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Pubblicando il 25 gennaio 2002 su questo stesso sito un saggio intitolato "Redi a Prato" avevo esordito dicendo che "la consultazione sistematica dei fondi ancora inediti della Corrispondenza rediana" era suscettibile di "riservare delle sorprese davvero imprevedibili per lo storico", che potevano anche portare a "riscrivere intere pagine della biografia dello scienziato". Si trattava, appunto, della scoperta che Francesco Redi aveva passato gran parte della propria fanciullezza a Prato. Da allora, proseguendo nell'esplorazione dei fondi rediani delle biblioteche fiorentine, ho potuto verificare sulla mia stessa pelle questa facile profezia. Non solo ho infatti trovato altri documenti relativi al soggiorno pratese di Redi, ma ho scoperto che già in precedenza egli aveva lasciato Arezzo per andare ad abitare in un'altra città della Toscana: precisamente Sansepolcro. Dopo essersi laureato in medicina a Pisa il 31 maggio 1622, Gregorio Redi, il padre di Francesco, aveva sposato nel 1625 Cecilia Ghinci. L'anno dopo, il 18 febbraio, era nato il primogenito. Nel 1628 era nata, sempre ad Arezzo, la prima femmina, che si sarebbe fatta suora con il nome di Maria Cecilia. Nel frattempo, oltre a curare l'amministrazione dei propri possedimenti fondiari, Gregorio aveva iniziato a praticare la professione privata. Attività che conduceva ancora nell'ottobre 1630, come risulta da un'indagine statistica sui medici ed i cerusici operanti nel territorio del Granducato di Toscana che il Magistrato della Sanità di Firenze aveva deciso come misura preliminare per fronteggiare l'epidemia di peste che all'inizio di agosto si era manifestata a Trespiano, alle porte di Firenze, e nel contado di Prato. Il 12 ottobre 1630, infatti, i responsabili della sanità fiorentini scrissero una circolare a tutte le autorità locali del Granducato per avere un censimento del personale medico. Nel giro di un mese arrivarono le risposte. Per Arezzo il locale Commissario segnalava il 22 ottobre la presenza in città di otto medici, tra i quali Gregorio Redi, di anni trenta, sposato con figli (Cfr. C. M. Cipolla, La professione medica in Toscana nel 1630, in Contro un nemico invisibile. Epidemie e strutture sanitarie nell'Italia del Rinascimento, Bologna, Il Mulino, 1985, p. 326).
La disposizione del Magistrato fiorentino non si limitava a chiedere i nomi dei medici, ma imponeva loro anche di firmare un atto che li impegnava a non lasciare la sede in cui si trovavano ed a restare a disposizione delle autorità sanitarie per ogni evenienza. Questo significa che Gregorio Redi rimase ad Arezzo – che non fu colpita dalla peste – almeno fino alla fine del 1631, quando gli ultimi focolai di epidemia scomparvero dal Granducato. Nell'agosto di quello stesso anno la famiglia Redi era stata allietata dalla nascita di un secondo maschio, Giovanni Battista. Qualche tempo dopo, in un'epoca che per il momento non è possibile precisare ulteriormente, ma certamente successiva alla nascita di Giovanni Battista, Gregorio Redi si trasferì a San Sepolcro, dove iniziò una brillante carriera di medico condotto comunale che lo avrebbe portato in poco più di una ventina d'anni, con l'ingresso nella Corte granducale, a raggiungere il vertice della professione medica in Toscana. La notizia si ricava da una lettera inedita di Francesco a Giovanni Battista dell'8 ottobre 1679, nella quale, riandando con la mente agli anni della loro infanzia, ricordava al fratello che "il nuovo Depositario" che stava per arrivare ad Arezzo era "figliuolo del già S.r Cav.r Bonsi, il qual S.r Cav.r Bonsi era Commissario al Borgo S. Sepolcro quando noi abitavamo in quella città". E proseguiva: "Fu quegli che dette i primi motivi a nostro padre di venire a stare a Firenze; e quando nostro padre vi venne, il suddetto S.r Cavaliere lo protesse sempre e l'aiutò con grandissima cortesia" (Biblioteca Mediceo Laurenziana di Firenze, Ms. Ashburnam 414, cc. 168r-168v).
La famiglia Redi rimase a Sansepolcro fino all'autunno 1635, quando si trasferì non a Firenze – come potrebbe sembrare dalla lettera appena citata – bensì a Prato, dove il 1° novembre Gregorio prese servizio come medico condotto del Comune.
La consultazione dei Diurni del Consiglio generale della città, cioè i verbali delle deliberazioni del supremo organo decisionale, consente di seguire passo dopo passo questo importante capitolo della vita di Gregorio, ed implicitamente del suo figlio primogenito. Nel corso dell'estate 1635 si erano liberati entrambi i posti di medici condotti del Comune di Prato. Il 25 giugno, infatti, il Consiglio aveva preso atto che che "Mr. Remiglio Migliorati, uno de' fisici di questa Comunità", aveva chiesto "licenza dalla sua carica"; la richiesta era stata approvata a condizione che egli continuasse "in detta carica per tutto il mese di ottobre 1635". Di conseguenza il 15 agosto venne deliberato di inviare "i bandi", affinché chi aspirava "alla carica del medico in luogo di Mr. Remigio Migliorati, quali ha dimandato licenza", presentasse regolare "petitione" al Cancelliere "in termine d'otto giorni". Intanto qualche giorno prima, l'11 agosto, era stata messa ai voti "la conferma" dell'altro medico, "Mr. Giobatta Serrati", ed inaspettatamente il responso era stato negativo: 28 voti a favore e 42 contrari. Il 18 agosto egli rinunciava pertanto ad ogni soluzione che gli venisse proposta "per la nuova rafferma della sua condotta". Ed allora, nel corso della stessa seduta i consiglieri comunali di Prato, "stante la renuntia di Mr. Giovanni Serrati, medico fisico di questa Comunità", nominarono una commissione di due persone "per la nuova elettione da farsi di detto medico". Sulla base delle decisioni del mese di agosto, il Consiglio generale della Comunità pratese deliberò il 1° settembre di pubblicare un secondo bando, rivolto a chi intendesse concorrere "alla carica di medico fisico, in luogo di M.r Giovanni Battista Serrati che ha renuntiato", con il solito termine "d'8 giorni" per consegnare "la sua petitione in mano del Cancelliere". Il 12 settembre vennero messe ai voti le cinque domande pervenute per il primo bando, quello relativo alla condotta di Migliorati. "Mr. Gregorio Redi d'Arezzo" riportò "fave 59 nere", cioè la quasi unanimità, gli altri via via a scalare: "talché risultò vinto per legittimo partito solamente M.r Gregorio Redi". Contestualmente, visto che le domande erano state in tutto cinque, si decise di procedere ad una seconda votazione di ballottaggio tra i restanti quattro candidati per ricoprire anche il posto di Serrati, e risultò eletto Cosimo Del Rosso di Borgo a Buggiano. Nello stesso tempo i previdenti consiglieri si premurarono di deliberare che, "stante il poco tempo che hanno li due medici di nuovo vinti a venir a pigliar la loro condotta, et potendo darsi caso che non possino venir al tempo che gli medici di già condotti forniscano la loro condotta", le funzioni fossero svolte nel frattempo, vista l'indisponibilità di Serrati, da "M.r Remigio Migliorati". Seduta stante, il vice-cancelliere Leonardo Tommasi scrisse "due lettere alli due medici che erano stati vinti come sopra, et datoli notitia della loro elettione et mandatali dette lettere per due donzelli a posta" (Archivio di Stato di Prato, Archivio storico del Comune, Diurni, n. 228, cc. 3v, 5r, 5v, 6r.).
