|
Galileo aveva rivelato nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo del 1632 di non avere problemi ad ammettere, come gli aristotelici, la generazione spontanea dei moscerini nel mosto d'uva. Trent'anni dopo, nel 1667, i suoi discepoli diretti, riuniti nell'Accademia del Cimento, erano invece arrivati alla conclusione che questa teoria doveva essere considerata solo come una delle tante "assurde opinioni e pregiudizi popolari" che l'esperienza dimostrava destituiti di ogni fondamento. Così scriveva il Segretario dell'Accademia, Lorenzo Magalotti, nei Saggi di naturali esperienze.
La questione della generazione spontanea fu una delle prime che gli accademici del Cimento si erano riproposti di mettere alla prova. Erano state scelte come cavie le rane, di cui tanto i filosofi quanto il volgo affermavano in modo pressoché unanime, all'epoca, la nascita dal fango delle paludi e dalle gocce di pioggia che bagnavano la polvere delle strade. Scorrendo il diario manoscritto delle sedute si può constatare che il 6 settembre 1657, appena qualche mese dopo la costituzione dell'accademia che aveva iniziato la propria attività il 19 giugno, l'argomento era stato affrontato e, a quanto pare, risolto. Gli accademici erano giunti alla conclusione che le rane che comparivano all'improvviso nelle strade di campagna e per i campi dopo un acquazzone non erano generate dalla pioggia, ma uscivano semplicemente dai nascondigli dove fino a quel momento si erano sottratte agli sguardi dell'uomo. Bastava avere la pazienza di cercare un po' tra i cespugli ed esse saltavano fuori anche prima della pioggia.
Ecco il relativo protocollo: "Non è vero che le botte si generino dalla pioggia, ma ben sì allora si disascondono, et havendo noi fatto osservare diligentemente in quei luoghi che più ne sono abbondanti, si ha che le mattine susseguenti alle notti tranquille e serene veggonsi uscire al fresco dell'aurora, benché la notte non appariscano né vi sia pioggia che le produce".
La notizia delle esperienze fatte nell'Accademia del Cimento era quasi subito trapelata all'esterno ed era arrivata alle orecchie dei gesuiti romani che, per bocca del loro più autorevole esponente in campo naturalistico, il padre Athanasius Kircher, avevano sempre difeso la teoria della generazione spontanea. Punti sul vivo dell'orgoglio, i gesuiti avevano discretamente fatto sapere a Firenze che, se fossero stati attaccati, si sarebbero difesi adeguatamente: tanto più che, avvertivano in tono minaccioso, gli scienziati della Compagnia avevano a loro disposizione ottimi argomenti per ribattere alle esperienze degli accademici fiorentini. Avevano infatti sparso "dell'arena nel lastricato" di una strada di città nell'imminenza di un temporale, ed avevano visto le "botticine" "nascer al cader della pioggia". In questo caso non era certo possibile ipotizzare che le rane stessero nascoste nei cespugli o sotto terra; dunque, venivano realmente generate dalla pioggia.
La risposta del Cimento non si fece attendere. Il compito venne assunto da Giovanni Alfonso Borelli, l'esponente più in vista del fronte radicale degli accademici. Allo stesso resoconto delle esperienze stilato da Magalotti, Borelli aveva infatti proposto di fare questa aggiunta: "Parmi che si debba far capitale dell'osservazione che io proposi al Ser.mo G. D. che le botticine che saltano doppo quelle prime pioggie si trovorno col ventricolo e budella piene d'erba, segno evidente che non furno in quell'istante generate".
Pur non essendo ricordato nel diario del Cimento, anche Redi aveva partecipato attivamente alle esperienze sulle rane. Nelle Osservazioni intorno alle vipere l'Archiatra granducale istituiva infatti un preciso accostamento tra la propria battaglia contro i professori di peripetetismo del momento e quella condotta da Galileo contro la cieca protervia ideologica degli aristotelici di inizio Seicento: battaglia che, com'è noto, aveva impedito a Cesare Cremonini di accostare l'occhio all'oculare del telescopio. Redi si compiaceva di sottolineare che egli portava avanti, sul versante del microscosmo ed utilizzando il microscopio, quella stessa campagna di liberazione dai retaggi del passato e dalla schiavitù dei pregiudizi antichi che Galileo aveva condotto nel macrocosmo, utilizzando la forza rivoluzionaria del telescopio. Contro l'ipse dixit dei fautori del principio di autorità e della supremazia degli antichi, Redi faceva ostinatamente professione di eclettismo filosofico allo scopo di attribuire unic
amente alle "sensate esperienze" il ruolo di tribunale della verità. Ma ecco le sue parole:
"Amo Talete, amo Anassagora, Platone, Aristotile, Democrito, Epicuro, e tutti quanti i principi delle filosofiche sette: ma non fia però, ch'io voglia servilmente legarmi a giurar per vero tutto quello che hanno detto o scritto, come lo fa giornalmente la più minuta plebe di molti protervissimi settari; i quali per lo soverchio, e, per dir così, rabbioso amore che portano al capo della loro scuola, non vogliono udire opinioni contrarie a quella, e forzati ad ascoltarle, e da evidenti ragioni alle volte convinti, non sapendo trovare altro scampo o sotterfugio, ricorrono alle cavillazioni, a' sofismi, ed in ultimo luogo alle strida; e se si vuol far veder loro qualche esperienza, si mettono le mani avanti a gli occhi. E so di certo, che un profondo maestro in iscrittura peripatetica, e molto venerabile uomo [Cesare Cremonini], per non esser necessitato a confessar vere le non più vedute stelle e l'altre curiose novità ritrovate in cielo dal Galileo, non volle mai all'occhio adattarsi l'occhiale; ed un altro, a
cui io diceva, che quelle piccole botte che di state, quando comincia a piovere, saltellano per le pubbliche polverose strade, non nascono in quell'istante dall'incorporamento della gocciola d'acqua piovana con la polvere, ma ch'elle son di già nate molti giorni prima; e promettendo di dargliene esperienza vera, col fargli vedere e toccar con mano, che tutte quelle che egli si credeva allor allora nate aveano lo stomaco per lo più ripieno d'erba e gl'intestini d'escrementi; non fu mai possibile che potessi indurlo a contentarsi, che in sua presenza io ne aprissi una, qual più a lui fosse piaciuta".
