L'attacco a Kircher indietro stampa ricerca

Redi intensificò il proprio attacco alla inaffidabilità sperimentale della scienza gesuitica nelle Esperienze intorno a diverse cose naturali, e particolarmente a quelle che ci son portate dall'Indie, pubblicate nel 1671 . Lo scritto era dedicato, con spirito beffardo anche se formalmente rispettoso, allo stesso padre Athanasius Kircher che era stato ripetutamente criticato per la sua difesa della generazione spontanea nelle Esperienze intorno alla generazione degl'insetti del 1668 . Venne anche tradotto in latino e pubblicato ad Amsterdam nel 1675.
Redi prendeva di mira la moda per l'esotismo tipica della cultura barocca, che indulgeva ad attribuire straordinari poteri terapeutici ai più bizzarri reperti vegetali ed animali che i viaggiatori extra-europei (compresi i missionari) riversavano sul mercato delle meraviglie occidentale. A fare le spese della accurata disanima sperimentale dell'Archiatra granducale erano soprattutto alcune decantate pietre prelevate dalla testa di certi serpenti indiani, denominate in portoghese "cobras de cabelo", a cui venivano attribuiti eccezionali poteri anti-venefici. Sotto "il cielo di Toscana", invece, queste "magiche fatture" si erano rivelate "vane ed inutili", ed erano state giustamente rifiutate "dagli uomini savi", al pari di tanti altri presunti rimedi farmacologici del tempo nei confronti dei quali Redi si mostrò sempre diffidente.
Tutto era nato da alcune "lettere" inviate da Kircher a Redi, nelle quali veniva informato di "due salutifere esperienze fatte in Roma", una su un cane e l'altra su un uomo, utilizzando "quella pietra, che nata nella testa d'un certo velenosissimo serpente Indiano, dicono che sia somma, possente ed infallibile medicina alle morsure di tutti quanti gli animali velenosi". Redi ringraziava della cortesia, ma per puntualizzare subito che già da "alcuni anni" anche lui aveva fatto, per semplice passatempo, "molti esperimenti" su questi ritrovati, ottenendo però risultati del tutto opposti. Le verifiche erano state fatte a Pisa nel 1662, quando erano arrivati a Corte "tre padri del venerabile ordine di San Francesco volgarmente detti Zoccolanti", che avevano riportato dall'India "molte curiosità", tra le quali, appunto, alcune pietre di serpente. I padri si erano offerti di fare alcune dimostrazioni pubbliche del loro potere curativo. Non essendo disponibili, stante la stagione invernale, delle vipere, si apprestarono altri tipi di veleno, e al giorno fissato "si radunarono molti de' più savi e dei più accreditati filosofi e medici dello Studio di Pisa, desiderosi di vedere per opra ciò che quei padri con parole davano ad intendere". Fu presa come cavia un galletto, al quale fu ferita la coscia con un filo di refe bagnato nell'olio di tabacco; poi sulla ferita venne messa la pietra miracolosa, ma il povero galletto morì, lasciando i padri "pieni di maraviglia". Su un altro galletto le cose sembrarono andare meglio, dato che sopravvisse a tutte le prove, con "grande allegrezza e piacere" dei "fautori delle pietre". Ma si trattava di un'anomalia, perché di due capponi feriti allo stesso modo, e curato solo uno con la pietra, fu proprio questo il primo a morire.
Una volta ritornato a Firenze, Redi aveva fatto altri esperimenti, anche con il veleno di vipera e di scorpione, ottenendo sempre lo stesso risultato. Avevano assistito alle prove molti gentiluomini, ed anche alcuni gesuiti fiorentini, di cui egli si premurava di dettagliare l'elenco a beneficio del confratello tedesco: "Altre molte e simili prove ho fatte vedere in altri tempi a moltissimi valentuomini, tra' quali potrei nominarvi alcuni padri della vostra venerabilissima Compagnia di Gesù, ed in particolare il P. Antonio Veira famosissimo predicator portughese, il padre Adamo Adamando, celebre professore di matematica, il padre Erasmo Scales, ed il padre Anton Michele Vinci Lettori di teologia e di filosofia nel vostro Collegio fiorentino, e finalmente il Signor Matteo Campani, virtuoso e molto ben conosciuto da tutti i letterati del mondo per le sue nobilissime ed utilissime invenzioni".
Nonostante le sue esperienze in contrario, Redi dimostrava di non voler negare validità alle due riportate da Kicher. Si limitava, per compiacienza, ad attribuirne il risultato a cause diverse dalla virtù delle pietre: per esempio, la resistenza delle cavie, la debolezza del veleno, "uno scherzo del caso", oppure alcune "fallaci apparenze", se non addirittura (ma non era il caso di Kircher) truffe ed inganni da parte di abili mistificatori in cerca di facili guadagni. Ma a parte questo, c'era anche un altro dato che rendeva problematica la ripetibilità di tutte le esperienze: il fatto cioé che bisognava stare attenti a tutti i particolari, in mancanza di uno dei quali, anche minimo, i risultati non quadravano più, anche se era la stessa persona a rifare le prove. Nelle stesse esperienze con le vipere si verificavano infatti variazioni inspiegabili ("stravaganze grandissime" le definiva Redi), di cui occorreva tener conto nel valutare i risultati: tipo di morso, forza dell'animale e della cavia, ecc.