Nemmeno una settimana dopo, il 18 settembre, veniva letta in Consiglio una lettera di Del Rosso, "uno de' medici eletto", che accettava la condotta ma chiedeva una dilazione per dar modo al Comune dove esercitava, che era Castelfranco di Sotto, si provvedesse di un altro medico. Venne deciso di concedergli di prendere servizio "per tutto febbraio, sì per commodo suo come per commodo del medico che resta qui per modum provisionis", cioè Migliorati. Nello stesso tempo il Consigliò deliberò il rimborso spese per donzello del Comune che era andato "al Borgo a S. Sepolcro a far sapere a M.r Gregorio Redi che è stato vinto per uno de' medici di questa Terra". E il 1° novembre, puntualissimo, Gregorio Redi si presentò alla "ringhiera", cioè alla tribuna del Consiglio generale, per prestare giuramento ed assumere la carica: "Incontinente entrato dentro M.r Gregorio Redi d'Arezzo, medico fisico di questa Comunità nuovamente eletto alla carica di Fisico di questa Terra, s'offerse fare il possibile per servitio di questo universale ringraziandoli dell'elettion fatta in lui alla detta carica (Ivi, cc. 7r, 20r).
Ovviamente Redi portò con sé a Prato tutta la famiglia, lasciando al fratello Girolamo il compito di affittare la propria casa di Arezzo, ormai rimasta vuota. Lo si ricava da una lettera di Girolamo del 20 dicembre 1635, con la quale, oltre a chiedere istruzioni in proposito, inviava i propri auguri di Natale anche "alla Sig.ra cognata e a tutta la sua famiglia". Ma l'importanza della lettera non sta tanto nel contenuto, quanto nell'indirizzo, che recita: "Al molto Ill.re et molto Ecc.te Sig.r et P.rone / Ecc.mo il Sig.r Gregorio Redi Fisico di Prato / Fiorenza per Prato" (Nel precedente saggio pubblicato su questo stesso sito con il titolo di "Redi a Prato" avevo datato la lettera 1639, stante la difficile lettura del manoscritto, ma un'attenta analisi del contenuto dimostra che l'anno giusto è il 1635). Gregorio aveva lasciato i propri affari ad Arezzo nelle mani del suo agente Bastiano Signoretti. E proprio la corrispondenza con Signoretti rivela che, oltre che a fare il medico, egli aveva cominciato a dedicarsi, appena arrivato a Prato, anche a più vili interessi mercantili. Il 15 settembre 1636 Signoretti gli scriveva infatti per informarlo che gli aveva appena inviato, come richiesto, tre "filiatori" di cui specificava anche i nomi, ai quali aveva consegnato dei soldi contanti in anticipo. E ancora una volta è importante l'indirizzo: "All'Ill.mo et Ecc.mo P.ron mio / Oss.mo il S.r Gregorio Redi / a Prato" (Biblioteca Marucelliana di Firenze, Ms. Redi 15, cc. 247r, 248v).
La corrispondenza tra Redi e Signoretti consente anche di decifrare il significato di un altro atto, più significativo ed anche singolare, che l'agente aveva effettuato appena qualche mese prima ad Arezzo. Il particolare ci è rivelato da un'annotazione del Libro di ricordi di Gregorio, conservato all'Archivio di Stato di Arezzo, che alla data del 12 luglio di quello stesso anno 1636 recita: "Ricordo come sotto il dì detto il S.re Stefano Vacchi, aretino, fece il queto al S.r Gregorio Redi, suo cognato, di quello detto Sig.r Gregorio gli haveva promesso per dote della S.ra Maddalena Ghinci, sua cognata. Rogò il contratto S. Bastiano Balsimini, notaio aretino, et il denaro fu pagato per mano di Bastiano Signoretti aretino, agente del sopraddetto Sig.r Gregorio" (Archivio di Stato di Arezzo, Filza di ricordi della famiglia Redi, c. 3r). In sostanza era stato il cognato e non il suocero – o comunque i suoi familiari – a pagare a Stefano Vacchi la dote di Maddalena Ghinci, sorella di Cecilia.
A Prato la famiglia Redi rimase ininterrottamente sei anni, dal 1° novembre 1635 al 31 ottobre 1641. Per due volte di seguito, infatti, il Consiglio della Comunità di Prato rinnovò a Gregorio la condotta di medico-fisico: il 19 agosto 1637 per il biennio 1637-1639 e il 3 agosto 1639 per il biennio 1639-1641 (Archivio di Stato di Prato, Archivio storico del Comune, Diurni, n. 228, cc. 133r-133v; n. 229, c. 131v). Poi il 1° agosto 1641, approssimandosi la scadenza del terzo biennio di contratto, Redi presentò le dimissioni dalla carica. Il Consiglio generale, "stante la renuntia che fa Mr. Gregorio Redi, medico fisico", e "convenendo prendere un soggetto in suo luogo", decise di prendere "l'informazioni opportune delle qualità di chi si volesse cimentare a detta carica", deputando a questo incarico a Firenze Domenico Pandolfini e Paolo Verzoni, ed a Prato Antonio Bizzocchi e Jacopo Benamati. Il giorno dopo venne formalizzata la delibera di emissione dei "bandi" per "chi si volesse cimentare per medico fisico della Comunità". Intanto il 20 agosto l'altro medico condotto, Cosimo del Rosso, aveva avuto la conferma biennale del suo incarico, mentre il 28 ottobre, in base alle indicazioni della commissione nominata all'inizio del mese, venne recepita la nomina del sostituto di Redi e letta in Consiglio "la lettera di Mr. Francesco Fucini, medico nuovamente eletto per due anni, contenente che accettava la carica et che presto saria venuto ad esercitarla". Contemporaneamente veniva stanziata una cifra per il "donzello" Martinuzzi che aveva portato a Lucignano, dove Fucini esercitava, l'ordine di entrare in carica "al principio di novembre prossimo a venire". Al termine della procedura, il 4 novembre, Fucini si presentò davanti al Consiglio e diede "incominciamento al suo carico" con il rituale giuramento, salvo poi chiedere una licenza di quindici giorni il 6 novembre "a effetto di poter condurre in Prato la sua famiglia" (Ivi, Diurni, n. 230, cc. 92v, 93v, 98v, 122r, 122v).
Durante il soggiorno pratese Gregorio Redi mantenne legami molto stretti con Arezzo, visti i notevoli interessi economici e sociali che vi aveva lasciato, come indica anche il fatto che il 30 maggio 1640 ottenne dal Consiglio generale della città natale la concessione del primo grado di nobiltà, cioè del patriziato. Ma del carteggio di questo periodo con il fratello Girolamo è rimasta una sola lettera, datata 20 dicembre 1639. Girolamo si limitava ad inviare i propri auguri di Natale al fratello, oltre che "alla Sig.ra cognata e a tutta la sua famiglia". Significativo è però ancora una volta l'indirizzo: "Al molto Ill.re et molto Ecc.te Sig.r et P.rone / Ecc.mo il Sig.r Greg.o Redi Fisico di Prato / Fiorenza per Prato" (Bibiblioteca Marucelliana di Firenze, Ms. Redi 17, cc. 81r, 82v). La vicinanza di Prato a Firenze aveva certamente favorito i contatti di Gregorio con gli ambienti ufficiali della capitale, come sembrano indicare anche le tre lettere, conservate nel Ms. Redi 12 della Biblioteca Marucelliana, indirizzategli da Girolamo Franceschini il 26 marzo, il 4 aprile, il 6 e il 9 giugno 1640. Quest'ultima qualificava nell'indirizzo Gregorio Redi come "Medico in Prato" (Ivi, Ms. Redi 12, cc. 281r-288v).