Chi era il testardo aristotelico che si era rifiutato di considerare le esperienze di Redi contro la generazione spontanea? Forse era solo una figura retorica immaginata da Redi, e non una persona fisica, ma può anche darsi che identificasse Filippo Buonanni, il gesuita romano che combatté per oltre trent'anni le idee del naturalista aretino e difese fino alla fine la generazione spontanea. E' risaputo infatti che Buonanni venne diverse volte a Firenze e discusse ripetutamente con Redi sulla generazione spontanea: addirittura, stando a quanto racconterà molti anni dopo lo stesso gesuita, gli avrebbe contrapposto i propri esperimenti e lo avrebbe dissuaso dal pubblicare le sue ricerche, invitandolo a fare esperienze più accurate. Nel 1691 infatti, nelle Observationes circa viventia, quae in rebus non viventibus reperiuntur, Buonanni scriverà di aver invitato il Protomedico del Granduca di Toscana "a tenere ancora in sospeso la sua teoria sulla generazione degli insetti, e ad accordare fiducia agli esperimenti
degli altri, ricordandosi dell'avvertimento aristotelico che una conclusione universale affermativa è difficilissima da dimostrare e facilissima da distruggere".
I gesuiti, una volta resisi conto che insinuazioni e minacce non funzionavano contro la determinazione degli accademici del Cimento, decisero di rispondere pubblicamente. Appena un anno dopo l'uscita delle Osservazioni intorno alle vipere, Kircher dava alle stampe un ponderoso trattato filosofico-scientifico, intitolato Mundus subterraneus, dove compariva anche un capitolo dedicato alle rane nate dalla pioggia. Il gesuita tedesco non solo ribatteva agli accademici fiorentini che i piccoli anfibi venivano prodotti da una forza plastica di carattere vitale diffusa per tutta la natura, ma sosteneva che potevano addirittura essere prodotte artificialmente impastando dentro un vaso un po' di fango di palude con acqua piovana, e tenendolo per qualche mattina al tepore del sole.
Non passava un anno che, nel 1666, un altro gesuita che pure aveva manifestato alcune aperture verso le nuove idee scientifiche ed era stato in rapporto con il Cimento, il padre francese Honoré Fabri, prendeva anche lui pubblicamente le difese della generazione spontanea nei suoi Tractatus duo, di cui il primo riguardava proprio la generazione delle piante e degli animali. Pur negando che la vita si potesse generare nell'aria, come avevano sostenuto Rondelet e Liceti, anche Fabri ribadiva che gli organismi portati dalla pioggia si generavano spontaneamente nel fango contenente "primordi" vitali che ricadevano a terra mescolati all'acqua.
Pubblicando nel 1667 i Saggi di naturali esperienze, Magalotti non aveva fatto nessun cenno al controverso problema della generazione spontanea. Ma Redi non lo aveva seguito lungo questa linea di conciliazione con i vertici del potere ecclesiastico, direttamente ispirata dal Principe Leopoldo, che era ormai felicemente approdato al cardinalato. Così, l'anno dopo, dando alle stampe le Esperienze intorno alla generazione degl'insetti riprese gli argomenti sviluppati nel 1664 e sferrò un virulento attacco contro Kircher e Fabri. E il tema delle rane nate dalla pioggia tornava di attualità:
"Ma che vi dirò io di quell'altre ranuzze o botticine, le quali il volgo crede che di state piovano dalle nuvole, ovvero che s'ingenerino fra la polvere in virtù delle gocciole dell'acqua piovana in quel momento ch'ella cade dall'aria? Io ne favellai a bastanza nell'Osservazioni intorno alle vipere, osservando che quelle ranuzze, le quali si veggono quando viene qualche spruzzaglia di pioggia, hanno avuto il loro natale molti giorni avanti, e si trattengono nell'asciutto e s'acquattano o tra' cespugli dell'erbe o tra' sassi o nelle bucherattole della terra; e perché son dal colore di essa terra, non è così facile, quand'elle stan ferme e rannicchiate, che l'occhio tra la polvere le possa distinguere; e quel vedere ch'ell'hanno lo stomaco pieno di cibo e le budelle piene di molti escrementi, in quello stesso momento nel quale si credon esser nate, parmi che sia un evidente contrassegno di quella verità".
