|
Il carteggio tra Francesco e Gregorio Redi comprende 72 lettere, di cui solo 4 del padre. Alcune, ma non molte, sono andate perdute. Il carteggio copre un arco temporale di più di trent'anni, dal novembre 1643 al giugno 1675: la prima lettera è di Francesco, e non a caso è anche quella di apertura dell'intera corrispondenza rediana, e ci presenta un giovane ambizioso e volitivo che scopre per la prima volta il mondo fuori della famiglia dall'angolo visuale dell'università di Pisa; l'ultima è di Gregorio, ormai sul letto di morte, rassegnato e prigioniero degli affanni e rimorsi che avevano tormentato tutta la sua vita. In ordine di grandezza il carteggio è il secondo dell'intera corrispondenza rediana, superato soltanto da quello tra lo scienziato e il fratello prediletto Giovanni Battista. Dal punto di vista umano è però forse il più significativo, perché per ogni uomo il rapporto con il padre rappresenta un grumo inestricabile di affetti, ma anche di rivalità, conflitti e risentimenti, che caratterizzano in modo decisivo la vita di ciascuno di noi. Questo sembra valere a maggior ragione per i nostri due protagonisti, che, partiti con pochi mezzi e grandi ambizioni dalla lontana provincia aretina, seppero fare della professione medica un formidabile strumento per vivere, fianco a fianco ma non sempre in sintonia tra di loro, una delle più folgoranti ed eccezionali carriere cortigiane d'ancien-régime.
Avendo abitato insieme per gran parte della vita, Francesco e Gregorio ebbero bisogno di scriversi solo quando l'uno o l'altro si trovava fuori casa. Questo capitò ovviamente più di frequente al figlio. Come negli anni 1643-1647 - quando era a studiare all'Università di Pisa -, oppure negli anni 1648, 1651, 1652, 1656, 1659, 1661, 1662 - quando soggiornò a più riprese ad Arezzo per seguire gli affari di famiglia -, oppure nel 1654 - quando si trasferì per diversi mesi a Roma -, oppure negli anni 1667, 1668, 1669, 1670, 1672 - quando iniziò a seguire la Corte granducale nelle sue tradizionali trasferte invernali a Pisa e a Livorno. Per contro il padre ebbe poche occasioni di scrivere al figlio; in pratica solo una volta nel 1661, quando fece un viaggio di pochi giorni ad Arezzo. Questa situazione avrebbe potuto cambiare decisamente dopo il maggio 1672, quando Gregorio lasciò Firenze e si ritirò nella città natale. Ma per varie ragioni - le sue cattive condizioni di salute, una evidente tensione nei loro rapporti, e soprattutto il fatto che Francesco scrivesse almeno una volta la settimana al fratello Giovanni Battista che abitava con il padre -, tutto questo non avvenne.
Secondogenito di Francesco di Bernardino, Gregorio Redi era nato ad Arezzo il 12 marzo 1600. Si era laureato in medicina a Pisa il 31 maggio 1622. Di lì a poco aveva sposato Cecilia Ghinci. Il 18 febbraio 1626 era nato il primogenito Francesco, seguito in un breve lasso di anni da altri tre maschi e quattro femmine. Dal 1633 al 1635 Gregorio aveva esercitato la professione privata a San Sepolcro; poi, a partire dal novembre 1635, aveva assunto la carica di "fisico", cioè medico condotto del Comune di Prato. A Prato la famiglia Redi rimase fino al 31 ottobre 1641, e dopo un breve ritorno ad Arezzo si trasferì nel novembre 1642 a Firenze. E mentre il padre muoveva i primi passi negli ambienti della nobiltà fiorentina e della Corte medicea, Francesco si era iscritto nel 1643 all'università di Pisa, dove il 1° maggio 1647 aveva conseguito la laurea. L'anno successivo, una volta superato l'esame del Collegio medico fiorentino, si era iscritto all'Arte dei medici e speziali ed aveva iniziato a praticare la medicina accanto al padre.
