Maria Cecilia Redi indietro stampa ricerca

Un posto a sé occupa, nelle vicende familiari di Francesco Redi, la storia della nipote Maria Cecilia. Era l'unica, amatissima, figlia del fratello Giambattista e di Anna Nardi. Sulla base del registro dei battesimi della Fraternita dei Laici, sappiamo che era stata battezzata il 27 marzo 1672.
Lo zio Archiatra granducale aveva cominciato subito a prendersi cura della salute della piccola Cecilia. Il 4 maggio 1678, ad esempio, raccomandava alla madre di dare alla bambina "minestre mattina e sera", e il 22 ottobre 1680 insisteva ancora con la prescrizione di "serviziali, brodi e regola di vita", con l'aggiunta di un po' di "polvere" di china-china. Ma prima, scrivendo al padre in data 31 agosto 1677, aveva prescritto per la "povera Maria Cecilia", che aveva qualche problema di crescita, prima "un busto di stecche di osso di balena", e poi addirittura "un busto di ferro", del quale diceva che si sarebbe occupato lui a Firenze. Di nuovo il 14 aprile 1687, quando Cecilia era ormai una ragazzina e non le erano ancora comparse le mestruazioni, Francesco consigliava a Giambattista, più "da buon fratello" che da medico, di lasciar "operar la natura", perché se egli pretendeva "a forza di medicamenti far venire le purghe mestruali" alla figlia le avrebbe senz'altro cagionato "la morte".
Da piccola, Cecilia aveva manifestato un carattere dolce ed affettuoso, come appare dalla sua prima letterina al padre, che si trovava allora a Firenze e che le aveva mandato alcuni campioni di tessuto. Era il 25 settembre 1681, Anna era tutta presa nel suo colloquio a distanza col marito, ma "la bambina" voleva a tutti i costi "scrivere due versi" lei, e stava lì, vicino allo scrittorio, a "tormentare" la madre. Che, stanca, le aveva lasciato la penna. E lei aveva aggiunto queste parole: "Carissimo Sig.r padre, le mostre che à mandato V. S. son bellissime: pigli quella che più li piace; già che dice non si ponno vedere i colori tutti, ne piglerà una di quelle del Camerata: la più vaga. Io cerco di scrivere e di sonare più che posso; ma V. S. sa che sono una cattiva. Sig. padre mio, addio; e se potessi, gli vorrei dar cento baci. Saluti il Sig.r zio, e V. S. mi voglia bene e torni presto". Il padre, forse con le lacrime agli occhi, le aveva risposto: "Ho caro che la cuffia sia stata di suo gusto, acciò prenda
motivo di studiare con speranza di riceverne la ricompensa. Penso che adesso ogni dì canti".
Anche in seguito, quasi di regola, tutte le lettere della moglie al marito portavano un'aggiunta della figlia. Leggiamone alcune. 18 giugno 1682: "Con questa mia sono a pregare V. S. che ella mi voglia compatir se prima d'ora non ho ringraziato V. S della bellissima cuffia che si è compiaciuta mandarmi. Farà grazia di riverire il Sig.re zio Francesco con vivo core da mia parte. Ricordo a V. S. il libro che le chiesi, perdoni di tanti incomodi, pregandola a volermi bene, e qui resto". 5 settembre 1682: "Sig.r padre, mio Sig.r. Ciò che ella veda che io desidero il suo felice ritorno la prego a tornar presto, e la riverisco".