I gesuiti e tutti i seguaci delle teorie aristoteliche, com'era facilmente prevedibile, non rimasero affatto convinti dagli esperimenti rediani, e si prepararono ad un confronto di lunga durata che si sarebbe protratto in pratica fino alla fine del secolo. Redi si mostrava spazientito nel constatare che, "a dispetto dell'universo", essi si mostravano "ostinati a voler credere" che le rane che saltellavano per le strade fossero "ingenerate dalle gocciole dell'acqua piovana". E giustamente si scandalizzava, in una lettera a Magalotti del 26 agosto 1673, che "un frate nell'Ottavario di S. Giovanni sul pulpito di S. Maria del Fiore" avesse paragonato "la verità di questa faccenda alle verità evangeliche".
Imbevuti com'erano di filosofia aristotelica, ma confortati anche da un apprezzabile spirito empiristico, i gesuiti del Collegio romano trovavano naturale che i topi nascessero spontaneamente nelle cambuse delle navi e che le rane scaturissero all'improvviso dalla trasmutazione del fango e della pioggia. Come aveva riferito Michelangelo Ricci al cardinale Leopoldo de' Medici subito dopo la pubblicazione delle Esperienze intorno alla generazione degl'insetti, negli ambienti romani si era rilevato che "le osservazioni" della memoria erano state fatte "con diligenza e con giudizio", ma Redi avrebbe dovuto "rimovere due obiezioni comuni contro la sua dottrina". Avrebbe cioé dovuto spiegare com'era possibile che si ritrovassero i topi "in mare nelle galere" e che le rane stessero nascoste in terra "in tanto numero senza esser vedute". A giudizio di Ricci, a Roma "tutti" quanti facevano opinione davano a vedere di essere "convinti da queste due obiezioni" dei gesuiti, e resistevano con decisione a chi, come lui, vo
leva proporre "la sentenza del Sig. Redi".
E' abbastanza curioso notare che, nonostante l'apparenza, anche gli aristoteli ed i gesuiti vituperati dagli accademici del Cimento avevano dalla loro una parte di verità. Redi aveva ragione a sostenere che le rane comparse dopo la pioggia non erano nate per generazione spontanea, né per aria né sul terreno per l'impasto di acqua e polvere: in questo senso il ritrovamento di erba nel loro stomaco era risolutivo. Ma anche gli aristotelici erano nel giusto quando sostenevano che le rane era cadute dal cielo insieme alla pioggia: sbagliavano ad affermare che fossero nate per aria, ma avevano ragione a dire che cadevano con la pioggia. In questo senso l'esperimento del lastricato sul quale non c'erano rane prima della pioggia, mentre apparivano dopo, era anch'esso conclusivo.
Redi riteneva al contrario, che fosse un pregiudizio volgare credere a queste due cose: che le rane "di state piovano dalle nuvole", e che "s'ingenerino fra la polvere in virtù delle gocciole dell'acqua piovana in quel momento ch'ella cade dall'aria". Aveva ragione per la seconda parte dell'affermazione, torto per la prima. Egli pensava giustamente che "quelle ranuzze, le quali si veggono quando viene qualche spruzzaglia di pioggia" avessero "avuto il loro natale molti giorni avanti", e che "quel vedere ch'ell'hanno lo stomaco pieno di cibo e le budelle piene di molti escrementi, in quello stesso momento nel quale si credon esser nate" fosse "un evidente contrassegno di quella verità". Tuttavia si sbagliava sostenendo che le rane comparse dopo la pioggia fossero già presenti sul terreno dell'osservazione, ma si fossero rese irreperibili "perché son dal colore di essa terra" e "non è così facile, quand'elle stan ferme e rannicchiate, che l'occhio tra la polvere le possa distinguere".
In questo caso Redi non riusciva affatto a controbattere all'esperimento degli avversari che pretendevano di averle viste sopra un lastricato, e come nel caso delle orecchiette del cuore della vipera di cui parlava subito dopo per riconoscere un precedente errore, anch'egli era caduto vittima di una "illusione abile a poter far travedere l'occhio". Le rane erano proprio cadute dal cielo, trasportate da trombe d'aria e fenomeni temporaleschi avvenuti altrove, e non erano nate nel luogo dove erano state poi trovate.
|
|