade la farina. Riferendosi al compito dell'Accademia di scegliere il fior fiore della lingua, venne adottato come motto il petrarchesco "il più bel fior ne coglie". All'interno dell'emblema lo statuto prescriveva ad ogni socio di inscrivere un elemento figurativo legato alla coltura del grano, un motto in volgare e un soprannome accademico, che dovevano essere raffigurati su supporti a forma di pal
a. Molte di queste "pale" sono ancora conservate presso la villa di Castello, sede attuale della gloriosa Accademia.
La Crusca si impegnò nella diffusione e nella salvaguardia del volgare toscano trecentesco, attraverso la compilazione di un Vocabolario che ne registrava l'uso corretto seguendo gli esempi dei maggiori scrittori del tempo: Dante, Petrarca e Boccaccio. In questo modo si impose anche per gli scrittori non toscani, che volevano abbandonare il loro dialetto per una lingua letteraria nazionale. Nonostante i canoni di conservatorismo linguistico a cui era improntato, il Vocabolario costituì una realizzazione culturale di grande prestigio, che si impose rapidamente in Italia e all'estero. Si trattava infatti della prima opera lessicografica dedicata ad una lingua moderna.
La prima edizione venne pubblicata a Venezia nel gennaio 1612, in un volume intitolato Vocabolario degli Accademici della Crusca. La seconda uscì nel 1623, ancora in un volume, mentre nel 1691 comparve a Firenze la terza edizione, ampliata in tre volumi. Il Vocabolario si proponeva di "mostrare le bellezze della lingua" e di "conservarla" appoggiandola all'uso scritto del Trecento. Gli scrittori fiorentini di questo secolo venivano citati in prima linea, riportando quando era possibile sia un passo in prosa che in versi; dei non fiorentini si citavano solo le parole "belle , significanti, e dell'uso nostro".
Redi era stato ammesso all'Accademia giovanissimo, il 15 luglio 1655, come ricordava nel proprio Libro di Ricordi (testo). Nel 1658 gli venne affidato un incarico che, in un certo senso, avrebbe condizionato tutta la sua vita futura. Ecco come Redi lo ricordava nel proprio diario: "Ricordo come dal Ser.mo Sig. Principe Leopoldo e da' Sigg. Accademici della Crusca fui eletto per uno de' Deputati alla correzione del vecchio vocabolario della Crusca e sopra la giunta del nuovo per la nuova edizione, e particolarmente in quello appartiene alle l[ing]ue greche e latine. Gli altri deputati sono il Sig. Andrea Cavalcanti, il Sig. Carlo Dati, il Sig. can.co Marucelli, il Sig. Valerio Chimentelli, il Sig. Michele Ermini, il Sig. Panciatichi, il Sig. Alessandro Segni".
Nell'Accademia della Crusca Redi svolse le funzioni di Arciconsolo dal 1678 al 1690, affiancato come Segretario da Alessandro Segni. L'Archiatra granducale partecipò attivamente alla compilazione della terza edizione del Vocabolario, non solo con la redazione di molte voci ma, soprattutto, con l'inserimento di una serie impressionante di enigmatiche falsificazioni.
In una lettera a Ménage del 21 ottobre 1689, quando ormai il faticoso cammino della nuova edizione sembrava in dirittura d'arrivo, Redi confessava di nutrire "un poco di vanagloria" a pensare che fosse stato proprio nel periodo del proprio Arciconsolato che era stata "lavorata e finita questa grand'opera". In realtà c'era ancora da lavorare. Il 17 dicembre Redi rinviava a Segni i fogli corretti delle lettere Q ed R che gli erano stati assegnati, implorandolo che, in considerazione della sua età, non gli fosse addossata "nuova fatica".
Secondo Redi, che così scriveva in una lettera a Francesco Eschinardi, "il primo, e principal fine de' Vocabolari" non era "lo insegnar le lingue, ma lo spiegare i significati delle voci, e la loro forza". Proprio per questo respingeva l'accusa dell'interlocutore di inserire nel Vocabolario della Crusca molti "vecchiumi, per non dire arcaismi"; anzi si faceva un vanto, "pel continuo lavoro nell'opera del Vocabolario", di avere "il capo pieno zeppo di arcaismi".
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