Una volta diventata grande, Cecilia aveva accettato di entrare in convento, secondo l'uso del tempo e della famiglia. Lo zio Francesco aveva fatto di tutto per incoraggiare la scelta. Il 26 ottobre 1689, compiaciuto, le inviava "un gran reliquiario bellissimo di argento da potersi tener sull'altare". Era un regalo personale della Granduchessa madre Vittoria Della Rovere. Dentro c'era "un pezzo dell'abito vero e proprio che portava Santa Maria Maddalena de' Pazzi, mentre fu viva", ed era accompagnato "da tutte le necessarie autentiche del foro ecclesiastico". Ma poi, contrariamente ad ogni previsione, il 3 aprile 1690, quando ormai si avvicinava il giorno di prendere il velo, Maria Cecilia aveva scritto al padre implorandolo di scioglierla dalla promessa. Ecco il testo della lettera:
"Ho riceuto la sua cortesissima lettera, quale mè stata d'un gran travaglio, vedendo che non posso corrispondere alla sua cortesia. Già V. S. sa che, subito detto di esser monacha, io me ne pentii, ma per il gran timore che ebbi, non ebbi ardire di dir cosa alcuna, vedendo il gusto che V. S. e la Sig.ra madre avevano. Onde V. S. vegga quanto io stetti a dirlo, raccomandandomi al Signore che mi facesse questa grazia di farmene venir voglia per non dare disgusto a lor Signori, e V. S. può credere che, da Dio infori, quello non facessi per V. S. e Sig.ra madre, non lo farei per nessuno; è vero che dissi di farmi monacha, ma lo dissi senza pensarci, a sproposito, senza cervello, e V. S. creda che me ne scoppia il cuore; ma se non ho voglia, come ho a fare [?] Sa che quando c'era il Padre Baldigiani, innanzi e doppo, quelle poche d'orazioni che ò fatte, l'ò fatte tutte a questo fine; ò fatto dir delle Messe, e sempre me se slontanava la voglia, e s'accerti che, s'io ci avessi punta d'inclinazione, mi metterei più
tosto a patire e sforzare la mia volontà per darli questo gusto. Ma Sig. padre mio, come ò da fare [?] ò a dannare l'anima mia, se sento proprio che io mi dannerei. Conosco molto bene che V. S. dice la verità, che io mi espongo a' travagli e disgusti, ma me le sarò elette da me, e di me mi potrò dolere. Spero in Dio che mi darà forza e pazienza di superare queste difficoltà per i miei peccati. Caro Sig.re padre, la prego a perdonarmi, e con le lacrime a' gli occhi, prostrata a' suoi piedi, sò che me più che cento volte padre amoroso, e sò che sempre sempre m'à voluto bene, onde piglio speranza, benché li dia questo gran disgusto, ma sò che V. S. averà più caro la salute dell'anima mia che godersi tutte le ricchezze del mondo, onde V. S. consideri se io non volessi dar gusto alla S. Gran Duchessa, la quale à parlato con tanta carità e amore verso di me, ma Sig.re padre, non so come mi fare a rimovere la mia volontà, e se le monache lo vogliono dire sanno molto bene che io non avevo voglia. Ma Iddio à voluto ch
e io abbia questa mortificazione, e farla avere a V. S. e Sig.ra madre, per amor mio che me ne duole infino all'anima, e questa non è una cosa d'un mese o d'un anno, [ma] per tutta la vita, e la prego per le viscere di Giesù Christo a perdonarmi e rimettermi nella sua buona grazia".
La richiesta era stata esaudita, anche grazie alla complicità della madre, che, essendo continuamente malata e con il marito fuori di casa, aveva bisogno della sua assistenza. Anche Giambattista alla fine si era arreso, e di certo non poteva che essere contento del ruolo di infermiera che, con il passare del tempo, Cecilia si era assunta. Era infatti lei, tra le altre cose, ad informarlo del reale stato di salute della moglie Anna, grazie ad alcuni piccoli bigliettini di poche righe che di nascosto infilava nelle lettere, prima di portarle alla posta. Uno si trova nella lettera del 29 settembre 1692, e diceva che la madre, "da martedì notte in qua à la febbre con un dolor grande di testa che non li parte punto, e non ha voluto che io glie lo scriva. V. S. però facci finta di non sapere niente". Un altro si può leggere nella lettera del 2 ottobre, e aggiungeva qualche particolare in più: "Le dò nova come la Sig.ra madre sta un po' meglio del suo gran dolor di capo e febbre, ma però tanto li seguita; la solleva
un po' il Sig.re Gregorio; faccia vista che io non gli abbi scritto".
Identica comprensione avevano manifestato verso la scelta della nipote le zie suore che, cristianamente, si erano subito rassegnate alla volontà di Dio. Ecco quello che scrivevano il 26 dicembre 1691 Suor Maria Cecilia e Suor Eudora Osmida : "Credo poi che a quest'ora averà auto nuova come nostra nepote abbi rinuntiato il luogo di farsi monacha. A noi ci è dispiaciuto male per più conti; poi ci quietiamo credendo sia stata voluntà di Dio. Si è fatta tanta oratione, e se ne farà farà, e Dio sa quello à da esser; bisogna conformarsi alla sua santa voluntà con pregarlo della sua grand'assistenza, che se nà gran bisognio".