Francesco aveva allora ventun'anni, e il mondo si spalancava davanti a lui. Era un giovane nobile di grandi speranze, intelligente e colto, ricco e di gusti raffinati; il sapere medico di cui era detentore metteva nelle sue mani la vita di grandi uomini, che potevano decidere con un cenno del capo il suo destino. Il padre, che era forse più ambizioso, aveva riposto grandi speranze in lui. Come primogenito, sarebbe spettato a Francesco assicurare la discendenza della famiglia e l'integrità del patrimonio. Al secondogenito Giovanni Battista pareva riservata la carriera ecclesiastica; per questo il padre gli aveva fatto prendere gli ordini minori, e dopo la laurea in diritto del 1653, lo aveva mandato a Roma a cercare fortuna in Curia o al servizio di qualche cardinale. Per gli altri due maschi, Antonio e Diego, si sarebbe visto in seguito; le quattro femmine non costituivano un problema; per loro c'era solo una strada, quella del convento. Ma fin dall'inizio le cose non erano andate come sperava Gregorio. Francesco aveva sofferto fin da bambino di crisi epilettiche, ed anche per questo, oltre che per inclinazione personale, non aveva mai pensato di sposarsi. Parlando da medico a medico, in una lettera del 1662 aveva confessato al padre che doveva fare come se lui "non fossi al mondo", perché da parte sua poteva solo "aiutar la casa" con "le grazie" di cui gli era prodigo il Granduca. Giovanni Battista non aveva combinato a Roma nulla di buono ed era ritornato a Firenze senza un mestiere. L'altro fratello Antonio si era rivelato un vero manigoldo, che - sono parole del padre - non aveva "timore né d'Iddio né degl'huomini". Nel corso del 1655, disperato, Gregorio aveva addirittura ordinato che "fossi messo prigione", ma lui si era rifugiato in chiesa, e di qui "mandava sempre huomini a casa [...] a chieder denari", minacciando che "sarebbe venuto a sfondare ogni cosa" e con tutti "sempre diceva voleva amazzare Francesco". Poi, per fortuna, era scappato, andando di lì a poco incontro al suo tragico destino.
Ritornata la calma in famiglia, Gregorio e Francesco si erano dedicati anima e corpo ad una professione che, pur dando grandi soddisfazioni non conosceva - sono parole del figlio - "giorni né di festa né di riposo" ed obbligava a "lavorare senza pur un giorno dell'anno di requie". L'affermazione del "Redi giovane", come veniva chiamato a Palazzo Pitti, può essere seguita attraverso le cronache cortigiane a partire dalla seconda metà degli anni '50. Oltre allo spirito di sacrificio, Francesco vantava anche altre qualità, come la sua vena di poeta e letterato, che lo rendevano particolarmente apprezzato negli ambienti cortigiani. Nel 1655 era stato ammesso all'Accademia della Crusca e due anni dopo aveva partecipato alla fondazione dell'Accademia del Cimento. Nel corso dell'estate 1660 il giovane medico aretino si era ormai conquistato una posizione ufficiale a Corte; era a tutti gli effetti un cortigiano. Alle sue cure erano ricorsi in diverse occasioni il Granduca Ferdinando II, sua moglie la Granduchessa Vittoria della Rovere, i fratelli del Granduca, Mattias e il Cardinale Giovanni Carlo, l'erede al trono Cosimo e sua moglie Margherita Luisa d'Orléans. Il 26 novembre 1660 il Granduca lo aveva nominato ufficialmente medico personale della Granduchessa Vittoria, che avrebbe assistito poi ininterrottamente fino alla morte nel 1695. La consacrazione dell'ascesa sociale di Francesco e della sua famiglia avvenne il 28 novembre 1666, quando Ferdinando II emise un motu proprio con il quale lo nominava proprio medico personale con uno stipendio annuo di seicento scudi, attribuendogli anche la direzione della Fonderia e Spezieria granducale.
Questo atto, che realizzava il sogno che padre e figlio avevano a lungo perseguito e li accreditava ai vertici della comunità medica toscana, avrebbe anche costituito la premessa per la separazione dei loro rispettivi destini. A questo punto infatti, realizzati i propri sogni di affermazione sociale, Gregorio cominciò a coltivare l'idea di ritirarsi nella città natale, dalla quale era partito più di trent'anni prima; Francesco aveva invece trovato nella Corte la propria vocazione e il proprio ambiente. La separazione tra padre e figlio avvenne nel maggio 1672 quando, anche in seguito alla morte improvvisa della moglie Cecilia, Gregorio non seppe più resistere al desiderio di finire i propri giorni nella terra dei padri. E qui ricevette dalla Comunità di Arezzo il sigillo, tanto bramato, della sua personale affermazione sociale: la carica di Gonfaloniere di giustizia per il bimestre settembre-ottobre 1672. Si trattava di un onore che veniva attribuito per la prima volta ad un esponente della famiglia Redi, e che di fatto ne consacrava l'avvento ai vertici del potere municipale e del ceto nobiliare. A questo punto la carriera di Gregorio, e la connessa peregrinazione attraverso la Toscana, potevano dirsi concluse. Con un ritorno al luogo d'origine, venato di orgoglio municipalistico e di rassegnazione alla morte imminente, dopo i fasti della Corte granducale.