A Prato, tra l'altro, la famiglia Redi era stata allietata dalla nascita di ben tre figli: Anna (che si fece suora con il nome di Maria Diomira) nell'agosto 1636, Angiola (che prese i voti con il nome di Angiola Felice) nell'agosto 1638, e l'ultimo maschio Diego nel marzo 1640. Sul registro dei battezzati della Pieve di S. Stefano, conservato all'Archivio di Stato di Prato, si possono infatti leggere i verbali dei relativi battesimi. Anna era stata battezzata il 23 agosto 1636 ed aveva avuto come "compare il Can.co Niccolò Verzoni" e come "comare Maria di Niccolò Mochi, ambedue di Prato" (Archivio di Stato di Prato, Stato civile 3002, Vacchetta dei battezzati maschi e femmine dal 1635 al 1637, c. non numerata); Angiola era stata battezzata il 13 agosto 1638 ed aveva avuto come "compare Francesco Inghirami" e come "comare Paola di Tommaso Mochi, ambedue di Prato" (Ivi, Stato civile 3003, Vacchetta dei battezzati maschi e femmine dal 1637 al 1642, c. 116r); Diego era stato battezzato il 4 marzo 1640 ed aveva avuto come "comare la S.ra Lucretia del S.r. Sergente Verzone Verzoni di Prato" (Ibid., c. 67v). Negli anni seguenti la famiglia Redi sarebbe stata allietata da un'ultima figlia, Paola, che nacque dopo il trasferimento a Firenze, probabilmente verso il 1644. Anche lei si fece suora come le altre tre che l'avevano preceduta su questa strada, prendendo il nome di Suor Eudora Osmida Maria. Il terzogenito Antonio, che sarebbe morto prematuramente nel 1658, era invece nato presumibilmente durante il soggiorno a San Sepolcro.
Quando Gregorio Redi lasciò Prato? e dove si trasferì? Ufficialmente il suo contratto con il Comune di Prato scadeva il 31 ottobre 1641, ma, visto anche che il sostituto Fucini aveva subito chiesto di assentarsi, appare ragionevole ritenere che Redi si fosse trattenuto ancora per un po' di tempo a Prato. E difatti, nella raccolta delle sue "fedi", cioè dei certificati di malattia rilasciati ad alcuni pazienti, che si possono consultare all'Archivio di Stato di Prato, l'ultima in ordine cronologico porta la data del 3 novembre 1641, mentre la prima di Fucini è del 2 maggio 1642. Molto probabilmente Redi riportò la moglie ed i sette figli, di cui l'ultimo di appena due anni, ad Arezzo, anche se non ci sono al momento documenti che comprovino questa ipotesi. Ma essa appare fortemente avvalorata dal fatto che nel proprio Libro di ricordi egli annotò con particolare enfasi il trasferimento della famiglia a Firenze effettuato il 1° novembre 1642. Se si fosse trasferito a Firenze l'anno prima, direttamente da Prato, non solo l'avrebbe annotato nel proprio diario, ma difficilmente avrebbe scritto così: "Ricordo come il Sig.r Gregorio Redi andò ad habitare nella Città di Fiorenza l'anno 1642 del mese di novembre e prese una casa a pigione posta in via Maggio, della quale ne pagò scudi quarantacinque l'anno". Due anni dopo, il primo novembre 1644, il medico aretino aveva traslocato in una casa più grande, andando "ad habitare la casa posta in via che va a Santo Spirito, dietro a via Maggio a canto all'Orto de' Signori Magalotti, presa a pigione dal Sig.r Giulio e Vincenzio Alessandrini per prezzo di scudi settanta l'anno da pagarsi ogn'anno anticipatamente". In data 17 novembre 1645 lo stesso diario manoscritto ricordava con enfasi che Gregorio aveva ottenuto per sé ed i propri discendenti la cittadinanza fiorentina. "Ricordo come questo dì soprascritto il S.r Gregorio Redi, nobile Aretino, del fu S.r Francesco del S.r Bernardino, per rescritto di S.A.S. e per partito fatto dal Luogotenente e Magistrato de' Consiglieri fu descritto asieme con tutti i suoi descendenti Cittadino Fiorentino con imporsi sopra la testa fiorini dua di decima, da ritenersi sino che aqquisti [sic] tanti beni posti nella città o contado di Firenze che sopportino questa o maggior somma, con facultà che nè lui nè suoi discendenti siano tenuti o obligati di mettere a decima li beni che di presente possiede et acquisterà nella Città o dominio aretino, e con le condizioni solite e consuete" (Archivio di Stato di Arezzo, Filza di ricordi della famiglia Redi, cc. 83, 11v, 12v)
Come fece un oscuro esponente della piccola nobiltà aretina, medico condotto di Prato, ad entrare nell'esclusivo ambiente dei medici del Granduca di Toscana Ferdinando II? Resta un piccolo mistero ancora irrisolto, anche se è chiaro che fu proprio questa straordinaria promozione professionale e sociale di Gregorio a decidere della futura carriera a Corte e forse dello stesso destino scientifico del primogenito Francesco.
Francesco Redi risiedette a Prato sei anni, prima di passare nel 1642 a Firenze, e poi subito dopo, nel novembre 1643, a Pisa, dove prese la laurea in medicina il 1° maggio 1647. Di questa parentesi pratese della propria vita lo scienziato aretino non fece in seguito mai cenno in modo esplicito, è vero, ma essa fu piuttosto importante, perché riguardò gli anni della sua fanciullezza e dell'educazione secondaria, tra i nove ed i quindici anni. A Prato egli compì infatti tutti gli studi secondari, e non a Firenze (addirittura presso il collegio dei Gesuiti), come tradizionalmente si legge nelle biografie rediane. Per contro durante la maturità, quando era ormai diventato uno scienziato famoso ed un cortigiano autorevolissimo di casa Medici, Redi ritornò diverse volte a Prato. La città è infatti situata ad appena una decina di chilometri dalle ville medicee di Artimino e di Poggio a Caiano, dove il Granduca e la Corte soggiornavano tutti gli anni qualche mese, e nel suo territorio si estendevano la grande tenuta agricola delle Cascine di Tavola e la famosa riserva di caccia granducale del "Barco Reale". Redi conosceva come le proprie tasche questi luoghi, e spesso anche lui abbandonava gli aulici panni di letterato e di Archiatra granducale per indossare gli stivali del cacciatore. Ecco come descriveva a Gilles Ménage una battuta di caccia sulle colline del Montalbano: "Ci leviamo di letto la mattina due ore prima dello spuntar del sole, e con un archibuso in ispalla e con un levriere al lascio tutta quanta la giornata per questi poggi di Artimino scorriamo grondanti di sudore e di onorata polvere imbrattati".
