Chogia Abulgaith indietro stampa ricerca

Rispondeva a questo nome uno schiavo "africano" che Redi aveva conosciuto a Firenze nel 1666. Grazie alle sue informazioni sul sessualismo delle palme, il naturalista aretino aveva scritto una piccola memoria botanica, intitolata Notizie intorno alle palme , e datata "Di casa primo maggio 1666", che aveva indirizzato all'allora "Serenissimo Sig. Principe di Toscana" Cosimo III. Il suo nome completo era Chogia Abulgaith Ben Farag Assaid, ed era stato catturato in una delle tante scaramucce della flotta granducale con i pirati tunisini. Non doveva essere uno schiavo qualunque, se il futuro Granduca non solo gli aveva restituito la libertà ma lo aveva messo in contatto con l'Archiatra del padre Ferdinando II.
Redi aveva una notevole padronanza della lingua araba, e spesso si compiaceva di riportare nelle sue opere citazioni originali di vari autori arabi, come nel caso del motto ripreso da van Erpen che apriva le Esperienze intorno alla generazione degl'insetti . Anche in altre occasioni egli ebbe rapporti con prigionieri saraceni, sia per interrogarli, sia per cercare di convertirli al cristianesimo, sia, più semplicemente, per soddisfare qualche curiosità cortigiana. Si legga ad esempio questo protocollo del Ms. Redi 32 della Biblioteca Marucelliana di Firenze: "Era schiavo in Livorno un Bostangi, cioè un giardiniere del Serraglio del G. Signore. Il Granduca lo fece venire a Firenze per aver relazioni del Serraglio. Si lasciò intendere che sapeva tirar d'arco bene: ebbe curiosità il Granduca di vedere a che lontananza spigneva la freccia coll'arco. La maggior lontananza fu di secento trenta braccia. Egli però disse che in Turchia vi eran di quegli che arrivavano all'ottocento braccia".
Dopo qualche colloquio Redi si era subito reso conto che Abulgaith era non solo "un uomo di buona condizione e ben costumato" ma anche "più che ragionevolmente dotto e di non ordinaria intelligenza". Per questo non aveva avuto scrupoli, come era solito fare anche con altra gente del popolo, ad ammetterlo a "frequenta[re] spesso la [sua] casa" per fare pratica di arabo, discutere delle "ridicolose favole" del Corano e cercare di convertirlo ai "misteri della nostra fede". Era tempo di Pasqua, Abulgaith aveva chiesto informazioni sulla "festa delle Palme" che aveva osservato in qualche chiesa fiorentina; Redi gli aveva fatto un "minuto ragguaglio" del significato di quella cerimonia; poi però, dopo aver ottemperato ai doveri del cristiano, aveva preso il sopravvento in lui la vocazione dello scienziato. Aveva cominciato infatti ad "interrogar[e]" l'ex-schiavo sulla "natura dell'albero della palma", per vedere se "dalla viva sua voce" riusciva a sciogliere alcuni problemi che non aveva saputo chiarirsi "col mezz
o degli scrittori della naturale istoria".
Arrivato a questo punto, anche Chogia Abulgaith poteva considerarsi arruolato - al pari di uno Jacopo Viperaio, di un Francesco Tozzi e di un "Padron Peppo" - tra i collaboratori scientifici di Redi. Un collaboratore prezioso ed attendibile. Grazie infatti alle informazioni ricevute da uno come lui che le palme le aveva viste davvero, con i datteri maturi sui rami, Redi era rimasto "così appagato" che non gli era rimasto "che poco o nulla" "di dubbio". Aveva avuto conferma, prima di tutto, della verità dell'idea, avanzata anche da alcuni naturalisti antichi, che in nessuna pianta era "più manifest[a] che nella palma" la legge del sessualismo: cioé che "l'erbe tutte e gli alberi hanno il maschio e la femmina".
Il contributo di Abulgaith si era però rivelato prezioso per sapere come facevano gli Arabi ad ottenere i datteri: cosa impossibile nelle poche palme che si coltivavano in Italia. Bastava inserire dei mazzi di fiori maschili sulla palma femmina oppure "spolverizzare" sopra i suoi fiori "un poca di quella bianca farina che cade da' fiori del maschio". Stava qui infatti, in "una certa polvere bianca somigliante alla farina di castagno dolce al gusto e delicata", il principio fecondante. Grazie alle notizie fornitegli da Abulgaith Redi si era anche convinto che i favolosi "amori della palma" di cui avevano vagheggiato naturalisti e poeti occidentali, non erano altro che "poetiche fole" con le quali essi avevano "inviluppa[to] la verità". E' quanto mai significativo l'argomento che lo aveva portato a questa conclusione: "per quanto Abulgaith mi dice". Ancora una volta Redi preferiva prestare fede a quello che gli raccontavano persone che avevano visto le cose con i loro occhi - anche se si trattava di uomini che
non sapevano né leggere né scrivere oppure erano estranei alla società dell'epoca come Abulgaith -, piuttosto che alla testimonianza di auctores titolati, che avevano scritto in latino o in versi, ma spesso solo sulla base di quello che avevano sentito dire o dell'autorità di altri.