Francesco aveva altre idee ed altre aspirazioni per la propria vita. Non cullò mai, nonostante anche lui mandasse tutto il denaro che guadagnava ad Arezzo, il desiderio di ritirarsi nella città natale, tant'è vero che, nonostante la villa che aveva comprato agli Orti, ci ritornò solo una volta nel 1676, esclusivamente per rimettersi in forze dopo una grave indisposizione. Non per questo diventò però "cittadino" fiorentino, nonostante ne avesse il titolo e le prerogative. Non accarezzò mai vocazioni municipalistiche o ambizioni di prestigio nobiliare, rinunciando senza nessun rimpianto al titolo di "Balì di Arezzo" che gli sarebbe spettato come primogenito e titolare della commenda dell'Ordine di S. Stefano istituita dalla famiglia nel 1675. Era in tutto e per tutto un cortigiano, oltre che uno scienziato; Firenze e la Corte di Palazzo Pitti erano il suo vero mondo.
I rapporti tra Francesco e Gregorio non erano mai stati facili, nonostante fosse stato lui, tra i tre figli maschi superstiti, quello che era rimasto più a contatto con lui, ne aveva seguito le orme professionali e condiviso le speranze ed i successi di promozione sociale a Corte. Ma Gregorio aveva un caratteraccio, iracondo e taccagno, che certamente non aiutava a mantenere la serenità in famiglia. Non solo tormentava gli altri con i propri puntigli, ma, a quanto pare, non risparmiava nemmeno se stesso, arrovellandosi in una spasmodica ansia di prestigio e di ricchezza, che vedeva continuamente minacciata da una famiglia propensa al lusso e alla scialacqueria. Anche Francesco si era scontrato diverse volte con il padre, spesso proprio per questioni di interesse, ed in certi momenti, pur abitando nella stessa casa, padre e figlio non si rivolgevano nemmeno la parola. Gregorio si lamentava che il primogenito "lo strapazz[ava]", mentre l'altro sosteneva di avere la coscienza a posto. Entrambi non trovavano di meglio che sfogarsi, ciascuno per proprio conto, con Giovanni Battista. Il 3 novembre 1663 Francesco descriveva una situazione familiare insostenibile, che non lasciava intravedere soluzioni possibili se non nella sopportazione reciproca:
"Io non posso dirle altro, se non che nostro padre è un gran pezzo che non mi parla, né poco, né punto. Quello io me gli abbia fatto, io non lo so; so bene che egli si lamenta che io lo strapazzo. Se io non sapessi come sta la mia coscienza, le giuro che sarei in termini da far forse delle resoluzioni dannose, sì per li miei interessi, ma per lo meno sufficienti a levarmi di questo tormento così continuo. Basta, io soffro; io soffrirò sin che piace a Dio, e troverò e trovo sempre la consolazione in questo: che so come sta la mia coscienza; né che mai, né per pensiero, né per opera, ho fatto cosa alcuna che potesse portar detrimento né agli interessi della casa, né alla reputazione, né al rispetto, né all'ossequio che devo al padre. Iddio vuol così; bisogna aver pazienza".
Per contro Gregorio replicava, con evidente sarcasmo, il 1° dicembre che il figlio si dava arie di supponenza, forse per le sue entrature a Corte, che rendevano impossibile ogni dialogo:
"Dite al Sig.r Canonico Girolamo che io ho mostro la sua lettera a Francesco, circa quello desidera il Sig.r Donato Redi, e lui non ha detto cosa alcuna. Quando vole queste cose bisognia scriva a Sua Signoria, e non a me".
E si permetteva pure di rappresentarlo come un avaro ed un ingrato, proprio lui che per tutta la vita avrebbe pensato solo ad accumulare denaro e comprare terre ad Arezzo. Ecco la lezione di stile che indirettamente, ma in modo compiaciuto e perfino esibito, si permetteva di dare al primogenito in una lettera del 15 settembre 1663 all'altro figlio Giovanni Battista, che ad Arezzo si era trovato improvvisamente a dover fronteggiare la malattia della madre Cecilia e della serva Emerenziana, oltre che le croniche indisposizioni della moglie:
"Mi do da credere che per l'infirmità dell'Emerenziana habbiate chiamato altre donne, sì per seguire l'amalate, sì vostra moglie. Sento non so che cicalata dal Sig. Francesco, vostro fratello, che dice in contrario; non ho che dire, a me piace tener conto e non spendere a sproposito per havere commodità di alargar la mano ne' bisogni come sono questi; però fate circa ciò quanto bisogna".