Nonostante fosse spesso, come nel caso citato, "immers[o] nelle cacce fino alla gola", Redi non dimenticava certo di essere prima di tutto scienziato e naturalista, ed anche quando era in "villeggiatura" non mancava di "fare di quando in quando qualche esperienza per rintracciare i più nascosi misteri della natura", che si trovano puntualmente registrate nei suoi protocolli sperimentali. Eccone uno del Ms. Redi 30 della Biblioteca Marucelliana di Firenze, c. 54r: "Adì 2 maggio 1669 al Poggio a Caiano. Lontra. Nell'argine di un fosso fu trovato un nido; erano covate di lontre. Il nido era dentro a una buca simile a quelle che fan le volpe. Vi eran dentro quattro piccole lontre, una delle quali era femmina, le altre tre erano maschi. Facevano un miagolio, o mugolavano come fanno i gattini. Erano tutta quattro con gli occhi serrati come nascono i canini, e le palpebre erano l'una altra così attaccate che con difficultà si potevano staccare. Nessuna di queste lontre aveva denti. Avevano però l'unghie in tutti i diti de' piedi. Ne' piedi anteriori avevano cinque dita per piede. Ne' piedi posteriori cinque dita aveano per piede. Tutte quattro queste lontre, siccome aveano gli occhi chiusi, così aveano ancora chiuse l'orecchie". Ad Artimino Redi aveva invece gareggiato con Niccolò Stenone, nelle pause delle giornaliere battute di caccia, a fare "per ischerzo e per giuoco da villa" alcune singolari esperienze di rivificazione della testa tagiata di alcuni esemplari di Mantidi religiose, trovate "ne' boschi, tra le scope", che avevano destato grande scalpore tra gli annoiati cortigiani (Cfr. F. Redi, Esperienze intorno alla generazione degl'insetti, Introduzione e cura di W. Bernardi, Firenze, Giunti, 1996, pp. 149, 154).
Quando la vita nelle ville medicee del territorio pratese scorreva troppo monotona e nemmeno le zootomie più curiose bastavano a risvegliare dalla noia delle afose giornate estive, Redi ne approfittava per fare una gita a Prato ed andare a trovare gli amici della giovinezza. Ecco come raccontava una di queste giornate un po' diverse in una lettera a Carlo Dati del 1669: "Qui al Poggio a Caiano si sta allegramente, ed in vero tutta la Corte è in festa e in allegria. Si fanno di bei desinari [...]. Il ritorno della Corte non sarà se non verso il principio di giugno. La settimana passata empimmo una carrozza e andammo a Prato, dove ci fu fatta una superbissima colazione dal Decano Inghirami e dal Balì Verzoni".
Dopo il famoso "sacco" del 1512, durante il quale le milizie spagnole e lanzichenecche al soldo dei Medici avevano messo Prato a ferro e fuoco ed imposto ingenti taglie per la liberazione degli esponenti delle principali famiglie, la città aveva conosciuto una significativa ripresa. Intorno alla fine del secolo aveva tutti i requisiti, per posizione, dimensioni, struttura ed importanza socio-economica, di una "città", ma non ne possedeva il titolo legale. Definita con i termini di "terra" o "castello", non apparteneva alla categoria giuridico-politica delle "città": un titolo che spettava allora a 16 centri toscani che erano sedi vescovili: Firenze, Pisa, Pistoia, Arezzo, Volterra, Cortona, Borgo San Sepolcro e Montepulciano (nello Stato fiorentino), e Siena, Montalcino, Grosseto, Chiusi, Sovana, Pienza, Massa e Colle (nello Stato di Siena). Prato invece non aveva né vescovo né Cattedrale.
Invano scrittori e viaggiatori stranieri si affannavano a dar man forte alle rivendicazioni della Comunità di Prato. Il diarista pratese Giovanni Miniati, ad esempio, nella prefazione "A' virtuosi lettori, amatori di virtù" della sua Narratione e disegno della Terra di Prato di Toscana, la definiva come "una Terra ragionevole, degna del titolo di Città". E, per darne con un colpo d'occhio dall'alto un'immagine d'insieme, la raffigurava così: "È posta e piantata questa bella e vaga Terra di Prato quasi nel mezzo del bello e vago piano della Serenissima Firenze e della Illustrissima Pistoia, dalla natura situato quasi in forma di uovo, lungo venti miglia e largo circa sette, contornato di bellissimi villaggi, borghi e palazzi di cittadini e Signori, la maggior parte Fiorentini, che quasi appariscono tante città e terre, e alli due capi, o come vogliamo dire, principio e fine di così fertile, bello e ben cultivato piano, da un lato siede la bella e pomposa città di Firenze in sul felice e grand'Arno, che per il mezo le passa, e dall'altro lato all'incontro, quasi per linea retta, li viene posta l'antica e nobilissima città di Pistoia, e in questo mezo, ma vicino a un mezo miglio al monte che è attaccato alle radici de gli apennini, sul fiume torrente grosso del Bisentio, incontro al Poggio a Caiano, villa bellissima e superbissima della Sereniss. Casa de' Medici, oggi del Gran Ferdinando Gran Duca III di Toscana, vicino a tre miglia, dico, siede detta terra di Prato con il suo bel contado fruttifero e buono, di circuito di miglia venti in circa di piano e monte, tutto ben cultivato, vago e bello, vitato, fronduto, alborato e affollato, che a vederlo da qualche luogo rilevato, o dall'altezza de' monti più vicini, sembra di vista così lontana un ben frondosa, folta e gran selva" (G. Miniati, Narrazione e disegno della terra di Prato di Toscana, tenuta delle più belle Terre d'Europa, messa insieme e composta da Giovanni Miniati da Prato, Cavaliere di Santo Stefano l'anno 1594, In Firenze, Presso Francesco Tosi, 1596, pp. 9, 23-4). Lo stesso anno, con singolare coincidenza, il nobile inglese Sir Robert Dallington notava che a Prato mancava "solo la sede vescovile per essere città" (R. Dallington, Descrizione dello Stato del Granduca di Toscana. Nell'anno di Nostro Signore 1596, a cura di N. Francovich Onesti e L. Rombai, Firenze, All'insegna del Giglio, 1983, p. 37). Forte di questi riconoscimenti, il 27 maggio 1597 una deliberazione ufficiale della Comunità rivendicava il diritto di Prato ad essere "sublimata al titolo di città", dal momento che "in tutte le sue parti" essa aveva "più forma di città che di terra o castello" (Cfr. R. Fantappiè, Una città che si chiamava Terra, in Il Seicento a Prato, a cura di C. Cerretelli e R. Fantappiè, Prato, CariPrato, 1998, p. 5).
Molta acqua del Bisenzio dovette scorrere sotto i ponti pratesi perché questa storica aspirazione, a lungo ostacolata nel corso del Seicento dal vescovo di Pistoia Alessandro Caccia, trovasse realizzazione. Finché fu lui a reggere le sorti della diocesi, cioè dal 1600 al 1649, anche la buona volontà del Granduca Ferdinando II e della Granduchessa Vittoria della Rovere, che quasi tutti gli anni non mancavano di recarsi in pellegrinaggio a visitare la Sacra Cintola della Madonna, e lo zelo del Cardinale Carlo de' Medici, che i pratesi avevano per tempo nominato Proposto della Pieve di Santo Stefano, non sortirono nessun effetto. Ed a poco servivano anche gli attestati di stima che Prato riceveva da illustri visitatori italiani e stranieri, puntualmente registrate nei Ricordi di Paolo Verzoni. Il diarista pratese, che svolse per quasi trent'anni il ruolo di ambasciatore della Comunità di Prato presso il Granduca, enfatizzava giustamente il fatto che il 23 ottobre 1631 il Duca di Guisa aveva esclamato, nel corso di una visita alla Sacra Cintola, che la città "era molto più bella di quello si credeva e che era maggiore di Pistoia". Lo stesso aveva ripetuto vent'anni dopo il Duca di Modena, Francesco I d'Este, che nel corso di un fastoso ricevimento in casa del pratese Giovanni Bartolozzi aveva dichiarato il 20 dicembre 1651, alla presenza del Principe Mattias de' Medici, che Prato era "più bella città di Pistoia" (A. Petri, "Ricordi" di Paolo Verzoni, in "Archivio Storico Pratese", XXVIII, 1952, pp. 38, 66. Verzoni annotava con orgoglio municipalistico che il corteggio del Duca era formato di "circa 60 persone" ed il pranzo preparato in casa di Bartolozzi era stato "a spese del Granduca, che mandò la vettovaglia di Firenze", ma "gl'utensili erano tutti del detto Sig. Giovanni siccome tutta la credenza ed argenteria e fra l'altre cose vi furono 24 forchette e 24 cucchiari d'oro massiccio ed altrettanti coltelli con la manica d'oro simile, con pepaiola, saliera e zuccheriera pure d'oro massiccio").