Non altrettanto comprensivo si era mostrato lo zio Francesco, che forse aveva visto messo in pericolo, con un eventuale matrimonio di Cecilia, il progetto di lasciare unico erede l'altro nipote Gregorino. Avendo constatato che l'imposizione di "usare tutta la diligenza per ridurla sulla buona strada" non aveva ottenuto gli effetti desiderati, non a caso l'Archiatra granducale aveva cambiato tattica, ostacolando fieramente i progetti matrimoniali della nipote.
Categorica era stata, in questo senso, la risposta suggerita a Giambattista di fronte alla richiesta della sua mano avanzata da un "gran personaggio": "la famiglia non possiede forza di robba e denaro sufficiente al merito di quella Casa". Ma c'era dell'altro, perché la lettera, datata 19 agosto 1690, così proseguiva: "Oltre che quella scimunitella è storpiata e per conseguenza inabile totalmente al matrimonio. Mi avvisi oltre che l'essere gobba e nana e malfatta, quali sono ancora le malattie di respirazione che ogni tanto tempo le vengono e quali altre son le sue malattie. Mi avvisi ancora se ella abbia cominciato ad averci suoi mestrui e se le vengono ogni mese. Farò ben conoscere a quella scimunitella che io non sono un pazzo come ella si dà ad intendere".
Oltre ai già vistosi difetti fisici, Redi affiancava ora anche quelli psicologici. Così, oltre essere "gobba", "nana" e storpia, Cecilia veniva raffigurata anche come una povera "miserabile che è stata "sedotta e subornata". Agli occhi dell'adirato zio, era in sostanza una "scimunita", una "povera sgraziata".
Le richieste di matrimonio erano state rinnovate nel corso degli anni 1693 e 1694 dalla famiglia del Marchese Dal Monte, e anche questa volta lo zio Francesco si era dimostrato contrario. Inutilmente egli protestava con il fratello di essere "indifferente, indifferentissimo" alla faccenda. In realtà la questione ritorna troppo spesso non solo nella sua corrispondenza familiare, ma addirittura nel suo Libro di Ricordi ., per credere che non lo riguardasse da vicino. All'inizio Redi aveva risposto ai diversi intermediari che "la Sig. Maria Cecilia voleva esser monaca, e che di già era stata accettata nel monasterio di Santa Catterina di Arezzo". Aggiungeva anche che "per la poca sanità di questa figliuola, e per la sua abitudine e formalità, e costituzione del suo corpo, ella non era in istato di prender marito, e prendendolo, di poter forse avere figliuoli". Non c'era stato niente da fare. Qualche tempo dopo, nell'ottobre 1694, si era presentato a casa all'Archiatra granducale lo stesso Marchese Dal Mont
e dicendo che voleva "imparentarsi" con la famiglia Redi. Francesco aveva risposto che non si era "mai impacciato" di queste cose, e che "con la nostra Casa non si poteva sperare grandezza di dote". Il pretendente aveva risposto che della dote non gli importava "niente niente". Inspiegabilmente, le trattative non andarono a buon fine, nonostante il partito fosse più che buono. Nel successivo incontro Redi rispose infatti, a nome del fratello Giambattista, che il contratto non era "assolutamente" "fattibile".
Come spiegare una simile acrimonia dello zio Francesco nei confronti della nipote? Sarebbe troppo semplice imputarla solo a questioni di denaro. In base a numerose lettere, nelle quali si parla spesso delle ripetute malattie di Cecilia, è ragionevole pensare che l'anamnesi fatta dall'Archiatra fosse veritiera. Non essendo di leggiadre fattezze, ma soprattutto non avendo una costituzione adatta agli impegni matrimoniali, quale altra soluzione trovare per la nipote se non quella del convento? D'altra parte, il convento di Santa Caterina, presso cui era stata accolta, era il migliore di Arezzo. Così, la via scelta dai familiari poteva apparire, sotto tutti gli aspetti, la più appropriata per garantire a Cecilia protezione e sicurezza. Solo che, come spesso capita nelle cose umane, la soluzione non risultava affatto consona alle aspettative dell'interessata: la quale rimase fino alla morte nella casa paterna, senza mai sposarsi. In questo modo, alla fine, la ebbero vinta tutti e due, zio e nipote.

Filza di ricordi della famiglia Redi