Francesco aveva tuttavia un carattere prudente e la frequentazione della Corte lo aveva abituato a comprendere la psicologia degli uomini ed adattarsi alle situazioni più imbarazzanti. Il tempo gli aveva insegnato che era meglio non prendere di punta un padre nevrotico ed autoritario, che aveva la "benedetta natura" non solo di tormentare "se medesimo" e di vivere "in continuo tormento", ma anche di rendere la vita impossibile a quanti gli stavano vicini. Proprio per questo consigliava a Giovanni Battista il 5 novembre 1667 di accettare la realtà "in pace" e di "pigliarsela in pazienza". Una regola che, a tre anni di distanza, aveva ormai collaudato alla perfezione, se l'8 novembre 1670 gli scriveva che per fare i conti con "la natura del Signor padre" lui si regolava così: stava "tanto poco in casa" che "alle volte" passava anche "un mese" senza vedere in faccia "verun di casa". E perfino, concludeva, "quando vi sto, me ne sto chiuso in camera". Ma anche così non era facile andare avanti, tant'è vero che il 10 ottobre dell'anno successivo Francesco confessava candidamente al fratello di aver "perduto affatto la bussola" con il padre e di non vederci "più rimedio se non dalla mano misericordiosa di Dio".
Ad inacidire nel corso degli anni il carattere di Gregorio avevano certamente contribuito le sue numerose e ricorrenti malattie. Soffriva, secondo la diagnosi dello stesso Francesco, di "febbri catarrali" o "febbri reumatiche", cioè bronchiti e lancinanti reumatismi, che lo costringevano a letto con "dolori continui atrocissimi" e lo tormentavano "giorno e notte". Poi erano sopraggiunti "dolori d'urina", cioè calcoli renali e prostatite, che spesso gli facevano "orinare sangue". Una malattia incurabile, come aveva dovuto ammettere anche il figlio, riportando il parere di un "norcino" di Firenze che aveva sconsigliato di "venire al taglio" della "pietra del Signor padre". Ma soprattutto Gregorio era stato angustiato fin da giovane da tipici disturbi psicosomatici, come frequenti dolori di stomaco, affanni e disordini intestinali. Il suo collega Lattanzio Magiotti li aveva rubricati come una "indispositione fluatuosa di stomaco" in un paziente che rientrava "nel numero delli hypocondriaci e di temperamento assai bilioso e gracile". E Francesco aveva confermato che era proprio "quell'ipocondria" che il padre aveva "così fissa" in mente a rovinargli la vita.
C'era però un altro cruccio che attristava terribilmente Gregorio: il fatto di non vedere prospettive certe di continuità per la sua "casa". Il primogenito Francesco non aveva mai manifestato intenzione di sposarsi; il secondogenito Giovanni Battista si era sposato nel 1660 ma dopo dieci anni sua moglie non era ancora riuscita a portare a termine una gravidanza; l'ultimo figlio Diego aveva preso moglie nel 1669, ma dopo due anni nemmeno lui aveva un erede. Sentendo avvicinarsi la morte, Gregorio si era preoccupato per tempo di trovare gli strumenti legali per garantire l'integrità del patrimonio faticosamente accumulato. Il testamento, registrato nel marzo 1671, era ormai per lui l'appuntamento cruciale di tutta la vita. Tolti la parte legittima spettante alla moglie ed ai figli, aveva vincolato il resto dei propri possessi ad un fidecommisso, cioè ad un istituto giuridico molto diffuso all'epoca che, nell'intento di garantire alle future generazioni quote di patrimonio che sfuggissero alle vicissitudini della storia e alle dilapidazioni dei discendenti, legava l'asse ereditario ad una specifica linea di discendenza (normalmente la primogenitura), con il divieto dell'alienazione dei beni vincolati. Tuttavia, poiché al momento nessuno dei suoi figli aveva eredi, Gregorio era stato costretto a rinunciare alla soluzione di una primogenitura per intitolare il fidecommisso a tutti e tre congiuntamente.
