Insetti delle galle indietro stampa ricerca

Una volta acquisito e dimostrato, attraverso gli esperimenti sulle mosche descritti nelle Esperienze intorno alla generazione degl'insetti , il principio che anche ai livelli più bassi della catena della natura gli esseri viventi nascevano da altri esseri viventi, restava da chiarire un altro aspetto, destinato a segnare in maniera indelebile la carriera scientifica di Redi: la legge della generazione parentale valeva davvero per tutti gli esseri viventi? In particolare, valeva anche per gli insetti ed i parassiti che nascevano da piante e da altri animali viventi?
I primi studi sulla generazione degli insetti delle galle, cioé degli insetti Cinipedi che si riproducono nei cecidii degli alberi, vennero effettuati a Firenze nel 1657, nell'ambito dei rituali incontri dell'Accademia del Cimento. Come accadeva di frequente alla Corte medicea, l'iniziativa era partita direttamente dal Granduca Ferdinando II e dal Principe Leopoldo. Il 6 settembre 1657 venivano infatti annotate queste esperienze sul registro dell'Accademia: "Fra le foglie de' rami d'olmo si trovano alcuni bocciuoli pieni di vermi bianchissimi e trasparenti, anzi che osservati al microscopio paiono fatti di cristallo, et hanno le ali simili a quelle delle mosche. Nelli stessi bocciuoli si trova bene spesso una vescichetta bianca piena d'umore. S'osservò parimente col microscopio essi nascer dall'uova, vedendone altri strascicarselo dietro prima di essere interamente usciti".
Come nel caso degli insetti delle carni putrefatti e delle rane nate dalla pioggia, anche questa volta gli accademici avevano scelto la soluzione dell'ovismo ed escluso qualsiasi forma di generazione spontanea. L'unico particolare che restava, per il momento, irrisolto era la provenienza dell'uovo da cui si formava prima la larva e poi l'insetto: se cioé si trattava semplicemente di un rudimento oviforme prodotto dalla pianta, oppure di un vero uovo deposto da un insetto.
A queste osservazioni del 1657 si riferiva con tutta probabilità Redi nella sua lettera ad Antonio Oliva dell'11 settembre 1664, nella quale ricordava "una simile osservazione" che era stata fatta "alcuni anni sono nell'Accademia". Scriveva Redi: "Mi sovviene, dico, che il medesimo Sereniss. Gran Duca ci mandò alcune coccole di olmo, le quali aprendosi, trovammo zeppe d'alcuni vermi bianchissimi, che parean di latte e, veduti col microscopio, parvero trasparenti come cristallo, e stavano così ammassati l'un l'altro e stretti, come si trovano quegli altri vermi di color sanguigno che sogliono stare in quelle varici che nascono intorno all'esofago de' cani, e che ella avrà del certo vedute più volte. Mi ricordo ancora che in una delle suddette coccole trovammo una vescichetta bianca come perla, e piena di umore, la quale fu creduta matrice de' vermi o più tosto uovo, avendone veduto uno mezzo dentro e mezzo fuori camminare co' piè davanti, strascicandosela dietro, come fa la chiocciola il suo guscio. Parmi ancora che, venendo poco dopo nella stanza dove si faceva l'Accademia il Serenissimo Granduca, dicesse avere egli ciò casualmente osservato una volta, che trattenendosi sotto un olmo alla posta con l'archibuso, per isfuggir la noia d'aspettare l'animale, fattesi corre alcune delle sue coccole, cominciò a tagliare con un temperino per vedere ciò che elle avevano dentro, e che quante ne tagliò, che furon molte, tutte ritrovò piene e gremite de' sopraddetti vermi".
Il problema degli insetti galligeni ritornò all'attenzione dei circoli accademici fiorentini nel 1664, quando l'astronomo Gian Domenico Cassini, Matematico del Papa, e Vincenzo Viviani, Matematico del Granduca di Toscana, si erano incontrati per tentare di risolvere l'annosa questione della regolamentazione del corso del fiume Chiana. In quell'occasione Cassini aveva fatto alcune esperienze sugli insetti delle galle. Un resoconto di queste indagini venne pubblicato, sotto forma di lettera ad Ovidio Montalbani, nell'edizione della Dendrologia di Ulisse Aldrovandi che questi pubblicò a Bologna nel 1665. Ma già in precedenza se ne era avuta notizia nei circoli fiorentini della Corte e del Cimento, sia attraverso il resoconto di Viviani sia in occasione della visita che l'astronomo nizzardo fece a Firenze all'inizio del 1665. Dalla lettera di Cassini a Montalbani siamo anzi informati che Viviani non si era dimostrato troppo interessato al fatto, dato che si era limitato a far presente all'interlocutore che il fe
nomeno della virtù zoogenetica delle piante era già stato oggetto di alcuni esperimenti fatti "dalla Serenissima Altezza", cioè dello stesso Principe Leopoldo, come sappiamo anche dalla lettera di Redi ad Oliva dell'11 settembre 1664.
