Gregorio Redi indietro stampa ricerca

Secondogenito di Francesco di Bernardino, era nato nel 1600. Esponente di una famiglia di ricca, ma recente, nobiltà cittadina, aveva preso la laurea in medicina a Pisa nel 1622, intraprendendo poi una brillante carriera professionale. Nel 1625 aveva sposato la nobile Cecilia de' Ghinci, dalla quale aveva avuto otto figli: quattro maschi - Francesco, Giambattista, Antonio e Diego - e quattro femmine, tutte diventate suore coi nomi di Angiola Felice, Eudora Osmida, Maria Cecilia, Maria Diomira.
In un anno imprecisato, probabilmente verso la fine del 1639, Gregorio aveva lasciato Arezzo e si era trasferito a Prato, dove aveva assunto l'incarico di "Fisico", cioè medico pubblico del Comune. I suoi affari ad Arezzo erano stati affidati alla cura di uno dei tre fratelli, il canonico Girolamo: gli altri si chiamavano Antonio e Bernardino. A Prato era nato nel marzo 1640 il più piccolo dei figli maschi di Gregorio, Diego, che difatti risulta battezzato il giorno 4 nella locale Cattedrale. Il registro dei battezzati, consultabile all'Archivio di Stato di Prato, riporta che era figlio di "Gregorio Redi di Arezzo, habitante in Prato".
Il 30 maggio 1640 le ambizioni di ascesa sociale della famiglia Redi avevano ottenuto la definitiva consacrazione con la concessione a Gregorio, da parte del Consiglio generale della città di Arezzo, del primo grado di nobiltà, cioè del patriziato.
Tre anni dopo, il 1° novembre 1642, tutta la famiglia Redi si era trasferita a Firenze, entrando così di diritto a far parte della classe dirigente regionale. Gregorio annotò il fatto nel proprio Libro di Ricordi con queste parole: "Ricordo come il Sig. Gregorio Redi andò ad habitare nella città di Fiorenza l'anno 1642 del mese di novembre, e prese una casa a pigione posta in via Maggio, della quale ne pagò scudi quarantacinque l'anno". Due anni dopo, nel novembre 1644, il medico aretino aveva traslocato, andando ad "habitare la casa posta in via che va a S.to Spirito, dietro a via Maggio, a canto all'Orto de' Sigg. Magalotti, presa a pigione dal Sig. Giulio Vincenzio Alessandrini per prezzo di scudi settanta l'anno, da pagarsi ogn'anno anticipatamente".
In data 17 novembre 1645 lo stesso diario manoscritto ricordava con enfasi che Gregorio aveva ottenuto per sé ed i propri discendenti la cittadinanza fiorentina. "Ricordo come questo dì soprascritto il Sig. Gregorio Redi, nobile aretino, del fu Sig. Francesco del Sig. Bernardino, per rescritto di S. A. S. e per partito fatto dal Luog.te e Magistrato de' Consiglieri fu descritto, assieme con tutti i suoi discendenti, Cittadino fiorentino con imporsi sopra la testa fiorini due di decima, da ritenersi sino che acquisti tanti beni posti nella città o contado di Firenze che sopportino questa, o maggior somma, con facoltà che né lui, né suoi discendenti siano tenuti o obbligati di mettere a decima li beni che di presente possiede et acquisterà nella città o dominio aretino, e con la condizione solita e consueta".
Oltre a svolgere la professione privata, Gregorio era stato nominato Archiatra granducale da parte di Ferdinando II: funzione che poi, nel 1666, avrebbe lasciato al primogenito Francesco. Negli anni successivi era stato chiamato a ricoprire cariche di prestigio in diverse magistrature fiorentine, tra le quali quelle di riformatore e, per due volte, quella di console dell'Arte dei medici e speziali.