Uno spiraglio di ottimismo si era improvvisamente profilato tra il settembre 1671 e il marzo 1672, quando, una dopo l'altra, tutte le due le nuore, Anna Nardi e Maria Chiara Gamurrini, avevano annunciato di essere incinta. Purtroppo però entrambe avrebbero partorito figlie femmine, e prima che questi eventi, davvero poco lusinghieri per le aspettative del capofamiglia, si realizzassero, nel corso del marzo 1672 era improvvisamente morta la moglie Cecilia.
Scosso nel fisico e nel morale, Gregorio aveva deciso su due piedi di lasciare Firenze e la professione medica per ritirarsi ad Arezzo. Francesco, a quanto pare, non fece più di tanto per fargli cambiare idea. La separazione dei rispettivi destini venne discussa e sancita piuttosto singolarmente, a quanto pare, tramite uno scambio di documenti scritti. Il padre aveva trasmesso al figlio una "scrittura", che non è stata ritrovata, ed il figlio aveva risposto con un lungo documento, senza data e destinatario, conservato alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Francesco lasciava al padre la decisione se restare a Firenze o ritirarsi ad Arezzo, ma era chiaro che lui preferiva la seconda soluzione. E chiudendo la propria lettera, si permetteva di dare anche un consiglio al padre, prendendo forse per la prima volta in vita sua il coraggio per dirgli - ma solo per iscritto - quello che pensava veramente di lui e della sua mentalità contorta:
"Si risolva ella dunque a quello che ella crede che sia il meglio per la sua sanità, pace e quiete. Le dico bene che per voler trovar questa pace e questa quiete (e abbia la pazienza se glielo scrivo qui perché non ho cuore da dirglielo a bocca, mentre sempre la veggo tanto conturbata) bisogna che V.S. mettendo in opera la sua prudenza, si levi di capo quell'ipocondria così fissa di darsi sempre ad intendere che ognuno la strapazzi e la schernisca, come se ogni uomo di questo mondo non avesse altro pensiero che di pensare a lei, e di burlare e di strapazzar lei, la quale non dà fastidio a nessuno, e non fa e non ha mai fatto male a nessuno. Faccia, per l'amor di Dio, riflessione a questo che io gli dico; e se ella vorrà usar la sua prudenza, conoscerà ch'io dico il vero, e troverà la sua pace e la sua quiete in tutti quei luoghi ne' quali le piacerà abitare".
Non è facile per lo storico riuscire a penetrare, sulla base di pochi documenti scritti, nella mente di personaggi di un passato così lontano e decifrare psicologie al limite del patologico e rapporti umani spesso indecifrabili. Non sembrano comunque esserci dubbi sul fatto che per Gregorio il figlio non lo considerava e non lo rispettava: ai suoi occhi "Sua Signoria" Francesco, come ironicamente lo chiamava, lo "strapazzava", lo "scherniva", e quel che è peggio, "si burlava" di lui. Poche parole, ma sufficienti per rendersi conto che probabilmente il contorto ego paterno di Gregorio mal sopportava il prestigio che il figlio si era conquistato presso il Granduca, la fama europea che gli avevano assicurato le sue opere scientifiche e, perché no, le grandi fortune economiche che si era conquistato. Non c'era dubbio infatti che in tutti e tre i campi, il figlio aveva nettamente superato il padre.
Padre e figlio separarono per sempre i rispettivi destini il 4 maggio 1672. Una data che Francesco annotò a lettere cubitali nel proprio diario, perché quel giorno provò una sensazione di libertà e di felicità, che anche la sua prosa dimessa e misurata riusciva a stento a mascherare. Ecco le sue parole:
"Ricordo come questo giorno suddetto quattro di maggio 1672 il Sig.r Gregorio Redi, mio padre, si partì di Firenze per tornare ad abitare in Arezzo: onde rimasi solo in Firenze, giacché il Sig.r Diego, mio fratello, dee trattenersi in Arezzo per la sua carica della Provveditoria della Fortezza, ed il simile il Sig.r Giovanni Battista, mio fratello, per essere egli Soprintendente de' fiumi e strade della città di Arezzo. Onde, essendo rimasto qui in Firenze solo, da qui avanti scriverò più puntualmente in questo libro molti de' miei interessi e della casa".
Rimasto finalmente "solo", all'età di quarantasei anni Francesco sentì forse per la prima volta l'ebbrezza di vivere come pareva a lui. Cambiò casa, lasciando quella ormai troppo grande vicino al Canto dei Soldani; si trasferì in una più piccola e confortevole di via de' Bardi, e da quel momento in poi non ebbe più nessuno a cui rendere conto delle proprie azioni e del proprio stile di vita. Meno entusiasmanti erano certamente le prospettive di Gregorio, che cercò di trovare soddisfazione negli onori che gli gantivano la propria ricchezza e la posizione sociale conquistata.