Nel 1646 il Cardinale Carlo de' Medici aveva rotto gli indugi. Il 21 dicembre Verzoni ricordava che "per la prima volta" era stata fatta "una Consulta davanti al Ser.mo Principe Cardinal Carlo de Medici, come Proposto di Prato, in materia di far Prato Città". I "Deputati del Gran Duca" erano stati "gl'Ill.mi Signori Senator Alessandro Vettori, Marchese Senator Luca Albizzi, Marchese Senator Francesco Niccolini, Senator Balì Giobattista Gondi, primo Segretario di Stato di S.A., Mons. Alessandro Venturi, Auditore di detto Sig. Cardinale, ed il Sig. Marchese Lorenzo Guicciardini". Probabilmente fu uno scacco, visto che Vettori era apertamente schierato in difesa delle ragioni del clero pistoiese "per essere imparentato con alcuni di Pistoia". Ma, morto il Vescovo Scaccia, il partito filo-pratese era tornato alla carica. Il 7 luglio 1651 Verzoni ricordava che era stata fatta una nuova "Consulta de' principali Ministri del Gran Duca, nella quale si è trattato del modo che si deve tenere per far Prato Città", e questa volta Vettori aveva dovuto fare buon viso a cattivo gioco. Venne infatti deciso che il Granduca mandasse "un memoriale al Papa". Nell'occasione erano entrati a far parte della commissione alcuni maggiorenti apertamente favorevoli alle ragioni dei pratesi, come il "Sig. Marchese Vincenzio Salviati, Maiordomo Maggiore di S.A. e suo Consigliere di Stato e di guerra". Nonostante però l'ottimismo di Verzoni, che si dichiarava fiducioso che "questo negozio" andasse a buon fine e che "la nostra Patria di Prato" potesse ricevere "questa honorevolezza", restavo molti aspetti da chiarire. Un passo avanti decisivo per "la spedizione della Cittadinanza di Prato" venne fatto nella primavera del 1653. E come spesso accade, fu il denaro a risolvere tutto. Il 23 maggio, infatti, veniva trovata soluzione all'aspetto finanziario della questione. Il Granduca emetteva un Motuproprio con il quale concedeva alla Comunità di Prato la facoltà "di poter assegnare scudi 300 l'anno, da cavarsi dall'entrate delle case di Livorno che il Ceppo di Prato ha in quel luogo, al Vescovo [di Pistoia] ogni volta che il Papa si contenti di dichiarare Cattedrale la Chiesa di Prato con unirla aeque principaliter al Vescovado di Pistoia, sicché detto Vescovo di Pistoia sia Vescovo anco di Prato con augumento di detti scudi 300". La decisione veniva immediatamente ratificata all'unanimità dal Consiglio Generale della città che, riunitosi il 26 maggio congiuntamente "con gli Ufiziali e Governatore del Ceppo di detto luogo", deliberava di assegnare al futuro Vescovo di Pistoia e Prato la rendita annua di 300 scudi (Ivi, pp. 53, 65, 68).
La decisione mise tutti d'accordo, e fu così che il 22 settembre 1653 il Papa Innocenzo X firmò la bolla Redemptoris nostri con la quale dichiarava Prato sede vescovile. La notizia, tanto attesa ma ormai scontata, arrivò a Firenze la notte tra il 24 e il 25 settembre. Leggiamo ancora Verzoni: "Ricordo come questa notte alle tre ore vegnente il dì 25 venne in Firenze una staffetta spedita dal Ser.mo Sig. Cardinale Carlo de' Medici con avviso che Papa Innocenzio X° haveva dichiarato la Chiesa di Prato Cattedrale con haver unito Pistoia e Prato e dichiarato Vescovo dell'una e dell'altra Città Monsignor Gerini Vescovo di Volterra". In conseguenza di questo atto il 26 ottobre 1653, con un Motuproprio firmato da Ferdinando II nella villa di Poggio a Caiano, Prato venne finalmente dichiarata "Città" (Ivi, p. 69).
I festeggiamenti ufficiali a Prato iniziarono il giorno 28 settembre e durarono tre giorni. Verzoni, che assistette di persona all'evento, li descriveva così: "Ricordo come in questo giorno si fecero in Prato generali processioni per ringraziare Dio della grazia concessa di dichiarar Prato Città, quali finite si cantò in Duomo la Messa dello Spirito Santo ed all'elevazione del Santissimo sacramento si sentì lo sparo di molti mortaletti, che erono attorno al Duomo, come fecero una mano di moschetti che erono sulla Piazza del Duomo accampati et ancora fu dato fuoco ad un pezzo di cannone che fu condotto nella detta Piazza. Poi fu cantato il Te Deum e di nuovo sparorno i moschetti et i mortaletti, ma non il pezzo perché fece danno alle vetrate della Chiesa, e per tre sere continue, cioè 28, 29 e 30, furono fatti fuochi per tutto Prato e luminari alle finestre, e la Comunità somministrò i lumi alle povere persone, onde pareva che tutto Prato abbruciasse, e a tutti i campanili e torri si messero pannelli e la notte sparò più volte il detto cannone, che fu condotto ad un bastione della Porta Pistoiese, sicome per dette tre sere si sentirono strepitare una gran quantità di mortaletti e salve di moschetteria con un numero infinito di razzi, ed il dì 30 si corse il palio con grandissimo gusto di tutto il popolo. Et inoltre furono cavati tutti i prigioni che erano carcerati per debito con denari fatti in un accatto per Prato. Solo tre case non fecero fuochi né allegrezze di alcuna sorte, che furono il Sig. Cavaliere Giovanni Francesco Buonamici, il Sig. Cavaliere Niccolò Bizzocchi ed il Sig. Giovanni Bartolozzi, senza penetrarsi la cagione. Il che diede un gran fastidio all'universale e si dubitò che a questi tali non si fussero fatte dell'insolenze, sendovi stati alcuni che proposono di farli dar fuoco alle case loro" (Ivi, p. 70).
I regali che le autorità civili e religiose di Prato inviarono il 10 ottobre ai membri della "Congregazione sopra la Cittadinanza di Prato" registravano, con i loro attenti e giustificati dosaggi, la pesante lacerazione, le tensioni, e perché no anche i colpi bassi che avevano caratterizzato nei corridoi di Palazzo Pitti lo sviluppo della pratica. Il Marchese Vincenzo Salviati, che era stato "il più affezionato di tutti" alla causa pratese, ebbe "libbre 60 di zucchero in tanti pani, libbre 60 di candelotti, 100 libbre di marzolini e 60 di mortadelle". All'Auditore Alessandro Vettori, non ostante che fosse stato "sempre contrario e procurato che Prato non conseguisse questa grazia per esser imparentato con alcuni di Pistoia per haver per d'ordine di loro Altezze manipulate le iscritture che furono necessarie in questo negozio", toccarono "un bacino d'argento di valuta di scudi 104 senza la manifattura, libbre 40 di pani di zucchero, libbre 40 di candelotti, libbre 40 mortadelle e libbre 40 di marzolini". Il Marchese Luca degl'Albizzi, il Conte Ferdinando de' Bardi - che aveva "protetto questo negozio a favore di Prato quanto ogn'altro" – il Balì Giovanni Battista Gondi ed Alessandro Venturi ricevettero ciascuno "libbre 40 di pani di zucchero, libbre 40 di candelotti, libbre 40 di marzolini e libbre 40 di mortadelle" (Ivi, pp. 70-1).
