Bacco in Toscana indietro stampa ricerca

"Questo benedetto Ditirambo è diventato l'Opera di Santa Liperata, direbbe un battilano". Così scriveva il 29 dicembre 1684 Redi a Magalotti, riferendosi al lungo lavoro di redazione del Bacco in Toscana, dalla prima idea del 1666 fino alla pubblicazione, avvenuta a Firenze nel 1685, con i tipi di Pietro Matini .
Gli Accademici della Crusca erano soliti riunirsi due volte all'anno per un pranzo collegiale, chiamato in toscano "stravizzo", in occasione della elezione di nuovi membri e delle cariche direttive. Il 12 settembre 1666 si tenne, alla presenza dei principi Leopoldo e Mattias de' Medici, uno di questi appuntamenti conviviali per la nomina del nuovo Arciconsolo. Fu una serata davvero eccezionale. Durante lo scambio dei brindisi, rispondendo a un'ottava scherzosa di Magalotti, il quale aveva affermato che non era l'amore ma il vino a reggere il mondo, Redi recitò infatti una "cicalata" di quarantaquattro versi, facendo le lodi di alcuni vini toscani. Come scriveva a Dati, si trattava di una delle tipiche "composizioni buffonesche, e da far ridere" che erano di moda in Toscana. Da essa sarebbe scaturito, non senza numerose aggiunte e correzioni, il Bacco in Toscana.
Il lavoro di redazione proseguì intenso negli anni seguenti. Il 26 agosto 1673 Redi informava così Magalotti: "Il Ditirambo dell'acque non è finito; ma egli è divenuto la rete del barbiere. È finito il Ditirambo de' vini ed è cresciuto fino a quattrocento tanti versi. V. S. Illustriss. lo vedrà stampato presto, e quel che più importa cum notibus et commentaribus". Il "Ditirambo dei vini" non venne in realtà stampato allora, ma ne cominciarono ben presto a circolare molte copie manoscritte, che divennero subito celebri presso i letterati toscani e la Corte medicea.
Dopo un prolungato periodo di pausa, Redi aveva rimesso mano al Ditirambo all'inizio del 1684. I versi erano diventati 980 nella stesura definitiva del 1685, pubblicati dopo dodici anni di aggiunte, rifacimenti e revisioni. La trama della composizione, destinata a legare a sé gran parte della fama di Redi, era legata dal doppio registro dell'elogio dei vini e degli amici più cari, insieme ai personaggi più in vista dell'epoca, a cominciare ovviamente dal Granduca Cosimo III.
Redi immaginava che Bacco, il dio del vino, ed Arianna sua moglie, in uno dei loro frequenti viaggi si fossero fermati con il proprio seguito nella celebre villa medicea di Poggio Imperiale. Sotto questo aspetto, il Ditirambo offriva uno spaccato della società secentesca e soprattutto della vita di Corte, con i suoi giochi, i suoi balli, i suoi rituali. Bacco era un po' come il Granduca e la sua Corte era costituita dai Satiri e dalle Ninfe.
Sul verdeggiante prato del parco Bacco passava in rassegna i vini della Toscana, insieme ad alcuni altri vini italiani di grande qualità e rinomanza. In tutto 57 qualità di vini, la cui lista terminava con il migliore di tutti i vini, il celebre Montepulciano che, "per altissimo decreto", veniva proclamato "d'ogni vino il re".
Per converso venivano denigrati i vini di pianura del contado fiorentino: "Accusato, / tormentato, / condannato / sia colui, che in pian di Lecore / prim'osò piantar le viti: / […] Se vi è alcuno, a cui non piaccia / la Vernaccia / vendemmiata in Pietrafitta, / interdetto, / maledetto / fugga via dal mio cospetto, / e per pena sempre ingozzi / vin di Brozzi, / di Quaracchi e di Peretola; / e per onta e per ischerno / in eterno / coronato sia di bietola".
Nel Ditirambo, oltre a celebrare tutti i tipi di vini, Redi si dilungava, per contrapposizione, nella condanna di bevande 'esotiche' che stavano allora diventando di moda, come il cioccolato, il thè e il caffè. Proclamava Bacco: "Non fia già, che il cioccolatte / v'adoprassi, ovvero il tè, / medicine così fatte / non saran giammai per me; / beverei prima il veleno / che un bicchier che fosse pieno / dell'amaro e reo caffè". Identica condanna Bacco decretava contro le bevande 'barbare' del Nord Europa, come la birra e il sidro: "Chi la squallida Cervogia / alle labbra sue congiugne, / presto muore, o rado giugne / all'età vecchia e barbogia. / Beva il Sidro d'Inghilterra / chi vuol gir presto sotterra; chi vuol gir presto alla morte / le bevande usi del Norte".
