Acqua, caffè e vino indietro stampa ricerca

Tra le bevande 'esotiche' di cui Redi decretava la condanna c'era, com'è noto, il caffè. Aveva scritto nel Bacco in Toscana : "beverei prima il veleno / che un bicchier che fosse pieno / dell'amaro e reo caffè". L'affermazione era tanto esplicita nella bocca del dio greco quanto contraddetta dalle personali abitudini di vita del medico aretino. In una lettera a Cestoni del 13 novembre 1688 Redi proclamava infatti di essere diventato "caffeista perfetto", dato che quando ne beveva "due chicchere" non gli piaceva "mettervi il zucchero".
La contraddizione era solo apparente, come lo stesso Redi chiariva in una successiva lettera a Rinaldo degli Albizi del 28 dicembre 1688, e stava nel fatto che nel Bacco egli aveva "cantato da poeta, e non mica da filosofo". Scriveva: "Ha ragione V. Sig. Illustriss. e Rever. a domandarmi se nell'animo mio veramente io approvi o condanni la bevanda del caffè, mentre nel mio Ditirambo di Bacco in Toscana sembra che io l'abbia biasimato, ma poscia è noto che io talvolta ne beva. Confesso che non di rado io ne bevo, anzi quando talvolta la mattina non voglio, o non posso desinare, invece di esso desinare, prendo una o due chicchere di caffè, che mi toglie la sete, mi conforta lo stomaco e mi fa altri beni".
Redi proseguiva nella lettera a specificare gusti personali ed abitudini del costume nobiliare del tempo: "Confesso che il caffè non lo beverei mai al bicchiere, poiché i galantuomini e civili han costume di pigliare il caffè non nel bicchiere, ma bensì nella chicchera di porcellana, o per lo meno di terra finissima di Savona, e così è la moda. Osservi parimente V. Sig. Illustriss. e Reverendiss. che nel Ditirambo ho biasimato il caffè amaro e reo, e non già il caffè dolce e buono, il quale è da me approvato".
L'interesse di Redi per il caffè aveva anche un riscontro scientifico. Presso la Biblioteca Marucelliana di Firenze, nel Ms. 26 del Fondo Redi, esiste infatti un codice miscellaneo, intitolato "Osservazioni sulle coccole del caffè e sovra altri vegetali", in cui sono raccolte una serie di analisi ed abbozzi di una breve memoria sulla composizione dei chicchi di caffè. Si trattava di caffè "mandato dall'Affrica nelle balle per servizio di farne le bevande".
Esattamente speculare rispetto al caffè era la posizione di Redi nei confronti dell'acqua. Nel Bacco l'avvinazzato dio greco si accaniva a denunciare i difetti dell'acqua, mettendo platealmente in discussione i principi terapeutici del medico aretino: "Vadan pur, vadano a svellare / la cicoria e i raperonzoli / certi magri mediconzoli, / che con l'acqua ogni mal pensan di espellere: / io di lor non mi fido, né con essi mi affanno, / anzi di lor mi rido; / che con tanta lor acqua io so ch'egli hanno / un cervel così duro e così tondo, / che quadrar non potria nemmeno / in pratica, / del Vivian il gran saper profondo / con tutta quanta la sua matematica".
Non bisogna dimenticare, d'altra parte, che Redi aveva scritto (anche se non pubblicato) un secondo ditirambo, l'Arianna inferma , nel quale la moglie del dio malediceva il vino e faceva le lodi dell'acqua. "Il vin puro, ed il vin pretto / sia bandito, ed interdetto; / nomi orribili d'inferno / sieno il Chianti, ed il Falerno. / Maledetti sien gli zipoli / di quel vin di pian di Ripoli. / Si fracassi il caratello / del Trebbian, del Moscatello. / Si rimiri ad ognor con occhio bieco / di Polisippo il Greco; / e quel di Somma, ch'è vieppiù tremendo, / vada a scorrere i lidi / del nero acheronteo baratro orrendo; / e seco vada quella rea Vernaccia, / che in mille mali i nostri corpi allaccia".
E veniamo ora alla questione del rapporto tra Redi e il vino, anch'essa giocata sul filo dell'ironia e dello "scherzo". Nel Ditirambo il medico aretino si era divertito a tratteggiare se stesso, allampanato e freddoloso, nella parte della vittima degli strali dell'ebbro e caloroso Bacco: "Vino, vino a ciascuno bever bisogna, / se fuggir vuole ogni danno; / e non par mica vergogna / tra i bicchieri impazzir sei volte l'anno: / io per me son nel caso, / e sol per gentilezza / avallo questo e poi quell'altro vaso; / e sì facendo, del nevoso cielo / non temo il gielo, / né mai nel più gran ghiado m'imbacucco / nel zamberlucco, / come ognor vi s'imbacucca / dalla linda sua parrucca / per infino a tutti i piedi / il segaligno e freddoloso Redi".
