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I consulti costituivano un 'genere' canonico della medicina seicentesca, che nel caso di Redi acquistano, per la specifica ed accentuata vocazione dell'estensore, anche una valenza letteraria. Per tradizione questi documenti dovevano obbedire a precisi canoni di obiettività, senza intrusioni nella sfera del privato del paziente, e a maggior ragione di quella del medico. Per Redi invece questo limite non aveva molto senso, perché il consulto era anche un veicolo di comunicazione e di rapporto umano tra medico e paziente, che entro certi limiti poteva anche configurarsi come uno strumento di terapia psicologica. Lo dimostrava chiaramente anche il fatto che, quando il medico aretino si accorgeva di non riuscire a suggerire soluzioni ai propri pazienti, non trovava di meglio che compatire la propria personale ipocondria, recuperando in questo modo una specifica dimensione di malato tra i malati ed ironizzando sull'inutilità di quegli stessi palliativi che, in mancanza di meglio, anche lui era costretto a prescrivere.
Nessun testo illustra meglio questo aspetto caratteristico del carattere e dello stile medico di Redi quanto il caso del consulto per Domenico David. Scriveva: "Or se i medicamenti tante e tante volte e per così lungo tempo usati non l'hanno potuta sanare, perché vuol ella continuare a farne? Perché va ella cercandone de nuovi? Eh, via caro amatissimo signor Domenico mandi alla malora tutte quante le medicine, e le lasci pigliare a coloro che vogliono tribolare in questa tormentosa tribolazione. Io sono per mille milioni di volte più melanconico di Vostra Signoria e son di carne molto più povero di lei. Son magro secco inaridito e strutto, potrei servir per lanternon da gondola. Ma con tutto questo delle medicine non me ne entra in corpo di veruna razza. Il prim'anno che cominciai a fare il medico imparai questa dottrina a mie spese, perché veramente quell'anno volendo fare il dottorino ed il saccente, e volendo a dispetto del mondo guarir dall'ipocondria ingollai tanti e così pazzi beveroni che ne portai str
acciato il petto e i panni. Dall'ora in qua non ne ho più mai ingozzati; ed ho fatto bene: faccia così ancora Vostra Signoria ed ancor ella farà bene".
Lo stesso tono confidenziale ed irriverente nei confronti della corporazione medica, di cui Redi era pur sempre un esponente di primo piano, si ritrova nel consulto per il cardinale Francesco Albizi. Redi esprimeva in modo particolarmente efficace il principio che la malattia doveva essere vinta d'assedio e non d'assalto, cioé con pochi rimedi, semplici e naturali. "Io non mi maraviglio - scriveva - che questo Signore non sia guarito de' suoi mali con tanti, e tanti medicamenti, ma bensì mi maraviglio ch'egli sia vivo, e che tanti, e tanti medicamenti non l'abbino ammazzato, e se non l'hanno fatto, ne può rendere grazie alla bontà divina, la quale forse lo riserba a grandissime cose, e può saperne grado alla sua buona naturalezza forte, robusta, e ferrigna, la quale in un istesso tempo ha potuto, e saputo reggere e schermirsi da gl'insulti del male, e dall'offese delle medicine. Ma se tante medicine per 70 anni continovi adoprate non hanno mai apportato a Sua Eccellenza la desiderata salute, che s'ha egli da
fare da qui in avanti di tante medicine intorno, e di tante medicine di diversa natura? Io per me sarei di parere che si tralasciassero tutte le sorti di medicamenti, eccetto alcuni familiari, piacevoli, e gentili da introdursi nel corpo più tosto sotto forma di vitto, che sotto forma di medicamento".
Allo stesso paziente Redi prescriveva un uso intensivo degli enteroclismi, purché fossero semplici e a base di erbe: "Lodo il frequente uso de' clisteri, con questo però, che tali clisteri siano semplicissimi di puro brodo, zucchero, e butirro, e che non vi si facciano bollire quelle tante, e tante cose, che ordinariamente si fanno bollire a fine, come il volgo si crede, di rompere e dissipare i flati. […] E se bene ho detto, che i clisteri si debbono fare di puro brodo, soggiungo che invece di brodo può servirsi dell'acqua pura di fontana, dell'acqua di Nocera, ottima per quel bolo, ch'ella ha in sé, e che molto vale ad attuire l'acutezza degli acidi. Si può servire dell'acqua d'orzo, della bollitura di cucuzza, et altre cose simili. Quei diacattoliconi, quei diafiniconi, quelle benedette lassative, quei lattuari di iera, che come sacri sogliono dal volgo essere fitti ne' clisteri, si debbono fuggire come veleno e come una peste, sì come ancora tutti quegli altri olii di ruta, camomilla e d'aneto".
Anche il thé, che era entrato da poco nell'uso comune insieme al caffè, poteva avere una efficace azione terapeutica nel caso dell'ipocondriaco cardinale Albizi. "Commenderei grandemente l'uso della bevanda dell'erba tè la mattina a buon'ora, et in altre ore del giorno, e in fine la darei doppo cena; e non si creda, come in Olanda crede il vulgo, che la bevanda del tè proibisca il sonno, e cagioni le vigilie, perché non v'è cosa più erronea di questa credenza, e che più repugni agl'esperimenti, che da me a questo proposito molte volte sono stati iterati, e reiterati per rinvenire la verità di questo fatto".
Spesso, come nel caso di una malattia particolarmente controversa all'epoca come la scabbia, il tono del consulto era non solo vivave e confidenziale, ma addirittura burlesco: "Pien di rogna, eh? Gnaffe, hai un gran mal, fratello", si rivolgeva così all'amico gesuita padre Paolo Segneri. "Fuor di burle bisogna procurar di guarirne prima che vengano daddovero i freddi, i quali, serrando i pori della pelle ed impedendo la traspirazione, fanno maggiormente crescere il bollore interno di tutti quei fluidi, che con perpetuo moto corrono e ricorrono per i canali del corpo umano; perché, in fine in fine, la rogna non è altro, che un bollimento di essi fluidi, e con tal bollimento essi rigonfiano, e versano fuor de' canali per quelle loro bocchette, le quali per lo più metton capo alla pelle".
Anche molte delle lettere spedite ai familiari, ad Arezzo, erano veri e propri consulti. In questi casi, soprattutto con le cognate, Redi preferiva indulgere in consigli bonari, che oscillavano dall'invito ad affrontare i guai della vita con allegria alla raccomandazione della cristiana rassegnazione: rafforzata, magari, dall'invio di quale reliquia. "Non ho mancato di far pregare Iddio benedetto per la sua salute", scriveva a Chiara Gamurrini, moglie del fratello Diego. "Si accerti che l'ho fatto, e lo farò continuamente. Ma Signora Chiara mia amatissima bisogna stare allegramente. Senza l'allegrezza e senza la pace del cuore non si può mai guarire o per lo meno i mali si allungano. I mali ci son mandati dalla mano di Dio benedetto, e da lui, che fa il tutto per il nostro bene, bisogna prenderli con pace di cuore, e con vera confidenza nella sua divina bontà. Via, via, allegramente, e non tante malinconie. Non tante malinconiacce. […] Si faccia dunque animo. Sia obbediente a' suoi medici. E per accop
piare gli aiuti divini agli aiuti umani qui inclusa le mando la misura della testa del miracolosissimo San Ranieri del quale quest'anno in Pisa si è fatta la traslazione con tanta pompa. Me l'ha data la Serenissima Granduchessa, ed io la dono a Vostra Signoria. La tenga addosso con vera fiducia. Le mando ancora un poco di bambagia nella quale sono state involte le ossa del medesimo San Ranieri".
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