Il 4 gennaio 1654 il nuovo Vescovo Giovanni Gerini fece l'ingresso ufficiale in città. Venne accolto alla Chiesa del Soccorso dall'ambasciatore della città, il "Dottore Domenico Puccini", che lo accompagnò in carrozza fino alla Porta S. Trinita con una "cavalcata" di ben "44 persone de principali del luogo". Alla porta erano ad aspettarlo "il Clero in abito e i Magistrati"; un altro ambasciatore della città, il "Dottore Giovanni dal Bò", fece "una breve orazione", quindi il corteo riprese la via che portava in Piazza S. Francesco, dove venne salutato da "uno squadrone di moschetteria". Appena il Vescovo arrivò in Piazza del Duomo venne salutato da un secondo "squadrone", mentre appena entrò in cattdrale vennero sparati "una gran quantità di mortaletti". Un gruppo di "musici condotti di Firenze" intonò il Te Deum, e alla fine "il Sig. Valerio Inghirami, Vicario di quella Cattedrale, fece una maravigliosa orazione che durò tre quarti d'ora, che rapì il cuore del Prelato e di ciascuno che lo sentì". La sera ci furono di nuovo festeggiamenti: "si fecero luminari per tutto Prato con spari di mortaletti e moschetti, che più volte reiterorno i tiri con giubilo universale di tutta quella patria" (Ivi, pp. 72-3).
Per espressa committenza del Comune, l'ingresso fastoso del primo vescovo pratese nella cattedrale di Santo Stefano venne raffigurato sullo sfondo di una pala realizzata dal pittore fiorentino Orazio Fidani (1606-1656), intitolata "La Vergine col Bambino che appare a San Filippo Neri" e databile al 1656, che si conserva nel Museo Civico. Essa raffigura in primo piano, inginocchiato, uno dei santi protettori della città e sotto la sua mano implorante si distende la veduta dell'ingresso in Duomo del vescovo Gerini, accompagnato da una processione di preti e di notabili con lo stendardo raffigurante l'arme della città, a testimoniare la partecipazione di tutta la città, nella sua espressione religiosa e politica, ad un evento così decisivo (Cfr. (Così) Terreni (Così) Celesti. Un secolo di pittura 1550-1650 nel dipinti del Museo Civico di Prato, a cura di Maria Pia Mannini, Catalogo della mostra, Firenze, noèdizioni, 2002. p. 34).
Redi abitò a Prato, come si è detto, tra il 1635 e il 1641. Non assistette dunque di persona al fastoso evento del 1653, ma certamente ne seguì con attenzione gli sviluppi da Firenze. Aveva infatti aveva lasciato a Prato diversi amici e conoscenti con i quali rimase sempre legato affettuosa amicizia. Tra questi alcuni esponenti della famiglia Verzoni - come Verzone, Bartolomeo e Paolo, l'ambasciatore di Prato presso il Granduca ed estensore dei Ricordi più volte citati -, Mannuccio Mannucci, Antonio Buonamici, e soprattutto il Decano della Cattedrale, Valerio Inghirami, che aveva salutato a nome del clero pratese l'ingresso in Duomo del Vescovo Gerini. Anche per questa ragione il medico aretino fu certamente, all'interno del variegato mondo dei nobili e dignitari di Corte, tra quanti si schierarono a favore di Prato.
Redi ed Inghirami erano stati compagni di giochi e di studio nel periodo della loro prima giovinezza. Non per nulla nel 1638 Inghirami aveva fatto da padrino alla sorella di Redi, Angiola. E, parlando di Inghirami con Dottori in una lettera del 29 agosto 1658, gli diceva che era uno dei suoi amici "più cari" che avesse proprio perché la loro amicizia era cominciata "dagli anni più teneri". Più di dieci anni dopo, infine, ritornando indietro con la memoria, scriveva in una lettera al padre Gregorio del 20 marzo 1669 che gli pareva di ricordarsi che "il S.r Valerio Inghirami in Prato fu da suo padre presentato al decanato in età che era di nove o dieci anni". Si erano poi ritrovati all'Università di Pisa, dove Francesco aveva scelto medicina e Valerio diritto e teologia. Ma abitavano insieme al Collegio Ferdinando, tant'è vero che in una lettera del 31 gennaio 1650, avendo citato un aretino di nome Anton Maria Fini, Redi ricordava ad Inghirami che si trattava di "quel gentiluomo d'Arezzo nostro amico, che era scolare in Pisa a nostro tempo, e faceva camerata col Proposto Girolamo Burali d'Arezzo". Poi, dopo la laurea, il primo era rientrato a Firenze, il secondo a Prato, ma avevano continuato a frequentarsi a Firenze ed a scriversi. Nel 1650, visto che lo zio di Valerio, Giovanni Inghirami, era stato nominato nel 1645 "Luogotenente civile di Mons. Governatore di Roma" e nel 1647 era stato elevato dal Papa al titolo di "Senator di Roma", i due amici avevano progettato di di andare insieme a prendere il Giubileo a Roma (Cfr. A. Petri, "Ricordi" di Paolo Verzoni cit. pp. 51, 54). A quanto pare il padre Gregorio, taccagno com'era, non era stato molto favorevole, ma alla fine aveva ceduto. Lo dimostra l'euforia con cui Redi gli comunicò la decisione il 26 Gennaio 1650: "Vi do nuova che finalmente il Sig.r Gregorio, mio padre, si è contentato di darmi la permissione che questa Quaresima io possa andare a Roma, a pigliare il Giubbileo dell'Anno santo. Or voi vi potete immaginare con quanta allegrezza io vi dia questa nuova, mentre potremo fare il viaggio insieme, giacché ancor voi avete risoluto di andarvi al principio di Quaresima, come vi ha invitato il Sig.r Senator Inghirami di Campidoglio, vostro zio. Ma oh, quanto mi si raddoppierebbe l'allegrezza se voi, dopo che in Roma avremo preso il Giubbileo, voleste venir meco fino a Napoli! Mio padre si contenta che, fatto Pasqua di Resurrezione, io vada a vedere quella bella città ed, anco di più, mi ha dato permissione che io possa fermarmici con la dimora un mese intero, e forse anco un mese e mezzo; e mi darà lettere di raccomandazione di personaggi molto autorevoli. Caro Valerio, fate un po' di riflessione a questo negozio e risolvete di venire. Voi mi risponderete che ci sarà tempo a pensarvi. Sì. Pensate e risolvete. Intanto io vi invito a venire a far gli ultimi giorni del Carnovale qui a Firenze, in casa mia. Venite e portate tutte le vostre bazzecole, e la prima domenica di Quaresima partiremo insieme col procaccio, e staremo allegramente".
Fu così che, se Inghirami andò a passare il Carnevale in casa Redi, Francesco per contro dovette rinunciare ad essere ospitato a Roma in casa Inghirami. Ecco infatti quello che Redi scrisse all'amico il 31 gennaio 1650: "Vi ringrazio che voi abbiate accettato il mio invito di venire a terminare il Carnovale qui in Firenze, in casa mia. Mio padre e mia madre vi aspettano con ansietà. Quanto poi si appartiene all'invito, che voi mi fate di venire a stare in Roma con voi, in casa del Sig.r Senator di Campidoglio, vostro zio, io non posso accettarlo, perché mio padre ha di già fermato che io vada in Roma in casa del Sig.r Anton Maria Fini".
