Jacopo Sinibaldi indietro stampa ricerca

A Roma Redi si vide attaccato non solo dai gesuiti del Collegio Romano, ma anche da esponenti di primo piano degli ambienti laici dell'Università della Sapienza, come l'Archiatra pontificio Giovanni Maria Lancisi ed il professore di medicina pratica Jacopo Sinibaldi. L'occasione di questa nuova disputa fu la pubblicazione, nel 1690, di un trattato di Sinibaldi, scritto per metà in latino e per metà in italiano, ed intitolato Apollo bifrons, medicas et amenas dissertationes latino et aetrusco sermone promiscuas exponens.
Sinibaldi prendeva spunto da una discussione delle teorie sui parassiti intestinali esposte da Redi nelle Osservazioni intorno agli animali viventi che si trovano negli animali viventi , per respingere anche le sue idee sulla generazione parentale degli insetti. Ma il fatto che, pur riprendendo spunti già espressi da Filippo Buonanni, il medico romano concentrasse tutta la propria attenzione sul problema delle galle, indicava chiaramente che egli intendeva non essere coinvolto, con citazioni esplicite, nella campagna anti-rediana dei gesuiti romani.
Dopo aver ampollosamente attribuito al Protomedico toscano "con più giustizia che a Plinio", "il titolo di Segretario della natura", Sinibaldi affermava di voler prestare "ogni credenza" alla "bella dimostrazione" dei recipienti aperti e chiusi con la quale Redi aveva confutato sperimentalmente la generazione spontanea. Ma non, aggiungeva, fino al punto di "sottoscriver[si] a questa propositione generale che ogn'animale nasca dal seme dell'altro". Anche perché lo stesso Redi aveva finito per indebolire la portata della propria teoria, ammettendo che "dentro i frutti delle piante e dentro i corpi degl'animali" potevano nascere "i vermi spontaneamente".
Giocando abilmente sulle contraddizioni della posizione rediana, e riprendendo gli stessi argomenti che il naturalista aretino aveva utilizzato contro Gassendi e Rinaldini, Sinibaldi individuava proprio nelle galle "la maggior prova" della generazione spontanea. E concludeva che, "con buona licenza del Gassendo" e dello stesso Redi, essa era "innegabile" e che "l'ingegniera natura" poteva benissimo "fabricar nuove forme" in ogni materia.
Redi non mostrò di prendersela più di tanto delle critiche di Sinibaldi, ormai rassegnato, dopo l'esito della polemica con Buonanni, all'impossibilità di far cambiare idea a chi si era formato nel contesto di un'immagine del mondo fondata sul principio della generazione spontanea. Ecco quello che scriveva a Giuseppe Lanzoni il 18 aprile 1694: "So benissimo, che il Sig. Jacopo Sinibaldi, nel suo libro intitolato Apollo Bifrons, se la piglia con me, a cagione di difendere la sentenza ex putri, e si porta da virtuoso par suo in quella benedetta risposta al medico Bergamini di Cracovia, consigliando a credere, che dall'uso delle cose dolci si producano i vermi. Io per me non voglio per questo andare in collera, siccome ho fatto ancora per il Padre Bonanni. Questi benedetti filosofi difensori della putredine credano a modo loro; a me basta, che il mio Sig. Giuseppe sia della mia opinione; e poi creda ognuno a suo modo, io così credo".