Un volto enigmatico indietro stampa ricerca

Rispetto a tante figure di scienziati dalla personalità aperta e volitiva, come ad esempio Galileo, Redi sembra incarnare agli occhi dei posteri l'immagine del ricercatore freddo ed impenetrabile, tutto preso dalla passione del proprio lavoro, ma nello stesso tempo restio a lasciar trapelare gli aspetti più profondi e segreti del proprio carattere. Anche per questo, forse, è rimasto negli annali della storia della scienza moderna un eroe misconosciuto, un protagonista più noto che conosciuto, più citato che studiato, più ammirato che amato.
La personalità di Redi presenta molti aspetti, spesso contraddittori tra loro, che potrebbero interessare uno psicologo appassionato di storia della scienza. Certamente avevano influito non poco a plasmare la sua psicologia le figure di un padre scostante ed autoritario, di una madre semplice ed affettuosa, e di due fratelli, Antonio e Diego, che erano veri e propri degenerati. Ma quello che aveva pesato di più nella sua vita era stato il fardello di una malattia terribile come l'epilessia, di cui aveva sofferto fin da bambino, che aveva sopportato con rassegnazione ma anche con un certo senso di colpa, e della quale non fece mai parola, nemmeno nelle confidenze ai parenti più stretti. Redi aveva un carattere introverso, pragmatico e razionalmente controllato. Nei rapporti con gli altri era modesto, affabile, oltremodo cerimonioso ed ossequioso. Non solo esibiva in ogni occasione, con una notevole dose di ipocrisia, di nutrire "sentimenti bassissimi" di se stesso, ma rivendicava, per sua "naturale inclinazione", di detestare la "satira" e le "gare letterarie". E se c'era "un vizio" che si riconosceva, questo era quello di essere "alle volte troppo facile nel lodare altrui".
L'austero Archiatra granducale amava oltremodo la riservatezza, e non a caso raccomandava a tutti di non curarsi delle chiacchiere della gente e di badare ai propri affari, perché si trattava di virtù indispensabili per avere fortuna nella vita. Scriveva in proposito ai fratelli: "Una volta imparino a star cheti e V. S. e il S.r Diego; e una volta imparino a comprendere, che non si può fare il maggiore errore in questo mondo che far sapere i propri fatti agli altri". Nonostante questo, nel profondo dell'animo, Redi covava anche una spiccata vena burlesca, che lo portava d'istinto ad architettare ogni genere di beffe, così come ad ironizzare sui propri difetti. Redi era nobile, aveva iniziato fin da giovane a frequentare gli ambienti della nobiltà fiorentina e godeva di un'intimità fuori del comune con il Granduca, ma nello stesso tempo si dilettava a discutere di scienza con semplice gente del popolo. Già ricco di famiglia, aveva accumulato nel corso di una lunghissima vita a Corte enormi ricchezze, che gesti
va con parsimonia non priva di qualche vena di avarizia. Ma personalmente si contentava di poco, faceva vita ritirata e diceva di non amare "passatempo alcuno in questo mondo", nemmeno quelli tradizionali della nobiltà del tempo, come il ballo e la caccia.