Per qualche tempo padre e figlio si mantennero a distanza. Lo dimostra chiaramente il fatto che, nei tre anni di vita che sarebbero restati a Gregorio, la loro corrispondenza registrò solo sei lettere, di cui due proprio di quest'ultimo. Ed anche nella corrispondenza di Francesco con Giovanni Battista e sua moglie Anna compaiono solo brevi, fugaci saluti al padre. Lo stesso discorso vale per il proprio diario personale, dove Francesco avrebbe continuato di tanto in tanto a parlare del padre, ma solo per annotare un pagamento, l'acquisto di qualche medicina, l'invio di "quattro" fiaschi di vino, di "cinquanta cantucci" ed un po' di cioccolata. Poi nell'inverno 1674, sentendosi ormai prossimo alla morte, Gregorio aveva ripreso in mano il testamento del 1671. Le prospettive di continuità della "casa" si erano fatte ancora più incerte. Francesco aveva ormai da tempo rinunciato all'idea di farsi una propria famiglia; Giovanni Battista e Diego avevano avuto nel nel corso del 1672 tutti e due una figlia. Per di più la moglie del primo, Anna, non avrebbe più potuto, per motivi di salute, affrontare nuove gravidanze. Tutte le speranze ricadevano ormai soltanto su Maria Chiara.
A quanto pare Francesco si era fatto forte dei propri diritti di primogenito ed aveva voluto dire la sua in un affare di così vitale importanza. Verso i primi di novembre del 1674 aveva preso carta e penna e detto chiaramente quello che pensava sull'eredità. La lettera è andata perduta, ma è rimasta la risposta di Gregorio del 20 novembre 1674. Si tratta di un documento drammatico, pieno di rabbia e di acrimonia, che sembrava porre fine in modo plateale alla loro corrispondenza. Il padre concludeva infatti con l'intimazione al figlio di non prendersi in futuro "altra briga di scrivere", tanto più che - aggiungeva con tono sarcastico - "non havete tempo, sì anco perché il tanto scrivere non faccia danno a' vostri occhi". Padre e figlio non erano per niente d'accordo sul modo migliore per assicurare la conservazione del patrimonio all'interno della famiglia. Gregorio guardava lontano, agli interessi della "casa", ed intendeva procedere così. Tolte le quote personali spettanti per legge ai tre figli, con il resto aveva già istituito con il testamento del 1671 un fidecommisso, cioè aveva vincolato i beni lasciati ai figli in modo che, in mancanza di eredi maschi, essi passassero ai discendenti di un altro ramo della famiglia Redi, quella del cugino Baldassarri, e non alle loro rispettive figlie e mariti. Contestualmente e con la stessa finalità intendeva ora istituire una commenda o baliato nell'Ordine di S. Stefano, vincolando i beni portati in dote dalla moglie, che a suo dire ammontavano ad almeno dieci mila. Soluzione che Francesco aveva criticato con l'argomento che l'Ordine non accettava baliati con patrimonio così limitato. Egli suggeriva invece di consentire a Giovanni Battista e Diego di mettere le loro parti di eredità in una commenda o baliato, previo scorporamento dal fidecommisso paterno di ulteriori quattro mila scudi ciascuno, in modo da aggirare il vincolo del patrimonio. Il padre però teneva duro, temendo giustamente che l'istituendo baliato finisse per ridurre il proprio fidecommisso ad un "fidecommisso di stracci", cioè di appena qualche migliaio di scudi, che avrebbe fatto ben misera figura di fronte al "fidecommissone" che stava preparando il suo primogenito. Per far questo ricorreva con una certa abilità a tutte le risorse della propria vena retorica, alternando il doppio registro dell'autocommiserazione e dell'adulazione del figlio. Parlando di se stesso si raffigurava come un vecchio "miserabile" e "barbogio", ormai con un piede nella fossa. Descrivendo invece la vita di Francesco lo colmava di elogi talmente eccessivi da risultare insinceri: diceva che aveva "cumulato tanto denaro e argenterie" da avere "di denari piene le borse, li stipi e ogni sorte di ripostiglio"; aggiungeva che il Granduca gli concedeva ogni grazia "subito aperta la bocca"; e concludeva lusingandolo come un uomo "opulento e ricco e grande" che non si era "contentato di avere un palazzo a gl'Orti il più bello che fosse in questi paesi", ma di aver "voluto di più accrescerlo con tanta grandezza e magnificentia che, quando sarà finito, non sarà più palazzo per semplice cittadino, ma sì bene per ogni maggior titolato ed anco per ogni cardinale".