Intanto, nel novembre 1650, Gregorio aveva nuovamente, ma per l'ultima volta, cambiato residenza. Prese in affitto "una casa posta vicino al Canto a Soldani, dirimpetto al Campanile di San Remigio su' la cantonata, per prezzo di scudi settanta cinque, da pagarsene la rata ogni sei mesi, dalla Sig.ra Fran.ca Monorai, moglie del Sig. Cosimo Cini". L'anno prima aveva affittato, lì vicino, anche una stalla per i cavalli e la carrozza: un mezzo di trasporto particolarmente costoso, ma indispensabile per sbrigare gli affari professionali e cortigiani: "Ricordo come il Sig. Gregorio Redi questo dì detto prese a pigione una rimessa da carrozza, posta in borgo S. Jacopo sopr'Arno, dalla Sig.ra Maria Scarlatti Pitti, per prezzo di scudi 12 l'anno, da cominciarsi il suddetto giorno".
Gregorio aveva un carattere iracondo, taccagno e brontolone, che non perdonava nulla ai figli. Nonostante Francesco fosse per temperamento equilibrato e prudente, anche lui dovette fare i conti con le idee del padre, soprattutto quando si trattava di battere cassa alla sua borsa. A differenza dei fratelli, però, lui sapeva perlomeno prenderlo per il verso giusto ed ottenere, alla fine, quello che voleva. Quando era a studiare all'Università di Pisa, ad esempio, Francesco scriveva al padre, il 6 gennaio 1644: "Per le molte spese che ho fatto questo mio primo anno, io mi trovo pochissimi denari: però se V. S. me ne mandassi, l'averei molto caro. E non guardi che quando io venni quaggiù, lei mi dette molti denari, perché il primo anno che si viene a Pisa, si fa molte spese, più che non si fanno gl'altr'anni".
Il 3 aprile 1647, avvicinandosi il momento della laurea, Francesco era tornato ancora una volta a chiedere soldi, ma con tanto tatto da non dubitare che anche allora fosse riuscito nel suo intento: "Circa il mio dottorato, io ho pensieri (se però è con comodo e volontà di V. S.) di farlo subito dopo il Capitolo, cioè, passata la domenica in Albis. Già ho presi i punti tentativi ed ambe le fedi di abilità Le spese che ho da fare sono queste: si deposita scudi 15.5.13.4. Per dottorato 23 provvisioni a tutto il Collegio, scudi 12.2.15. Per il Cancelliere dello Studio, scudi 0,5. Per l'Università, scudi 0,3. Per matricola e giuramenti, scudi 0.1.3.4. Per due bidelli, scudi 2. Per campane e trombe, scudi 1.1. Dipoi ci sono i guanti e i mazzetti a tutto il Collegio e ai dottori e la laurea al Dottor Celata. L'ordinario che si dà alla laurea sono 8 scudi. Quegli poi che vogliono fare un poco più arrivano infino a 10, ovvero gli mandano il valsente di quegli 8 o 10 scudi: questo poi ha da far lei. Quanto a' guanti no
n vogliono esser meno di 80 o 90 paia. L'ordinario e i più civili sono i guanti di Lucca: si hanno qui a 1 lira al paio a comprarli in digrosso. Questa è una spesaccia buttata via e perit memoria eius cum sonitu, ma non si può far di meno. Il mio vestito di dammasco si cominciò a rompere in fino anno nelle maniche e nelle crespe dei calzoni; se poi lei non è in comodo di farmi un vestito, o di saia, o di scialon, o simile, bisognerà che mi serva quelli. Le dico bene che quest'altr'anno bisognerà che me ne faccia uno per necessità, perché questi che ho non faranno poco a condurmi fino ai freddi".
