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Nella corrispondenza e nelle annotazioni del Libro di Ricordi di Redi compaiono molti personaggi e figure caratteristiche della vita sociale e civile della Firenze medicea della seconda metà del Seicento, con i quali egli fu in vario modo in contatto. Per le sue funzioni di cortigiano e di medico, l'Archiatra granducale conosceva quasi tutti a Firenze, non solo tra la nobiltà ed i ricchi, ma anche nell'ambiente dei bottegai, degli artigiani, dei farmacisti, dei banchieri e dei maestri di varie arti e professioni. Né gli erano certo ignoti i luoghi di ritrovo e di socializzazione del tempo, la toponomatica della città, le festività e le fiere che scandivano il calendario delle ricorrenze più significative.
Redi non aveva preclusioni verso il mondo popolare, e questo spiega perché nei suoi scritti non è infrequente incontrare i nomi di alcuni macellai fiorentini, come ad esempio "Mattio pollaiolo in Mercato vecchio" o il "macellaio da S. Sisto". Si viene anche a sapere che le sere d'estate a Firenze ci si poteva ritrovare tra amici "a mangiar insieme un cocomero alla ghiacciaia di Pinti". Sempre utile era visitare nel Seicento la "fiera di San Martino", e quella non meno rinomata di "di San Simone, su la piazza di S. Croce", dove si potevano comprare buoni libri. Per un turista di allora forse poteva riservare qualche sorpresa passeggiare "in quella viuzza che sbocca nella via del Corno", dove "teneva scuola di gramatica" "Ser Cecco dal Pian di Giullari"; in "via de' Servi", dove c'erano i "monaci di S. Michelino"; nella "via che va a Santo Spirito dietro a via Maggio", dove Redi aveva abitato fino al 1650; in "canto a' Soldani dirimpetto al Campanile di San Remigio", dove aveva avuto casa fino al 1672; oppure
in "via de' Bardi", dove risiedette fino al 1697.
Per un bibliofilo incallito come Redi, alla perenne ricerca di libri rari e manoscritti preziosi, era decisivo avere un buon rapporto con tutti i librai di Firenze. Nei suoi scritti se ne trova infatti un elenco nutrito; dal "libraino, che sta dirimpetto all'Ugolini" a "Maestro Andrea Cecchi libraio", nella cui "bottega" gli amici si ritrovavano la sera "al crocchio". Era lui, stando alle annotazioni del diario, il migliore fornitore di Redi, che però era solito rifornirsi anche da altri librai e rilegatori fiorentini come "Maestro Noferi libraio", "Monsù Niccolò Carlier libraio", "Paci libraio", "Rontino libraio", "Bartolomeo Tani libraio", "Stefano libraio", "Gai libraio", "Lorenzo Manfriani" e "Girolamo libraio". Ad un livello superiore si collocava invece un vero e proprio editore come "Giuseppe Cocchini, stampatore all'insegna della Stella", a cui Redi affidò la stampa nel 1664 delle Osservazioni intorno alle vipere e nel 1668 delle Esperienze intorno alla generazione degl'insetti .
Nel mondo degli intagliatori e degli incisori che gravitava intorno alle stamperie fiorentine Redi abbe rapporti di lavoro con "Guiduccio Guiducci", che gli fece i rami per le sue memorie (edite o rimaste inedite) sugli insetti, sulle galle e sulle anguille, oltre allo stemma di famiglia per alcune sottocoppe d'argento; con "Becuccio" che si era preso cura di pulirli e pomiciarli; con "Franceschino stampatore" che si era occupato di altre incisioni su rami, forse acquistati da "Rosi orafo"; ed infine con "Maestro Ceseri intagliatore" che gli aveva realizzato "un ornamento da quadro". Tra i collaboratori editoriali di Redi si possono ricordare invece "Messer Piero Marchi", che gli copiava "alcune scritture", e "Michel Vannini", definito come "aiutante di studio".
Nello svolgimento della professione medica Redi aveva rapporti molto stretti con speziali e farmacisti. I medicinali li comprava, oltre che alla "spezieria di Santa Maria Nuova", il principale ospedale pubblico fiorentino, alla "bottega di Filippo Catani e compagni, speziali", che si trovava proprio "al Ponte Vecchio", dallo "speziale del canto agli Alberti", oppure dal "Riccianti speziale". Per canditi e dolci erano più adatti "Carlo Brogi e compagni, speziali". Ma Redi non si limitava a comprare; spesso era lui a vendere agli speziali fiorentini. A "Santi, speziale al Ponte Vecchio" per esempio diede alcuni pani di zucchero avuto per regalo, facendosi comprare in compenso "cinquecento libbre di carbone". E anche con i prestigiosi "Catani, speziali al Pontevecchio", con i quali saldava tutti i conti nel settembre 1692, era lui che avanzava soldi.