Se non è vero, dunque, che Cassini precedette Redi e gli accademici del Cimento, resta il fatto che le sue esperienze sugli insetti delle galle venivano a confermare e ulteriormente sollecitare un interesse nei confronti della generazione degli insetti che era particolarmente vivo a Firenze nel primo scorcio degli anni '60. Ma che posizione aveva assunto Cassini? Non c'è dubbio che, al pari degli accademici fiorentini e in contrasto con le idee di Montalbani, egli aveva preso posizione contro la teoria della generazione spontanea, sia nel caso degli insetti sia nel caso specifico degli insetti delle galle. Scriveva infatti a Montalbani che la "generazione naturale degli animali negli alberi" non procedeva "a caso dalla putredine, ma per una ordinata legge di natura".
Cassini riferiva inoltre di aver sempre trovato al centro di tutte le galle di quercia che aveva aperto un "uovo bianco di figura e grandezza pari ad un pisello più piccolo", dentro il quale stava alloggiato un "vermicello bianco, rugoso e così raggomitolato in sé che la coda quasi toccava la testa ed imitava la gibbosa costituzione del feto dentro l'utero". La larva si trasformava successivamente in mosca, allo stesso modo in cui il baco da seta diventava farfalla. Sulla provenienza delle uova Cassini manteneva, al pari degli accademici del Cimento, un atteggiamento di cautela limitandosi a dire che non si trattava di un argomento di competenza della scienza sperimentale, ma che richiedeva di essere investigato "in base ai principi di una non volgare filosofia".
Grazie all'impulso derivante dalla notizia delle osservazioni di Cassini, la discussione sull'origine delle galle riprese vigore all'interno dell'Accademia del Cimento, investendo in modo più diretto l'aspetto teorico della questione. Si trattava di un problema che, per la sua singolarità, aveva costituito fin dall'antichità un topos della letteratura botanica e naturalistica. Delle galle avevano infatti trattato prima Teofrasto e Dioscoride, poi Plinio ed Alberto Magno, ed infine in epoca rinascimentale Pier Andrea Mattioli, Andrea Cesalpino, Jean Bauhin, William Harvey e Pierre Gassendi.
Alla metà del Seicento erano due le spiegazioni che si contendevano il favore dei naturalisti. La teoria più tradizionale ed accreditata era quella aristotelica della generazione ex putri - reperibile nei testi dei vari Mattioli, Nierenberg, Cardano e Liceti -, che assimilava la nascita dei vermi e degli insetti delle galle a quella delle larve delle sostanze in putrefazione. La stessa soluzione si poteva trovare, riformulata in termini moderni, anche nel De generatione animalium (1651) di Harvey. A questa spiegazione si era contrapposta, più di recente, l'interpretazione di Gassendi che, pur ammettendo la possibilità della generazione spontanea, aveva sostenuto nel Syntagma philosophicum (1658) che gli insetti della frutta (assimilabili in qualche modo a quelli delle galle) non erano prodotti ex putri, ma da individui della stessa specie che deponevano le loro uova sulle gemme e sui fiori, secondo un meccanismo identico al ciclo riproduttivo delle larve delle carni putrefatte.
Verso la fine dell'estate 1664, vuoi per effetto della notizia delle osservazioni di Cassini e Viviani in Val di Chiana, vuoi per un dibattito interno sulle implicazioni filosofiche della ricerca naturalistica, gli accademici del Cimento decisero di affrontare di petto l'intera quaestio delle galle. Alla discussione parteciparono, oltre a Redi, Oliva, Borelli, Rinaldini e Magalotti. E questa volta si registrò una clamorosa spaccatura tra gli accademici, che vide Redi Oliva Magalotti e Borelli schierati in modo unanime contro Rinaldini.