In realtà il suo "passatempo" preferito era la ricerca scientifica, alla quale diceva, appunto, di dedicarsi per passatempo, rammaricandosi in continuazione di non avere abbastanza tempo libero per seguire lo sviluppo dei suoi esperimenti, visti i pesanti, ossessivi obblighi cortigiani ai quali era tenuto. Fervente cattolico, se non addirittura eccessivo in pratiche devozionali di sapore conformista e bigotto, Redi venne accusato dopo la morte di strisciante eterodossia. Un medico di abitudini morigerate e vagamente ipocondriaco che, pur distinguendosi in lodi sperticate dei vini, pare che concedesse ben poco anche agli innocui piaceri della tavola. Una delle poche, innocenti passioni alla quale dava libero sfogo era la ricerca di libri rari e di manoscritti antichi, che raccolse per tutta la vita nella propria biblioteca personale, da vero, incallito bibliofilo. Redi fu per tutta la vita un perfetto cortigiano, devoto di Casa Medici e partecipe di tutti i segreti di due Granduchi successivi, Ferdinando II e
Cosimo III. Ma riuscì anche ad architettare a danno dei propri amati "Padroni" una clamorosa beffa, o meglio una perfida vendetta, come l'inserimento di centinaia di falsificazioni nella terza edizione del Vocabolario della Crusca. Anche questo episodio delinea la fisionomia di una personalità inquieta ed enigmatica che, pur raccomandando a tutti l'allegria come terapia psicologica, era stata segnata dai casi della vita con sofferenze drammatiche, e dolorosamente rimosse. Che dire, infine, degli amori e delle passioni di un uomo così controverso ed impenetrabile? Redi visse praticamente "solo" tutta la vita, privo di affetti significativi.
Gli stessi legami familiari, testimoniati dal copioso carteggio con i parenti rimasti ad Arezzo, furono difficili e scarsamente appaganti, e solo nei confronti della madre Cecilia, delle sorelle e dei nipoti si lasciò andare, ma piuttosto sporadicamente per la verità, a qualche slancio d'amore. Per il resto, anche nelle lettere più confidenziali, non compaiono mai accenni a relazioni sentimentali di nessun genere. Ben poco ci possono d'altra parte rivelare le sue poesie, tutte di maniera ed intonate sul tema petrarchesco del lamento per la crudeltà della donna amata. Semplici "materie di baie" e puri esercizi d'ingegno li definiva lo stesso autore, preoccupato di chiarire che l'amore di cui parlava lui era un amore "regolato secondo i sentimenti di Platone, o per dir meglio, secondo i sentimenti di un buon cristiano". Ed è francamente difficile pensare che il rapporto, tutto cerebrale e formale, con la poetessa pisana Maria Selvaggia Borghini avesse il carattere di una "passione senile", come è stato adombrat
o da qualche critico. Lui stesso, del resto, le scriveva di amarla certo, ma come una "sorella". Qualcosa sembrano lasciare intravedere i rapporti tra Redi e il Granduca Ferdinando II.
Tra i due pare che ci fosse un legame quasi di complicità, una sorta di segreto inconfessabile che conosceva, ad esempio, Diacinto Cestoni. Purtroppo per lo storico, doveva trattarsi di qualcosa di estremamente delicato, certamente attinente alle abitudini sessuali del Granduca, e forse anche a quelle di Redi, se egli non si sentiva di rivelarlo per lettera: "Il Redi fu fortunatissimo - scriveva l'11 giugno 1700 ad Antonio Vallisneri -, perché di 25 anni principiò aver amicizia col Gran Duca Ferdinando col quale ebbe grandissima intrinsichezza per la causa che a bocca le dirò". Che cosa poteva significare la frase piuttosto sibillina di Cestoni? È noto che Ferdinando II aveva spiccate inclinazioni pederastiche. Secondo la tradizione era stata proprio la moglie, la Granduchessa Vittoria Della Rovere, a sorprenderlo in tenere effusioni con un bellissimo paggio di nome Bruto Della Molara, e dopo questo fatto non lo aveva più accettato nel proprio letto. Che ruolo aveva svolto Redi in tutte queste vicende? Forse
il serioso e morigerato Archiatra partecipava anche lui ai festini omosessuali del Granduca? Oppure anche il giovane Redi aveva subito le attenzioni del proprio Principe, quando aveva "25 anni" ed era entrato a Corte? Segreti inconfessabili e inconfessati, che i protagonisti del tempo si sono portati con sé nella tomba.

Giovan Battista Foggini, Busto di Francesco Redi Ritratto di Francesco Redi su rame intagliato Medaglie con ritratto di Redi e allegoria della poesia, della medicina e della filosofia, 1684