Stando a quello che scrisse nel proprio diario, Redi partì a cavallo da Firenze per Roma il 13 marzo, e rientrò a casa il 15 luglio, dopo aver fatto una breve gita anche a Napoli. Come d'accordo, a Roma Redi aveva ritrovato Inghirami ed insieme se l'erano spassata, tra biblioteche librerie ed accademie. Ecco il resoconto che il giovane medico aretino ne fece a Carlo Dati il 22 marzo 1650: "Appena arrivato in Roma, ho cominciato a frugare intorno a queste librerie, e veramente vi trovo molte, e molte cose buone, delle quali vo provedendomi appoco appoco. […] A questi giorni un dopo desinare si fece l'Accademia degli Umoristi, coll'intervento di molti cardinali e prelati. L'orazione fu ordinarissima. Le poesie arciordinatissime. Tant'è, tant'è: le nostre accademie di Firenze vi possono stare. La meglio cosa che io vi sentissi fu un sonetto di Valerio Inghirami, Decano di Prato. Può essere che l'amicizia, che ho con questo giovane, mi abbia fatto travedere".
I rapporti tra Redi ed Inghirami erano continuati intensi anche negli anni successivi, certamente per via dei comuni interessi letterari ed eruditi. Era infatti entrambi appassionati di poesia e si mandavano e si correggevano reciprocamente i loro sonetti. Cfr questa lettera di Redi del 15 aprile 1661: "Al vostro servitore ho consegnato tutti, tutti i quaderni de' vostri sonetti, e vedrete che vi ho obbedito ciecamente con una severissima critica, e particolarmente nelle cose della nostra lingua. Voi sapete che, quando in queste cose io parlo con gli amici a quattro occhi, io son più che severissimo, perché son geloso, gelosissimo della loro gloria. I vostri sonetti son belli, bellissimi e pieni di vivezze poetiche, e sarebbe peccato che fossero veduti con certe piccole macchie. Vi ho detto che i vostri sonetti son belli, bellissimi, e ve lo confermo e ve lo replico di nuovo; ma, caro il mio Sig. Valerio, questi sonetti non son tutti, tutti belli, bellissimi; ve ne sono de' bellissimi arcibellissimi: ve ne sono de' belli e ve ne sono de' men belli. De' brutti non ve ne è nessuno. Ho contrassegnato tutti quelli, che a me sembrano arcibellissimi. Ho contrassegnato tutti i belli, ed ho contrassegnato i meno belli, ed in margine di tutti ho segnato e scritto il mio parere. Accettate da me il mio buon animo, e ringraziatemi della cieca obbedienza con la quale vi ho servito. Ed acciocché voi con la vostra amorevolezza possiate ricattarvi meco, nel fagotto de' quaderni de' vostri sonetti vi ho aggiunto un quaderno, nel quale ho fatto scrivere ventiquattro de' miei sonettacci. Leggetegli e criticategli omni peiori modo, e perché so che voi siete tanto gentile che non vorrete farlo con la dovuta severità, vi prego a chiamare in aiuto quel crudelaccio del Sig.r Antonio Buonamici".
La corrispondenza tra i due amici continuò negli anni successivi, anche se con qualche interruzione, visto che ormai le loro vite avevano preso pieghe completamente diverse. Cfr. la lettera di Redi del 25 luglio 1660: "Si suol dire per proverbio che chi entra in Corte con qualche buona fortuna suol subito far gli occhi grossi e perdere affatto la memoria di tutti gli amici; a me è avvenuto in contrario, perché io sono entrato in Corte con le grazie infinite che mi fa il Serenissimo Granduca Ferdinando, mio Signore, e voi avete fatto gli occhi grossi e vi siete affatto scordato di me. Signor sì, vi siete scordato di me, e sono più di tre mesi che non mi avete scritto. Signor sì, vi siete scordato di me, e pure io non mi son mai scordato di voi, né di quello che in voce m'impoteste che io facessi, quando mi si fosse porta la congiuntura. Or vedete la congiuntura mi si è porta, e io ier l'altro parlai di voi col Granduca a conto del vescovado, e se la vacanza succedesse ne spererei bene, perché il Serenissimo S.r Principe Leopoldo vi ama e stima la vostra virtù, e ad esso Sig.r Principe ho confidato di aver mosso il discorso col Granduca, e lo ha gradito molto, e mi ha detto che assicuri V.S., anzi voi, della sua buona, anzi ottima volontà. Che te vienga lo cacasangue, potevo far de chiù? Mi ha detto il vostro fratello che, fra quindici giorni, avete intenzione di venire a Firenze. Venite, che ci parleremo meglio a bocca. Portate con voi una buona mano de' vostri sonetti".
Ovviamente Redi mise spesso le proprie entrature a Corte a favore dell'amico. Cfr. quest'altra lettera del 30 marzo 1667: "Che voi abbiate avuto la sentenza in disfavore, me ne dispiace infinitamente: ma che si ha egli da fare, non voglio mica che per questo noi ci disperiamo. Voi avete cervello, e tanto basti. Io per me mi consolo che in questo affare ho fatto tutto quello che ho potuto e saputo, e voi lo sapete che avete avuto da me tutte le lettere, che avete desiderato di raccomandazione da questi Serenissimi miei Signori. Orsù, non più di questo. Cerchiamo di campare: ma non si può campar lungamente se non si sta in allegria. Perché voi dunque abbiate a stare in allegria co' vostri amici, sentite e stupite. Qui di Livorno ho mandato a mio padre, a Firenze, un corbello con cinquecento ostriche di Corsica grossissime, che paiono di queste del fosso. Gli ho scritto che ne metta centocinquanta in un paniere, e subito subito lo mandi costì, a V.S., hoc est a voi a Prato. Godetevele per amor mio co' vostri amici; ma di più fatemi il favore di mandarne una venticinquina al Sig.r Balì Verzoni. Non basta; mandatene ancora una dozzina all'Illustrissimo Signore e reveritissimo Arcisignore Mannuccio Mannucci, onorando Podestà del Montale, provincia, come voi dite, non differente da Colognole. E piaccia a Dio che non succeda a lui come all'antico famoso Podestà di Colognole, noto nelle commedie".
Redi conservò uno struggente ricordo di Inghirami, anche dopo la sua morte, avvenuta tra il 1671 e il 1672. Un riferimento a lui si trova, curiosamente, in un passo cancellato di una minuta di lettera – indirizzata forse a Giovanni Battista Capalli – che si trova trascritta sui fogli di una lettera a Girolamo Apolloni del 20 dicembre 1683 e che si conserva nel Ms. Redi 8 della Biblioteca Marucelliana. Il passo dice: "Ier sera poi mi arrivorno le lettere appunto in tempo che era da me il S.r Valerio Inghirami, nipote di Mons.r Vai, una delle più linde penne di questi paesi". L'ultima parte sostituiva una precedente versione, che diceva: "linde penne che componghino sonetti che io mi conosca".
Anche nelle vesti di influente cortigiano, che lo portavano a raccogliere e assecondare raccomandazione di ogni genere, Redi ebbe modo di far valere le proprie amicizie pratesi. Solo infatti chi come lui conservava ancora a Prato conoscenze particolari poteva permettersi di scrivere il 20 giugno 1664, su incarico della Granduchessa Vittoria della Rovere, al Gonfaloniere e Priori di Prato per raccomandare l'elezione come "nuovo medico" della città di Marc'Antonio Maccani. La stessa raccomandazione ad un personaggio pratese influente, rimasto celato dall'anonimato, Redi la faceva il 20 marzo 1690 a favore del Dottor Angeletti. Un identico passo fece il 19 aprile 1681, su sollecitazione del fratello Giovanni Battista, a favore di un tal "Don Giovanni Maria Poderetti" che voleva andare ad insegnare in una scuola di Prato. Lo scienziato si rivolse ad alcuni suoi "amici di Prato". Il 17 maggio confermava al fratello di aver scritto "a Prato per quel prete" e che i suoi corrispondenti gli avevano "risposto favorevolmente".
