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Redi dimostrò sempre, nel corso di una lunga carriera di scienziato e di cortigiano, una singolare apertura ed attenzione verso il mondo popolare, la sua cultura, le sue tradizioni, i suoi 'saperi' tecnici e scientifici. Questa attitudine lo aveva portato a fare la conoscenza e ad intrattenere stretti rapporti di collaborazione, nel corso delle annuali trasferte a Pisa e a Livorno per le rituali cacce della Corte granducale, con molti cacciatori e pescatori.
Uno dei pesci che aveva subito attirato l'attenzione di Redi era stata la torpedine, grazie alla singolare ed eccezionale "virtù dolorifica" di cui essa era dotata. Non sorprende, dunque, che lo scienziato si fosse rivolto ai pescatori livornesi per avere qualche esemplare vivo da esaminare nel proprio laboratorio. Nelle Esperienze intorno a diverse cose naturali, e particolarmente a quelle che ci son portate dall'Indie , la memoria contro il gesuita tedesco Athanasius Kircher che aveva pubblicato nel 1671, Redi raccontava infatti di aver fatto l'anatomia di una torpedine che era stata catturata "il giorno 14 di Marzo 1666".
Per assicurarsi che l'eccezionale potere della torpedine non era "una favola" come credevano "alcuni", Redi ne aveva fatto personalmente "la prova più d'una volta". Ecco il resoconto dell'esperimento del 1666: "Alcuni pescatori, essendo a mia requisizione andati alla pesca di questo pesce, ne pigliarono uno, e portatomelo vivo poco dopo che l'ebbero preso, appena lo toccai e lo strinsi con la mano, che mi cominciò ad informicolare e la mano e 'l braccio e tutta la spalla, con un tremore così fastidioso e con un dolore così afflittivo ed acuto nella punta del gomito, che fui necessitato a ritirar subito la mano: e lo stesso mi avveniva ogni volta che io voleva ostinatamente continuar lungo tempo a toccarlo".
Una volta morta la torpedine, Redi aveva provveduto subito a farne un'analisi interna, purtroppo "in fretta, e, come si suol dire, alla grossolana", a causa delle "molte occupazioni" che lo assillavano in continuazione. Aveva comunque scoperto che il cuore palpitava anche espiantato, e che il corpo senza cuore continuava a dar segni di moto e di senso. Ma soprattutto Redi era riuscito ad individuare in "due corpi, o muscoli falcati" posti tra la testa e il petto dell'animale l'origine della "virtù dolorifica" che il pesce provocava sulle proprie vittime: una proprietà di natura meccanica, a suo avviso, e non elettrica come altri naturalisti avrebbero scoperto in seguito. Anche negli anni successivi, Redi si sarebbe dedicato spesso, in collaborazione con Stefano Lorenzini, a fare anatomie di torpedini, senza aggiungere significativi sviluppi a questa spiegazione, che si limitava al piano fenomenico senza affrontare il problema delle cause. Ben diverso sarebbe stato invece l'atteggiamento di Lorenzini, il quale
non avrebbe esitato ad ipotizzare, per spiegare l'effetto dell'intorpidimento, l'esistenza di "corpicciuoli penetranti" invisibili che uscivano dalla torpedine e penetravano nella mano attraverso "strade" altrettanto "invisibili".
Redi non si era contentato di fare personalmente accurate indagini fisiologiche ed anatomiche. Aveva interrogato i pescatori per sapere cosa ne pensavano loro delle singolari proprietà della torpedine. E si era trovato nel bel mezzo di un conflitto epistemologico. I pescatori pretendevano infatti che la "virtù dolorifica" della torpedine agisse sul braccio non solo per contatto, ma anche a distanza. Redi era abbastanza perplesso, anche perché aveva fatto qualche esperienza in laboratorio che non avvalorava affatto questa specie di operazione magica. Il metodo sperimentale che lui propugnava, fondato com'era sul principio di credere solo a quello che era stato osservato con l'osservazione oculare diretta, avrebbe dovuto, d'altra parte, vietargli di prestare attenzione ad idee che avevano tutta l'aria di essere sciocche superstizioni e millanterie. Ma la sua fiducia nelle capacità osservative dei pescatori era così forte, che Redi non se l'era proprio sentita di smentirli, come avrebbe fatto con qualsiasi altro
autore del passato o naturalista del proprio tempo. Ascoltiamo le sue parole:
"Non posso già con la stessa sicurezza affermare o negare, se sia il vero che la virtù della torpedine operi ancora da lontano. I pescatori tutti dicono di sì; ed affermano costantemente, che per le funi della rete, e per l'asta della foscina ella trapassa dal corpo della torpedine alla mano ed al braccio del pescatore; anzi uno di essi mi diceva, che avendo messa questa torpedine in un gran bariglione, mentre con un vaso di rame vi versava entro acqua marina per empierlo, sentiva, ancorché leggiermente, intormentirsi le mani. Sia com'esser si voglia; non ardirei negarlo, anzi mi sento inclinato a crederlo; ma non posso dir altro con certezza, se non che quando io avvicinava la mano alla torpedine senza toccarla, e quando parimente teneva le mani in quell'acqua, nella quale ella nuotava, io non ne sentiva né pure un minimo travaglio. E pure può essere che quando la torpedine è in mare, e che è vigorosa, e tutta piena della propria virtù, non dissipata dalla vicinanza della morte, ella produca tutti quegli eff
etti che son mentovati dai pescatori".
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