Delle discussioni accanite, e delle polemiche interne, che avevano caratterizzato l'interesse dell'Accademia del Cimento per gli insetti delle galle non venne fatta parola all'esterno, in occasione dell'edizione dei Saggi di naturali esperienze. Anche in questo caso, come in quello delle rane nate dalla pioggia e delle larve delle carni putrefatte, toccò a Redi il compito di intervenire pubblicamente, in occasione della stampa delle Esperienze intorno alla generazione degl'insetti.
Redi aveva ripreso, dopo gli episodi del 1657 e del 1664, i propri studi sugli insetti delle galle nell'estate del 1665. Le osservazioni si erano sviluppate poi nel corso del 1666, a partire dal mese di luglio fino all'autunno inoltrato, per riprendere nuovamente nel gennaio 1667, durante il rituale soggiorno della Corte medicea a Pisa, e concludersi a Firenze nel corso dell'inverno. I relativi protocolli sono conservati nel Ms. Redi 34 della Biblioteca Marucelliana di Firenze. In totale, secondo la personale stima fatta nella memoria del 1668, Redi riteneva di aver esaminato, "nello spazio di tre o quattro anni", "più di ventimila gallozzole".
Questa prolungata ricerca era stata finanziata direttamente dal Granduca Ferdinando II, che aveva messo a disposizione di Redi, oltre al proprio 'staffiere' personale Francesco Tozzi, una schiera di altri collaboratori 'invisibili' costituita da personale di Corte e contadini, che continuarono per anni a rifornire il laboratorio dello scienziato aretino di un'incredibile quantità di reperti e curiosità vegetali raccolti un po' dappertutto per le campagne toscane: nelle macchie mediterranee del litorale tra Pisa e Livorno, nelle colline intorno a Firenze, sulle montagne dell'Appennino centrale ed orientale nelle località di Vallombrosa, della Vernia e di Camaldoli.
Quando, nel corso del 1666, Redi cominciò ad organizzare il materiale sulla generazione degli insetti e ad avviare le procedure della stampa delle Esperienze, si era riproposto di comprendervi anche un'estesa trattazione dedicata agli insetti delle galle. Una delle redazioni iniziali di questo saggio è conservata nel Ms. Redi 33 della Biblioteca Marucelliana di Firenze . In seguito, verosimilmente nel corso del 1667, Redi cambiò idea, stralciò questa parte della memoria anche se anticipò in modo molto circostanziato, nel testo a stampa del 1668, la propria interpretazione del fenomeno, e rinviò i lettori ad una nuova opera che aveva intenzione di pubblicare di lì a poco. Di essa preannunciava addirittura il titolo: "Storia de' diversi frutti ed animali che dalle querce e da altri alberi son generati". In realtà il saggio non giunse mai alle stampe e ne è rimasto solo una bozza nel Ms. Redi 34 della Biblioteca Marucelliana di Firenze, intitolato Memorie intorno agli animali che nascon dalle piante (test
o)
Mentre il naturalista aretino procedeva alla messa a punto del testo, interveniva come al solito la "generosa e real munificenza" del Granduca Ferdinando II che metteva a sua disposizione il "delicato pennello" del pittore di Corte Filizio Pizzichi. Dopo aver "disegnate" e "miniate" per le Esperienze intorno alla generazione degl'insetti le figure dei pollìni degli uccelli, Pizzichi allestiva anche un ricco apparato iconografico di "molte e molte figure" per il nuovo libro sugli insetti delle galle. Il progetto era già in fase di rapida attuazione nel mese di settembre 1668, se è vero che Redi annotava nel proprio Libro di Ricordi, alla data del 20 settembre, di aver comprato "venticinque pezzi di rame per farvi intagliar sopra per il [suo] libro della storia naturale". E, alla data del 28 settembre e del 1° ottobre, aggiungeva di aver fatto il primo pagamento a "Guiduccio Guiducci", che aveva già inciso le tavole delle Esperienze intorno alla generazione degl'insetti, "per intagliatura di un rame" della "nu
ova storia degli animali nati dagli alberi".
Sul piano teorico, i termini del problema erano chiari. Nel caso delle carni putrefatte la preventiva contaminazione biologica tramite uova deposte da insetti era la conditio sine qua non della nascita delle larve. Ma valeva lo stesso principio anche nel caso dei vermi che nascevano all'interno di altri organismi viventi? Dopo non poche incertezze e cambiamenti di opinione, Redi era giunto alla conclusione che non esistevano prove sufficienti per affermare l'universalità del principio della generazione ex ovo. Anzi, si era convinto che l'esperienza giocasse a favore della soluzione contraria: dell'idea cioé che piante ed animali potessero produrre dentro di sé, non "a caso" ma ad opera della stessa anima o principio vitale che assicurava la riproduzione della propria specie, anche organismi di specie diversa. Occorreva, in sostanza, ammettere l'esistenza di un processo di xenogenesi che, pur garantendo condizioni di regolarità e legalità rigorose, reintroduceva in un modo o nell'altro una forma di generatio
aequivoca, addirittura extra-specifica.