Negli scritti e nella corrispondenza Redi dimostrò spesso una puntuale conoscenza della vita sociale pratese del tempo, che tradiva visibilmente una familiarità con eventi e spettacoli rituali, che era accessibile solo a chi ne era stato, almeno per qualche anno, spettatore diretto. Questo vale, in particolare, per due appuntamenti tradizionali del calendario civile e religioso della città di Prato: il gioco della "palla grossa" e la "fiera" di settembre.
A proposito del modo di giocare al calcio dei pratesi, ben diverso da quello dei fiorentini, ecco quello che Redi scriveva in una etimologia pubblicata da Gilles Ménage nelle sue Origini della lingua italiana: "In Prato, già Terra, oggi Città in Toscana non più che dieci miglia distante di Firenze, si fa il giuoco del calcio, non meno che in Firenze. Ma se nel giuoco di Firenze si usano piccoli palloncini, e si percuotono col pugno armato di solo guanto, in Prato si adoperano di que' pallon grossi, co' quali si suol giuocare il giuoco del pallon grosso (giuoco noto in Francia) ed in questo giuoco del calcio de' pratesi non si dà al pallone col pugno, ma sempre col calcio: anzi rarissime son quelle volte che se gli dà col pugno; perché il pugno nudo, o armato d'un semplice guanto, non avrebbe forza sufficiente a poter battere e spigner lontano quel così grosso pallone". Oltre che per esperienza diretta, non è improbabile che Redi avesse sott'occhio il testo di Miniati, il quale aveva descritto così il gioco della "palla grossa" che i pratesi praticavano in Piazza del Duomo "ogn'anno per Carnevale per più d'un mese avanti, per esercitare la gioventù lesta e gagliarda, a imitazione de gli Antichi e della Serenissima Firenze e per spasso e piacere della Terra" Il gioco si faceva "con un pallone a vento assai ben grosso, quasi come si giuoca a Firenze, a suon di trombe e tamburri per incitar gioventù, che giuoca o giuocar più attillatamente, con grazia, garbo e gentilmente con gli suoi uffizi e gradi di datori, poste, mezze poste, sconciatori e quelli della folla, o fossa, che seguitano sempre il pallone, quale, come s'è detto, si costuma grosso perché la Piazza non è sì grande come quella di Santa Croce, dove si giuoca a Firenze, dove giuocano giovani Fiorentini con palla assai minore, più eccellentemente e leggiadramente, perché in Prato il più delle volte si giuoca di battitura col calcio, gittarla, ribatterla e dargli in ogni sorte, di modo che avvenga; e si tiene anco un po' troppo il pallone coperto fra gli huomini e giuocatori, che nel gareggiar delle parti andranno quasi tutta la Piazza, per forza di forza spingendosi ora in qua ed ora in là alla confusa, che non si vedrà mai il pallone, e loro stessi non sanno chi se lo habbia. Se non che in un tratto si vede sbalzarlo per l'aria verso la parte più debole, che muove a gran riso i circostanti con gran piacere, e si vede fughe, scappate e inganni, torsela, darsela, correrla molto capricciosamente, che assai dilettano e piacciono, e posposto Firenze, si giuoca ragionevolmente, e giuocano i giovani le più volte una vitella per gentilezza, e ne fanno livrea di mascherate capricciose e belle, vestiti sempre tutti di dua colori, e gli altieri, l'insegne, tamburri e trombe, che è pure un gran dire e fare a una Terra come Prato" (G. Miniati, Narrazione cit. pp. 42-3).
Tra le manifestazioni più note del folclore e della cultura popolare pratese c'era fin dal Medioevo la fiera di settembre, durante la quale veniva pubblicamente fatta la "mostra" della sacra Cintola della Madonna custodita nella cattedrale di Santo Stefano. L'ostensione avveniva l'8 settembre, giorno in cui si celerava la Natività della Vergine. La Cintola era un pezzo di stoffa di lana di color verde, lungo circa 90 centimetri, che secondo la leggenda costituiva la cintura che la Madonna avrebbe consegnato a San Tommaso al momento della sua acensione al cielo. La reliquia era stata portata a Prato da un mercante di nome Michele nel 1141. Da allora era diventato un complesso simbolo di orgoglio ed indipendenza cittadina, rappresentazione dell'identità sociale, religiosa e culturale della città, stretta tra le vicine e rivali Pistoia e Firenze. La fiera durava tre giorni e si teneva nella piazza Mercatale, un grande spazio erboso di proprietà comunale situato vicino alla porta omonima e al fiume Bisenzio, che costituiva il cuore economico e commerciale della città. Robert Dallington, che aveva assistito di persona nel 1596 all'evento, scriveva ammirato che "eran venute nel luogo del mercato circa 18 o 20 mila persone per vedere la reliquia, di cui la metà circa portava cappelli di paglia, e un quarto era a gambe scoperte" (R. Dallington, Descrizione dello Stato del Granduca di Toscana cit. p. 38).
La descrizione che Redi fece della fiera di Prato costituisce uno dei suoi pezzi letterari più riusciti. L'ispirazione gli era stata offerta dal carattere composito delle prediche di un certo frate di Pisa, che egli diceva di ascoltare con poco interesse. La descrizione non era per niente realistica ma prettamente letteraria, come si addiceva ai gusti del destinatario, il poeta ed erudito Lorenzo Magalotti; ed il suo scopo era chiaramente quello di enfatizzare il singolare intreccio di sacro e di profano, di mercantile e di ludico, che tutti gli osservatori hanno sempre notato nella manifestazione pratese. Redi non poteva infatti non ricordarsi che la sacra Cintola della Madonna non veniva esposta in piazza Mercatale bensì in piazza del Duomo, ma forse per Magalotti il particolare era ininfluente. Nella sua descrizione Redi mescolava inoltre vaghe memorie di gioventù e particolari solo apparentemente realistici, facendo intervenire nel recinto del Mercatale, al solo scopo di stupire l'interlocutore, improbabili personaggi che niente avevano di pratese come il buffone napoletano Pasquariello ed il pistoiese Jacopo Sozzi, soprannominato "il Viperaio. Ma ecco il testo della lettera a Lorenzo Magalotti del 15 marzo 1680: "Queste sue prediche mi paiono similissime alla fiera di Prato, nella quale sono esposti in vendita cavalli, asini, buoi, muli, pecore, capre, laveggi, pentoli, tegami, colatoi da ranno, catini, catinuzzi e conche da bucato, vecchioni, castagne secche, farina niccia, cristalli, mercerie, chincaglie, / Agora, spicchi e specchi /, panni di lana, di lino, di canapa, canapa filata e non filata, con diverse sorte di erbaggi e di fruttami, e quel che importa, il tutto raggirato nello spazio di una sola piazza, dove a suon di tromba si canta il Teddeum, e si mostra la miracolosa Cintola; e in una stessa piazza Pasquariello canta la tarantella sul palco, e mostra l'orribile biscia pigliata ne' boschi di S. Rossore da Jacopo Viperaio; e pur ivi medesimo il biribissaio ed il bagattelliere tengono aperti i loro giuochi, ed il gonfortinaio va gridando a più non posso: chi mangia uno, mangia due".
W. Bernardi
28/07/2003
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