Anche i rapporti di Francesco con Gregorio non furono dei più idilliaci, nonostante fosse certamente lui, tra i figli maschi, quello che rimase più a contatto con il padre e ne seguì le orme. Spesso infatti il primogenito univa le proprie lamentele per il brutto carattere del padre a quelle del fratello Giambattista, come in una lettera del 5 novembre 1660: "Se V. S. non conoscesse il S.r padre, io direi che V. S. havesse ragione ad inquietarsi; ma se nostro padre è di questa benedetta natura, che ci farebbe V. S.? Come farebbe a farlo rimutare? Se V. S. si avesse a lamentare, gli altri bisognerebbe che non mondassero nespole. Io, per me, me la piglio in pace più che posso; e solo mi sa male, che egli tormenta se medesimo, anzi vive in continuo tormento. Ma se egli è fatto così, che si ha da fare? Di nuovo torno a dire: pigliarsela in pazienza".
Tre anni dopo padre e figlio, che abitavano nella stessa casa a Firenze, a quanto pare non si parlavano più. Il padre si lamentava che il primogenito "lo strapazz[ava]", Francesco sosteneva di avere la coscienza a posto. Ma leggiamo questa lettera dello scienziato a Giambattista del 3 novembre 1663: "Io non posso dirle altro, se non che nostro padre è un gran pezzo che non mi parla, né poco, né punto. Quello io me gli abbia fatto, io non lo so; so bene che egli si lamenta che io lo strapazzo. Se io non sapessi come sta la mia coscienza, le giuro che sarei in termini da far forse delle resoluzioni dannose, sì per li miei interessi, ma per lo meno sufficienti a levarmi di questo tormento così continuo. Basta, io soffro; io soffrirò sin che piace a Dio, e troverò e trovo sempre la consolazione in questo: che so come sta la mia coscienza; né che mai, né per pensiero, né per opera, ho fatto cosa alcuna che potesse portar detrimento né agli interessi della casa, né alla reputazione, né al rispetto, né all'ossequio
che devo al padre: Iddio vuol così; bisogna aver pazienza".
Nel corso del 1671 Gregorio era stato malato a lungo. Il 17 settembre Francesco scriveva a Giambattista: "Nostro padre è fermato in letto affatto con dolori continui atrocissimi, a segno che non so come si faccia a reggere: egli non iscrive, perché non è possibile che regga la penna afflittissimo, e per le nuove di costì e per il male atroce che lo tormenta giorno e notte". Anche l'altro fratello Diego, che si trovava allora a Firenze, confermava questa diagnosi ai parenti: "Il Sig.r padre travaglia a maggior segno con i suoi dolori, e ne sta tanto male quanto mai dir si possa". La madre, da parte sua, era "il ritratto dell'afflizione" a causa delle "tante malattie" che "ad un tratto" avevano colpito la famiglia Redi, sia ad Arezzo che a Firenze. Le cose erano precipitate con l'anno nuovo. All'inizio di marzo Cecilia era morta improvvisamente, e questo tragico evento aveva indotto Gregorio a lasciare senza indugi Firenze e ritirarsi ad Arezzo.
Già da tempo del resto, nella corrispondenza con il figlio Giambattista, Gregorio si lamentava di essere "senza ammalati" e di dover sostenere a Firenze spese esorbitanti. Il 10 maggio 1664, ad esempio, scriveva: "De' malati qui non ce ne sono, e le purghe sono rarissime, onde io duro fatica andare inanzi, e se va così, sarà necessario mi mandiate de' denari di costassù". Ancora, il 14 marzo 1665: "Se i miei guadagni vanno come questi tre mesi adietro, non vedo il mezzo di potere tirarmi inanzi, senza mi somministriate denari di costassù. Io non ho se non un amalato, e questo questa sera sta per la Deo gratia grandemente meglio".