Un uomo ricco come Redi, impegnato tutti i giorni in riscossioni, pagamenti e trasferimento di denaro, aveva spesso bisogno di banchieri, cambiavalute e faccendieri. Di "Beltramo Maglioli, o Mallioli" si serviva per pagare i conti dei librai veneziani Combi e La Nou. Per i rapporti con la piazza di Arezzo si serviva invece di "Francesco Fabbrini, merciaio di Firenze", che recapitava soldi alla sorella Suor Maria Diomira, dato che aveva un suo corrispondente in loco. Ma all'occorrenza poteva andare bene anche il "prete Pietro Maria Porrini", oppure il "Feroci rigattiere". Per i suoi pagamenti sulla piazza fiorentina Redi utilizzava invece "Giovanni Morini", i "Palmerini di banco", oppure "Francesco Donati, mercante di questa piazza", anche se non disdegnava ricorrere ai servigi del "Santi Bensi, speziale al Ponte Vecchio", di "Ser Giovanni Lapi, notaio alla mercanzia" e di un non meglio identificato "Galluzzi".
Spirito curioso e frequentatore di molteplici tipi di sapere, Redi si era rivolto spesso ad insegnanti di lingue e di arti, per avere ripetizioni a casa. Da "Monsù Martino" e "Monsù Martino Borgognone" aveva preso lezioni di francese, da "Messer Ferdinando Magnani" lezioni di greco, da "Don Baldassar Egidio" lezioni di spagnolo, da "Remigio Cantagallina", "maestro de' paggi del Gran Duca", lezioni di disegno e prospettiva, da "Carlino Tromba" lezioni di musica. Si dimenticò invece di ricordarci il nome del suo "maestro della scherma", al pari di quello di tanti umili servitori a Corte ai quali dava frequenti mance per i servizi che gli rendevano: "staffieri, lacchè, mozzi e portieri", oppure, ed è davvero curioso, "quello che dà il ghiaccio a Palazzo".
Tra i bottegai e gli artigiani dai quali Redi si riforniva per le esigenze della vita quotidiana i suoi testi ricordano molti venditori di generi di abbigliamento. I tessuti per i propri abiti l'Archiatra granducale li comprava alla "bottega del Sera", alla "bottega di Pace e Nosetti", alla "bottega de' Salucci", oppure da "Moretti di fondaco". Le sete le comprava invece da "Francesco Camerati e compagni, setaioli", ai quali ad esempio si rivolse nel 1673 per acquistare "tre braccia di taffettà rasato nero, e tre braccia di taffettà rasato di color di rose", "per fare due grembialini alla franzese, con le loro tasche guarnite di giglietto di oro di Venezia ed i loro astucci di argento" da regalare alle cognate Anna Nardi e Chiara Gamurrini. Ma buone occasioni di seteria si potevano trovare anche da "Lazzero Tanfani, merciaio all'insegna della Cupola".
Tra i propri sarti preferiti Redi ricorda "Maestro Lorenzo sarto", "Anton Maria Peroni, sarto", "Monsù Ansio", "Monsù Bresciano", il "Rabbuiati sarto", il "Saltini sarto" e "Maestro Massimo Socci". Per i bottoni "d'argento e d'oro" delle sue giubbe però Redi si fidava solo di "Madonna Laura ebrea". Così come per imbiancare le camicie si rivolgeva ad una suora, "Suor Maria Eletta Galli, monaca in Annalena".
Particolarmente ricercate tra i nobili ed i ricchi fiorentini del tempo dovevano essere le parrucche di "Monsù Damone franzese". Per i cappelli Redi si riforniva da "Maestro Giovanni Talducci", ma non disdegnava "Lazzaro Tanfani, merciaio", che gli procurò un bel cappello di vigogna.
Le scarpe e gli stivali di Redi erano confezionati da "Maestro Stefano". Per oggetti un po' particolari, come una "spada da cavalcare", lo scienziato si era rivolto nel 1650, prima di partire per Roma, a "Monsù Marco Lamberti", dal quale aveva comunque trovato anche delle belle "calze nere di seta all'inglese".
Tra gli artigiani che prestavano servizi di vario genere per la casa incontriamo nel Libro di ricordi di Redi "Maestro Antonio muratore" e "Giovanni Tuti, legnaiuolo", ai quali si era rivolto per fare alcune modifiche ed aggiustamenti nella nuova casa presa in affitto nel 1672, oppure "Maestro Bartolomeo Cateni, materassaio".