La lettera di Gregorio traboccava di frementi pulsioni di risentimento e malcelata gelosia nei confronti dei successi del primogenito, oltre che di ostilità nei confronti degli altri figli che vivevano con lui ad Arezzo. Ai suoi occhi Francesco si era addirittura permesso di fargli lo "scherno" di esibirgli gli "strapazzi" e le umiliazioni che gli venivano "quotidianamente" fatti in casa. Pur essendo "hora mai barbogio" - chiosava sarcastico - non aveva certo bisogno che qualcuno gli ricordasse la miseria della propria vecchiaia. Tanto meno domandava al figlio di aiutarlo a liberarsi "da così gran travaglio", anche perché accettava questa condizione come una specie di "martirio" che gli avrebbe forse risparmiato qualche pena nell'altra vita; del resto non aveva difficoltà a rinfacciare al figlio, che pure aveva fatto "tanti favori" ad un'infinità di amici e conoscenti, di non aver "mai voluto dare un minimo aiuto" a lui. Anche di questa cocente ingratitudine rendeva grazie a Dio, che lo aveva voluto in questo modo "gastigar[e] e chiamar[e] a sé".
Seguirono mesi di silenzio e di gelo tra padre e figlio. Ma a Firenze Francesco lavorava in segreto per ottenere una deroga all'istituzione di un baliato nell'Ordine di S. Stefano che non rispettava le norme giuridiche in vigore. Il 22 febbraio 1675 la cosa era quasi fatta: aveva ricevuto l'autorizzazione del Granduca per fondare un baliato con un patrimonio di appena dieci mila scudi, nonostante le riserve dei suoi ministri. Invano si raccomandava di tenere "ogni cosa segreto"; i fratelli ad Arezzo già si facevano grandi della novità nei luoghi tradizionali della socialità aretina, come "alle Logge, al Canale, alla Piazzuola" (14 febbraio). Il 16 marzo il Granduca aveva dato formalmente "il placet", anche se permanevano difficoltà di non poco conto perché bisognava "passare per le mani de' ministri" (22 marzo). Nonostante la propria primogenitura, Redi non solo aveva rinunciato al titolo di Balì a favore del secondogenito Giovanni Battista, ma aveva dato la precedenza anche all'altro fratello Diego nell'ordine, puramente teorico, della successione (27 aprile). Il 4 maggio anche l'ultima "difficoltà" legata al patrimonio conferito al baliato era "sopita". Mancava solo la firma del Granduca sotto l'atto, che venne apposta il 1° giugno.
Nel frattempo ad Arezzo le condizioni di salute di Gregorio si erano seriamente aggravate. L'unica sua consolazione era probabilmente il fatto che la nuora Maria Chiara era nuovamente incinta. Il quadro clinico era apparso subito preoccupante, se fin dall'11 maggio Francesco si rammaricava con il fratello Giovanni Battista che Dio volesse infliggere al padre "il Purgatorio in questo mondo". Premurosamente il figlio si raccomandava di dirgli che non mancava "continuamente di far fare orazione per lui". Ormai allo stremo delle forze, Gregorio aveva ripreso carta e penna per scrivere la sua ultima lettera al primogenito. Non portava data, ma può essere attribuita ragionevolmente alla seconda metà del mese di giugno. Il tono era conciliante, ben diverso da quello sarcastico e minaccioso della precedente lettera del 20 novembre. Ricordando un preciso avvertimento di Francesco cui non aveva al momento tenuto conto, Gregorio ammetteva di aver "riletto" il testamento e verificato che "era vero" che si prestava ad alcune conseguenze indesiderate. Poteva infatti darsi il caso che, avendo Giovanni Battista e Diego al momento una figlia ciascuno (ma Diego avrebbe potuto averne altre), la decisione di concedere loro una dote di duemila cinquecento scudi avrebbe potuto impoverire di molto il patrimonio conferito al fidecommisso. Per evitare questa eventualità Gregorio si mostrava disponibile ad aggiungere "un codicillo" al proprio testamento e chiedeva al figlio di prendere consiglio "da qualche avvocato di prima riga" di Firenze. Cosa che certamente egli avrà fatto.