E poi c'era il fatto che bisognava mandare in continuazione soldi ad Arezzo, soprattutto per i lavori di ristrutturazione e di ampliamento della villa degli Orti, acquistata nel 1659. Così il 15 maggio 1665: "Di quaggiù, o pochi o assai, si manda sempre denari; di costassù non viene mai un soldo; e pure non avanzate mai nulla. A me poco importa; s'io vi sono hoggi non vi sarò dimani. Il danno ha da tornare sopra di voi". Ripensandoci a mente fredda, Gregorio si pentiva di queste aspre parole e, tornando a scrivere il giorno dopo, sembrava quasi chiedere scusa al figlio: "Nella lettera scrittavi per l'ortolano del Poggio ho detto non so che intorno all'avanzare; non guardate a ciò, poi che è stato una girella del mio intelletto, un delirio della mia mente, troppo immersa nelle cose di questo mondo, senza considerare che quanto si spende, tutto è necessario, e che poco importa l'avanzare, sì per me che me ne vado, sì per voi che non havete successione". Ma ormai, dopo la morte della moglie, il desiderio di fini
re i propri giorni nella terra dei padri era troppo forte e a Firenze non c'era per lui più nulla di importante che potesse trattenerlo.
Francesco, a quanto pare, non fece più di tanto per far cambiare idea al padre, il quale, continuava a credere che il figlio primogenito non avesse più nessuna considerazione di lui. La separazione dei rispettivi destini venne discussa e sancita piuttosto singolarmente, a quanto pare, tramite uno scambio di documenti scritti, vista l'impossibilità di intendersi a voce. Il padre aveva trasmesso al figlio una "scrittura", che non è stata ritrovata, ed il figlio aveva risposto con un lungo documento, senza data e destinatario, conservato alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Esso inizia così: "Alla scrittura fattami leggere da V. S. non posso rispondere altro se non che ella ha da risolvere a far quello che stima più opportuno per la sua sanità e per la sua quiete". Poi Francesco passava ad delineare i due possibili scenari della rispettiva esistenza, dopo la separazione, sforzandosi di dimostrare al padre che in entrambi i casi egli si sarebbe arrangiato da sé, senza dargli alcuna preoccupazione. La de
cisione se restare a Firenze o ritirarsi ad Arezzo veniva lasciata ovviamente al padre, ma era chiaro che il figlio preferiva la seconda. Leggiamo integralmente questo testo, davvero significativo ed espressivo della psicologia dello scienziato:
"In evento che ella abbia volontà di ritirarsi in Arezzo, lo può fare con ogni sua quiete e pace: ed in questo caso ella non pensi a me, né alla casa che io terrò aperta in Firenze, perché io non l'infastidirò mai di cosa alcuna, né in cosa alcuna, per minima che sia affaticherò la casa di Arezzo, e di questo V. S. ne stia pur certa, perché con quel poco che io guadagno mi dà l'animo a tirarmi innanzi onoratamente, ed anco avanzar qualche cosa, e tanto più che a me basta di tenere una sola serva, ed un solo servitore, senza tener carrozza, la quale se piacerà a Dio si darà via, tanto se V. S. si risolva a ritirarsi in Arezzo, quanto se ella si risolva a stare a Firenze. Se ella si risolva a stare a Firenze, levata via la carrozza, mi pare che scemi alla casa una grossa spesa, e particolarmente in questi anni penuriosi. Inoltre V. S. potrà fare un conto di quanto possa importare ogni anno la spesa del vitto, pigion di casa e consumo di biancherie per me e per un servitore, che io rifarò a V. S. tutto il danaro
, o lo voglia ogni anno anticipato o lo voglia a mese per mese. E quando questo non bastasse, io darò a V. S. ogni danaro che lei sempre vorrà".
Chiudendo la propria lettera il figlio si permetteva di dare anche un consiglio al padre, prendendo forse per la prima volta in vita sua il coraggio per dirgli - ma solo per iscritto - quello che pensava veramente di lui e della sua mentalità contorta: "Si risolva ella dunque a quello che ella crede che sia il meglio per la sua sanità, pace e quiete. Le dico bene che per voler trovar questa pace e questa quiete (e abbia la pazienza se glielo scrivo qui perché non ho cuore da dirglielo a bocca, mentre sempre la veggo tanto conturbata) bisogna che V. S. mettendo in opera la sua prudenza, si levi di capo quell'ipocondria così fissa di darsi sempre ad intendere che ognuno la strapazzi e la schernisca, come se ogni uomo di questo mondo non avesse altro pensiero che di pensare a lei, e di burlare e di strapazzar lei, la quale non dà fastidio a nessuno, e non fa e non ha mai fatto male a nessuno. Faccia, per l'amor di Dio, riflessione a questo che io gli dico; e se ella vorrà usar la sua prudenza, conoscerà ch'io di
co il vero, e troverà la sua pace e la sua quiete in tutti quei luoghi ne' quali le piacerà abitare".