Ma, nonostante le lodi del Ditirambo, quando si toglieva le auliche vesti di poeta e vestiva quelle più prosaiche di medico, Redi sconsigliava vivamente ai propri pazienti di bere vino: tanto più vino schietto e di alta gradazione alcolica. Nella stessa lettera a Rinaldo degli Albizi del 1688 in cui rivelava le proprie idee sul caffè, egli ribadiva infatti una esplicita preferenza per l'acqua a danno del vino. "Per chi è sottoposto a flussioni, tutte le bevande fatte con l'acqua son buone, siccome la peggiore di tutte e la più dannosa si è quella del vino, e particolarmente del vino soverchiamente generoso e potente, e bevuto senz'acqua, o vero poco o pochissimo inacquato". Ancora più drastico Redi era stato in una lettera a Baldigiani del 10 agosto dello stesso anno, nella quale aveva prescritto in modo perentorio: "E tanto la mattina, quanto la sera, beva sempre acqua e mai non beva vino, già che il vino è il maggior nemico che possa avere la sua vita e la sua sanità".
Nella pratica però, almeno sul piano personale, Redi non era così contrario al vino come dava a credere o gli altri si immaginavano. Lo rivelava lui stesso in una lettera al Cardinale Chigi dell'11 novembre 1685, accompagnando l'invio di una copia del Bacco: "Io non sono quel così terribile e caparbio nemico del vino che il mondo tutto si dà ad intendere ch'io sia; anzi spero che il mondo, fra molti anni, abbia a credere che io sia stato un bevitore di vino così solenne e ghiotto, che abbia potuto competere co' lanzi più ingordi".
E difatti, scorrendo la corrispondenza del medico aretino, non sono pochi gli accenni che lasciano trasparire la sua propensione per le buone bevute, specialmente durante le "veglie" a casa di amici o i memorabili "stravizzi" dell'Accademia della Crusca. Ecco per esempio il quadretto che il giovane Redi descriveva in una lettera a Ferdinando Bardi del 28 giugno 1666: "Ha voluto S. A. S. sapere da me come ci stemmo iersera allegramente a cena, ed ha voluto sapere per appunto tutta la conversazione, e come si bevve; io ho detto che il Montepulciano ed il Claretto donatoci da S. A. S. portò il vanto a viva voce di tutti".
I gusti dell'Archiatra granducale non erano cambiati con il passare degli anni. Il 15 marzo 1681 scriveva a Cestoni dalla villa dell'Ambrogiana: "Io son servitore di V. S. e vorrei che ella fosse qui vicina, perché le farei assaggiare un certo vino rosso, che presentemente io bevo, che pela l'orso". E il 30 novembre 1682 ripeteva un identico ritornello all'amico livornese, che di certo condivideva i suoi stessi gusti: "Oh se voi sentiste il vino ch'io bevo! Ah ghiotto!"
Solo l'incalzare della vecchiaia e delle malattie aveva indotto Redi a cambiare abitudini. Il 16 settembre 1690 consigliava infatti al fratello Giambattista di abbandonare "totalmente totalmente totalmente il vino". Aveva fatto lo stesso anche lui, ma era stata una decisione piuttosto recente, quasi da alcolista pentito: "Io sono quattordici mesi che non ne bevo punto punto punto e bevo acqua semplice e pura". Meglio di lui aveva senz'altro fatto il Granduca Cosimo III, che da "quindici anni passati per la via de' sedici" non aveva più "assaggiato il vino".
Oltre a Cestoni, altri amici erano destinatari di frequenti assaggi di qualche fiasco di vino particolarmente prelibato da parte di Redi. Tra questi Filicaia e Magalotti. Normalmente il vino proveniva dalla cantina del Granduca, ma spesso anche dalla "vigna favorita" della famiglia Redi: quella della Villa degli Orti di Arezzo, che era stata piantata con "certi magliuoli" che Cosimo III in persona aveva fatto venire "di Provenza per la sua villa di Castello".
Redi apprezzava particolarmente il detto di Galileo che "il vino altro non è, se non luce del Sole mescolata con l'umido della vite". Anzi, da gran letterato ed ammiratore di Dante com'era, si compiaceva di averne ritrovato l'antecendente nella terzina del Purgatorio che diceva: "E perché meno ammiri la parola, /guarda 'l calor de Sol, che si fa vino, / giunto all'umor, che dalla vite cola". La scoperta veniva comunicata in una lettera senza data a Magalotti, che aveva tutta l'aria di essere stata scritta in uno stato di palese ebbrezza serale: "Se ben vi scrivo questa lettera dopo cena, sepolto tra 'l vino e tra 'l sonno, con tutto ciò ella si merita che la noveriate fra quelle che, per esservi state indirizzate dai più letterati baccalari dell'Europa, voi le raccogliete ad perpetuam rei memoriam in quel vostro libro, il quale, quando di qui a cent'anni, mezzo roso dai topi, o mucido, o affumicato, sarà letto da qualche vostro bisnipote, farà una fede autentica che negli anni domini voi foste l'Alcibiade di
settecento, ovvero di ottocento e più Socrati. Gnaffe, Sig. Lorenzo mio, io dico da vero e non burlo".