Verso la fine di giugno Gregorio aveva avuto una ricaduta del suo "così tormentoso e grave male, e così penoso". Oltre a raccomandarsi a Dio, il figlio sollecitava di addolcire con "larghe e copiose bevute di acqua" la sua febbre e "gli acidi vitriolati di acqua forte della sua urina". E per ritemprare anche il suo spirito con un'iniezione di sana soddisfazione per le fortune della "casa" gli faceva sapere che un suo discendente, nella persona di Giovanni Battista, avrebbe potuto fregiarsi del titolo di "Balì di Arezzo", perché "il negozio" del baliato era "spedito, speditissimo". Ma ormai Gregorio era agli estremi e gli ultimi atti burocratici di definizione del baliato coincisero con la sua agonia. Il 3 luglio Francesco non trovava di meglio che fare sapere che lui faceva "pregare continuamente Iddio pel S.r padre", che era in preda alla febbre ed a dolori che sarebbero stati "insoffribili" per chiunque non li avesse accettati come una forma di "Purgatorio" in terra. Il 5 luglio, ormai sul letto di morte, Gregorio aveva trovato la forza per firmare, alla presenza del notaio Ruscelli ed altri testimoni, un'integrazione al proprio testamento, che recepiva chiaramente i desiderata del primogenito. Dopo aver dichiarato che era "sanus Dei gratia mente, sensu, visu, auditu et loquela, licet corpore languens et in lecto jacens", il moribondo ribadiva la decisione che gran parte del patrimonio restasse indiviso tra i tre eredi. Nel contempo però assegnava alcuni beni direttamente a Francesco, tra i quali la villa degli Orti, e soprattutto consentiva ai figli di alienare beni dal fidecommisso fino ad una cifra complessiva di mille e ottocento scudi. Aveva prevalso, come in tutte le cose umane, una soluzione di compromesso. A novembre Gregorio aveva respinto con sdegno la proposta che i figli potessero disporre in piena proprietà di beni per un valore di quattro mila scudi; sei mesi dopo, ormai alla fine della vita, aveva accettato di concederne loro mille e ottocento.
Ormai la vita di Gregorio era all'epilogo. L'ultimo atto lo registrò l'8 luglio, firmando insieme ai figli l'atto del notaio Ruscelli con il quale accettavano il "rescritto" del Granduca del 1° giugno e nominavano "loro procuratore" Francesco affinché stipulasse il contratto con l'Auditore dell'Ordine, il senatore Ferrante Capponi. Quello stesso giorno, o quello immediatamente successivo, Gregorio esalava l'ultimo respiro. Il contratto con l'Ordine di S. Stefano venne firmato a Firenze il 16 agosto; il giorno prima Francesco aveva ricevuto una lettera da Arezzo che gli annunciava la nascita del primo nipote maschio, al quale non a caso era stato dato il nome di Gregorio. I due fatti erano strettamente legati tra loro, e giustamente lo scienziato appariva euforico. Lo scopo per il quale il vecchio padre aveva lottato senza tregua, anche a costo di scontrarsi con i desideri e le aspettative dei figli, poteva considerarsi finalmente realizzato. Purtroppo per lui, la fiammella della vita si era spenta poco prima di ricevere questa soddisfazione, che, chissà, forse lo avrebbe ripagato di tutte le angosce, le mortificazioni ed i patimenti di un'esistenza certamente infelice.
Per quanto a noi possa apparire sorprendente, Francesco non si recò ad Arezzo per il funerale del padre. Non ritenne nemmeno di dover annotare questo evento, così decisivo nella vita di ognuno, nel proprio diario personale: forse perché non comportava, sul momento, nessuna conseguenza economica. Tuttavia in seguito, con il passare degli anni, forse ebbe qualche rimpianto per quella arcigna figura di padre, che lo aveva iniziato alla medicina e alla vita di Corte, e dal quale aveva imparato tanto della vita e degli uomini. Chissà, forse si sarà anche pentito di certe sue scelte e giudizi. Fatto sta che dieci anni dopo, nell'agosto 1682, volle in tutti i modi che da Arezzo gli fosse mandato il ritratto di Gregorio per conservarlo in casa a Firenze. Ecco infatti quello che il fratello Giovanni Battista scriveva alla moglie Anna in data 19 agosto:
"Di più agli Orti in camera terrena accanto la scala che va in sala vi è il ritratto del S.r padre; V.S. lo faccia pigliare e sconficcare dal telaio, e lo faccia aggoluppare e lo mandi quaggiù che il S.r Francesco lo vuole".
Chissà, forse era il segno di un legame dal quale, nel bene e nel male, nessun uomo può prescindere.
W. Bernardi
8 aprile 2004
|
|