Questa soluzione prestava il fianco alle critiche degli aristotelici e dei gesuiti ed incrinava seriamente la saldezza del fronte dei moderni, come dimostrò la facilità con cui si diffuse la notizia, peraltro infondata, di una presunta ritrattazione di Redi che minacciava di riportare in auge la credenza nella generazione ex putri. Ma, nonostante queste difficoltà, Redi tenne duro e preferì sacrificare sull'altare dell'esperienza, con un atto di estremo coraggio epistemologico che molti storici hanno bollato come un clamoroso 'errore'', la legge dell'universalità della generazione parentale: stabilì cioé una doppia legalità nell'ambito della generazione della vita. Ecco il dispositivo di questa sofferta teoria, che sarebbe sopravvissuta il breve spazio di un mattino nella storia naturale del XVII secolo: "Niente, com'altre volte ho detto, si vedrà mai nascere né dall'erbe né dalle carni putrefatte né da qualsisia altra cosa che in quel momento attualmente non viva. Per lo contario, se viverà e se veramente s
arà animata, potrà produrre dentro di sé qualche bacherozzolo, in quella maniera che nelle ciriege, nelle pere e nelle susine, nelle gallozzole e ne' ricci delle querce, delle farnie, de' cerri, de' lecci e de' faggi hanno il lor nascimento que' bachi, i quali si trasformano in farfalle, in mosche ed in altri simili animaluzzi volanti".
La teoria della virtù zoogenetica delle piante presentava un'evidente difficoltà, di cui Redi e gli accademici del Cimento erano ben consapevoli. Obbligava ad attribuire un'anima sensitiva alle piante, oppure ad infrangere il principio della logica aristotelica (ma anche del senso comune) che vietava di assegnare a qualsiasi causa la capacità di produrre un effetto dotato di maggiore perfezione di quella della propria natura. Ma Redi affermò perentoriamente di farsi "beffe" di questi pregiudizi "scolastici" ed andò dritto sulla propria strada.
Redi non colse la contraddizione, che è apparsa evidente a tutti gli interpreti successivi che non hanno potuto prescindere da una considerazione delle cose viziata dal 'senno di poi', tra l'affermazione generale del principio della generazione parentale e l'eccezione costituita dalla generazione dei parassiti presenti negli intestini degli animali e nelle galle delle piante. La sua idea fon-damentale era che solo la vita era in grando di generare la vita, mentre la materia inorganica e la materia organica morta non potevano mai, senza eccezione alcuna, produrre organismi viventi. Il fatto che in alcuni casi la forza vitale dell'organismo ospitante potesse generare altre forme di vita parassitarie non incrinava il principio universale, perché era la stessa soluzione, di carattere epigenetico, che egli adottava per spiegare la generazione normale di tutti gli esseri viventi. Redi sosteneva infatti che era l'anima corporea, o spirito vitale degli esseri viventi (quale che fosse la sua natura ed essenza), la ca
usa diretta della produzione, per via del tutto naturale, di nuova vita. Ora, se si accettava questo assunto, non costituiva davvero un "gran peccato in filosofia" ammettere che, in alcuni casi eccezionali, esistessero certe limitate deviazioni di questa potenza vitale degli organismi ospiti, da cui nascevano insetti nel caso delle galle delle piante e parassiti nel caso degli animali.
Le conclusioni a cui Redi era pervenuto nelle Esperienze intorno alla generazione degl'insetti rappresentarono solo una tappa provvisoria nella sua lunga ricerca sulle galle. Il naturalista aretino avrebbe infatti continuato ancora per molti anni, in pratica fino alla morte, a fare osservazioni, a meditare sullo sviluppo delle indagini e delle prese di posizione di altri naturalisti, a tentare di difendere le proprie scelte, a lavorare al progetto, annunciato nella memoria del 1668 ma destinato a non essere mai portato a termine, di pubblicare un trattato specifico sull'argomento.

Francesco Redi, Esperienze intorno alla generazione degl'insetti, Frontespizio Ritratto di Vincenzo Viviani