Gregorio Redi lasciò Firenze il 4 maggio 1672. Il fatto venne annotato con notevole enfasi nel Libro di Ricordi del figlio, dal momento che, rimanendo "solo" a Firenze, egli sapeva di trovarsi di fronte ad una svolta cruciale della propria vita. "Ricordo come questo giorno sud. quattro di maggio 1672 Gregorio Redi mio padre si partì di Firenze per tornare ad abitare in Arezzo: onde rimasi solo in Firenze, giacché il Sig. Diego mio fratello dee trattenersi in Arezzo per la sua carica della Provveditoria della Fortezza, ed il simile il Sig. Gio. Battista mio fratello per essere egli Soprintendente de' fiumi e strade della città di Arezzo. Onde, essendo rimaso qui in Firenze solo, da qui avanti scriverò più puntualmente in questo libro molti de' miei interessi e della casa".
La morte della madre e il trasferimento del padre avevano reciso i due legami fondamentali che segnano, nel bene e nel male, l'esistenza di ogni uomo. Francesco non avrebbe mai più rivisto il padre, dato che, quando ritornò ad Arezzo per l'ultima volta, tra la fine del 1675 e l'inizio del 1676, Gregorio era già morto da alcuni mesi. Nella corrispondenza con il fratello Giambattista compaiono solo brevi, fugaci saluti. Lo stesso vale per il proprio diario personale, dove si continua di tanto in tanto a parlare del padre, ma solo per annotare un pagamento, l'acquisto di qualche medicina, l'invio di "quattro" fiaschi di vino, di "cinquanta cantucci" ed un po' di cioccolata.
Sappiamo abbastanza poco di quello che Gregorio fece, una volta ritiratosi ad Arezzo. Nel bimestre settembre-ottobre del 1672 venne nominato Gonfaloniere di giustizia della città: primo esponente della casata a ricoprire questa carica di prestigio, che segnava, di fatto, la consacrazione della famiglia come appartenente al primo grado di nobiltà. Anche Francesco, da Firenze, se ne mostrò giustamente orgoglioso: "Ricordo come il Sig. Giovanni Battista, mio fratello, mi scrive d'Arezzo qualmente il Sig. Gregorio Redi, mio padre, fu eletto Gonfaloniere d'Arezzo, per risedere il presente mese di settembre ed il futuro d'ottobre. È stata questa la prima volta che abbia riseduto, perché egli è stato sempre lontano dalla patria, nella quale ora è tornato ad abitare per riposarsi nella sua vecchiaia".
L'ultima lettera di Francesco al padre è del 1° giugno 1673. Gli trasmetteva la richiesta di Cosimo III di far dire ai frati del convento dei Cappuccini di Arezzo una "particolare orazione" per lui. Il 1° giugno 1675 Francesco chiese al Granduca, a nome del padre Gregorio e degli altri fratelli Giambattista e Diego, l'istituzione di una Commenda dell'Ordine di S. Stefano, con una dote in beni terrieri di dieci mila scudi e il titolo di Balì di Arezzo, che venne assegnato per primo a Giambattista. Praticamente nello stesso periodo Gregorio poneva termine ai propri giorni. Il 14 luglio, una lettera di Francesco a Giambattista lo dava per scomparso già da qualche tempo. Ma nel proprio diario personale lo scienziato non ritenne di dover annotare questo evento, così decisivo nella vita di ognuno: forse perché non comportava, sul momento, nessuna conseguenza economica.

Libro d'oro della nobiltà aretina