Figure preziose per chi come Redi spediva decine di lettere al giorno erano i postini. Come "Giulio Pini procaccio", con il quale fece insieme il primo viaggio a Roma; oppure due "procacci" che facevano il servizio per Venezia, "il Corsi" e "Antonio Mannelli". Un tipo curioso doveva essere il "barbiere" personale di Redi, di cui non riporta il nome, ma al quale doveva fare spesso regali perché non voleva "prendere danari".
Redi era anche un buon cliente di orefici e venditori di metalli preziosi. Al "banco de' Brandi" comprava libbre di "sfoglia d'oro"; a "Salvi battiloro" assegnava lavori di oreficeria; a "Orazio Comparini, orefice nel Ponte Vecchio" dava guantiere d'argento per farsene fare piatti, sui quale poi faceva incidere le "armi" di famiglia dal "Rosi, intagliatore d'argento". Per altri piatti d'argento e candelieri si era rivolto a "Comparini e Vanni, compagni orefici". Da "Maestro Cesare Donati" si era invece fatto preparare "due ornamenti piccoli da quadri".
Un discorso particolare meritano infine i numerosi servitori e camerieri che Redi, come tutti i nobili ed i ricchi del tempo, impiegava per tutte le faccende di casa e le necessità personali. All'inizio, quando abitava ancora insieme al padre Gregorio, probabilmente si serviva del "Carlini, cognato del Fangacci", e negli anni seguenti ebbe numerosi rapporti con "Placido", "Donato" e "Francesco Casivecchi", servitori del fratello Giambattista. Ma già quando, nel 1650, si recò a Roma per il Giubileo poteva disporre di un suo cameriere personale, "Lionardo", che lo accompagnò fino a Napoli. Negli anni successivi si alternarono al servizio dello scienziato aretino "Bastiano", "Desiderio", "Lessandro Fabbri da Tredozio", che venne assunto nel 1666, ma l'anno dopo si licenziò tornando a Pistoia. Al suo posto Redi prese "Giovanni Battista Susini", e poi ancora "Giovanni Battista" e "Domenico". Nel 1666 scelse anche un giovane "paggio", di nome "Agnolo Pientini", che dovette rivestire "da capo a piede". Nel 1670 venn
e a servire in casa Redi "Francesco Gori", che non fece buona riuscita tanto che venne licenziato il 14 marzo 1673: al suo posto venne assunto "Dioniso Masi". L'ultimo in ordine di tempo ad entrare al servizio di Redi fu, nel 1693, "Marco di Piero Del Lungo".
Poche le donne che si aggiravano in casa Redi. Nel 1672 aveva preso a servizio "la Laura", poi licenziata nel 1673. Al suo posto arrivò "la Domenica Pistolozzi", a cui si aggiunse nel 1675 "la Cecilia". Successivamente venne presa come "cuciniera" "Domenica Nucci", ricordata anche perché "non sapeva scrivere".
Nel 1686 Redi incontrò la persona più fidata e devota, che finì per condividere piaceri e dolori della sua vita fino alla morte: "Giuseppe Nencioni". Nel 1692 assunse anche il fratello "Niccolò". Quando questi riscosse il suo primo salario, il naturalista aretino annotò sul diario che fu proprio "Giuseppe Nencioni, suo fratello", che "ne fece la ricevuta per lui, perché non sa scrivere".
Giuseppe Nencioni seguiva Redi in tutti i suoi spostamenti con la Corte granducale. Era per esempio con lui nel viaggio a Pisa della primavera 1693, quando fu colto da una grave malattia, che fece accorrere precipitosamente da Arezzo anche il fratello dello scienziato, Giambattista. Col passare degli anni Giuseppe finì per assumere le funzioni di maggiordomo di casa Redi, tant'è vero che faceva lui le ricevute del salario degli altri domestici, dava le mance al personale di "Corte bassa" e al "Rontini", "bidello" dell'Accademia della Crusca.
Quando Giuseppe restava a casa, dato che Redi era in villeggiatura nelle ville fiorentine della Petraia o di Poggio Imperiale, aveva in mano denaro sufficiente per fare tutte le spese giornaliere. Qualche volta si recava anche a riscuotere lo stipendio del padrone dal "pagatore" del Granduca, anche se normalmente questa funzione spettava al segretario e factotum, il medico aretino Stefano Bonucci.
Il ruolo particolare svolto da Giuseppe appare dimostrato dal fatto che il 14 settembre 1696 Redi accettò di fare da padrino al battesimo di un figlio, anche se fece le sue veci Bonucci. Giuseppe seguì lo scienziato anche nell'ultimo viaggio a Pisa del 1697, e fu proprio lui a trovarlo cadavere nel letto la mattina del 1° marzo.
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