Particolare accanimento Bacco impiegava nel denunciare i difetti dell'acqua, che sarebbe stata invece elogiata a scapito del vino in un successivo ditirambo, l'Arianna inferma . In questo modo Redi finiva per mettere in discussione, parlando da poeta, quegli stessi principi terapeutici che, esprimendosi come medico, lo avevano sempre spinto a difendere la bontà della dieta idrica: "Vadan pur, vadano a svellare / la cicoria e i raperonzoli / certi magri mediconzoli, / che con l'acqua ogni mal pensan di espellere: / io di lor non mi fido, né con essi mi affanno, / anzi di lor mi rido; / che con tanta lor acqua io so ch'egli hanno / un cervel così duro e così tondo, / che quadrar non potria nemmeno / in pratica, / del Vivian il gran saper profondo / con tutta quanta la sua matematica".
Con fine auto-ironia, il medico aretino si divertiva a tratteggiare anche se stesso nelle parti di vittima degli strali dell'ebbro dio Bacco: "Vino, vino a ciascuno bever bisogna, / se fuggir vuole ogni danno; / e non par mica vergogna / tra i bicchieri impazzir sei volte l'anno: / io per me son nel caso, / e sol per gentilezza / avallo questo e poi quell'altro vaso; / e sì facendo, del nevoso cielo / non temo il gielo, / né mai nel più gran ghiado m'imbacucco / nel zamberlucco, / come ognor vi s'imbacucca / dalla linda sua parrucca / per infino a tutti i piedi / il segaligno e freddoloso Redi".
Mentre Bacco si sprofondava in sperticati elogi dei vini, con un fuoco di artificio di giochi di parole, di assonanze e di onomatopee, oltre che in pantagrueliche libagioni, si intrecciavano sulla scena balli e canti sfrenati, stimolati da vari tipi di strumenti musicali. Nella parte finale del Ditirambo, la più celebre per la genialità ritmica della composizione, l'alternarsi dei versi nella loro varia lunghezza metrica e dei giochi di assonanze e di rime, riflettevano bene l'ebbrezza di Bacco, che, ondeggiando, credeva di essere su una nave che navigava verso Brindisi, in un comico bisticcio tra Brindisi città e brindisi vinoso.
La scena conclusiva rappresentava una tempesta marina, parallela alla tempesta dell'ubriachezza nel corpo di Bacco, per superare la quale bisognava fare qualche sacrificio, buttando a mare i preziosi barili pieni di vino e vomitando fuori dal corpo il vino ingurgitato. Lo scampato pericolo non poteva ovviamente che essere festeggiato con una abbondante bevuta. Mentre gli occhi di Bacco si scioglievano per la dolcezza e la sua anima andava in estasi, le sue festose Baccanti alternavano i canti ed i Satiri si sdraiavano per terra, "cotti come monne", cioè ubriachi come scimmie.
Sul piano strettamente linguistico, il Bacco appariva ispirato ad una poetica della chiarezza e dell'evidenza, lontana da ogni ambiguità ed affettazione. Una lingua in perfetto stile galileiano, che sceglieva consapevolmente di mettersi agli antipodi del gusto barocco secentesco, con il suo culto della meraviglia e della ricercatezza, la sua preferenza per la metafora e l'iperbole, alle quali veniva affidato il compito di colpire la fantasia e l'immaginazione del lettore.
Questa caratteristica appariva soprattutto dall'uso, abbastanza frequente nel Ditirambo, del vezzeggiativo, del superlativo e soprattutto del diminutivo, ai quali Redi affidava il compito di dare una patina di dolcezza alle proprie parole, anticipando in questo il gusto dell'Arcadia. In una delle note al Bacco Redi stesso aveva scritto: "Un gentilissimo e pulitissimo scrittore esalta la moderna lingua franzese perché non ammette i diminutivi; biasima l'antica perché gli costumava; non loda l'italiana perché ne ha dovizia. Io per me sarei di contrario avviso, e crederei che i diminutivi fossero da noverarsi tra la ricchezza delle lingue, e particolarmente se con finezza di giudizio a luogo e tempo sieno posti in uso".

Baccio del Bianco, Bacco, Firenze, Galleria Bellini Frontespizio del Bacco in Toscana Caravaggio, Bacco, Galleria degli Uffizi, Firenze