La stessa situazione si verificava anche nel caso della "virtù dolorifica" della torpedine: un argomento che dava l'occasione a Redi di dilungarsi in una delle tante "digressioni" del saggio, particolarmente utili per stemperare la polemica con Kircher. Sullo stesso tema Redi sarebbe ritornato anche negli anni successivi, sia realizzando alcune anatomie di torpedini insieme a Stefano Lorenzini, sia collaborando direttamente alla stesura del trattato che il proprio allievo avrebbe pubblicato nel 1678.
Avviandosi alla conclusione, Redi invitava Kircher a rifare "di nuovo" le esperienze su altre cavie morse dalle vipere per verificare con molte altre "prove accuratamente fatte" l'efficacia delle proprie 'pietre di serpente'. Pur dichiarando di essere disposto a ricredersi, in caso di riuscita delle nuove verifiche, egli non mancava tuttavia di esprimere la propria ferma convinzione che esse fossero "tutte adulterate e fattizie", cioé "fatte a mano" e vendute dai ciarlatani nei mercati delle città indiane.
Stando così le cose, Redi confessava, abbandonando per un momento i panni del naturalista e vestendo quelli del medico, di essere "sempre più stordito" a sentire le "tante menzogne" che "giornalmente" venivano dette e scritte a proposito di "que' medicamenti" che venivano portati "dalle terre d'oltre mare, e dagli altri più lontani e men conosciuti paesi nelle nostre contrade". Rimedi di cui venivano esaltate le proprietà terapeutiche come se si trattasse di "nuove cose, inaudite, e quasi miracolose", e che quindi avevano all'epoca grande fortuna, ma solo perché il volgo "ama[va] grandemente d'essere ingannato", e riponeva tutte le sue speranze di guarigione "nelle cose pellegrine e difficili ad ottenersi".
A parte la "maravigliosa scorza" dell'albero della china - della cui virtù terapeutica antifebbrile l'Europa portava "grandissimo obbligo" proprio ai padri gesuiti che, con "tanta loro gloria", l'avevano portata per primi in Europa -, quasi tutti gli altri mirabolanti rimedi d'oltremare non avevano nessuna efficacia pratica. Certo, nessuno come Redi era consapevole del fatto che "una grande, generale incertezza" gravava sulla medicina e sulle sue terapie. Ma se, dopo "molte prove e riprove, fatte con diligenza e rifatte", i farmaci non dimostravano alcuna efficacia, era giusto e necessario bandirli dai ricettari dei medici e dagli scaffali delle "spezierie". Di questi ritrovati favolosi Redi forniva un elenco dettagliato: la polvere del guscio di armadillo; le ossa di un presunto "pesce donna"; i denti e le ossa di ippopotamo; la 'pietra' dello stomaco dell'iguana; certe 'pietre' presenti nel ventre dei serpenti africani; le 'pietre' dello stomaco dei caimani; altri medicamenti ricavati da un imprecisato ucce
llo del Brasile e dal "porco di fiume" che si trovavano nel Serraglio Granducale; i peli della coda dell'elefante; le 'pietre' del ventriglio di certi corvi del Malabar; le unghie di alcuni grossi ragni dell'America; il corno e il sangue di rinoceronte; le corna dei cervi. Tra i rimedi di origine vegetale venivano smentite le presunte virtù teraupetiche del "pepe del Ciapa", del "finocchio della Cina" e di svariati altri tipi di radici provenienti dall'Asia e dall'America.
Di fronte a questo campionario di ricette tanto favolose quanto irrimediabilmente inefficaci, Redi non temeva di passare per un conservatore. Certo, molti autori "zelanti", ma "forse troppo creduli", avrebbero potuto criticarlo per la sua "poco politica sincerità", che certamente gli avrebbe suscitato l'ostilità di medici, mercanti e speziali. Ma per l'Archiatra granducale era più importante rimanere fedele a quell'ideale metodologico che lo aveva portato, fin dall'inizio della propria carriera, ad incamminarsi "per la via d'un'esperienza libera e non appassionata".
Pur rivendicando allo scienziato formatosi nello spirito galileiano il compito di denunciare ogni cedimento della ragione alle tentazioni di carattere magico-occultistico, Redi preferiva giocare la sua schermaglia con il padre Kircher sul filo di una sottile ironia. Questo atteggiamento gli consentiva di evitare la rottura frontale con i responsabili politici della Compagnia di Gesù, nelle cui fila annoverava del resto molti amici ed estimatori. Ma l'ostentazione di modestia e di rispetto per l'autorevole interlocutore non impedì a Kircher, se prestiamo fede alla testimonianza di Cestoni, di lamentarsi del comportamento di Redi con queste testuali parole che, come avrebbe dimostrato la successiva controversia con Buonanni, non promettevano certo nulla di buono: "ad un vecchio par mio trattar così?"
Di fronte alla possibilità, palesemente minacciata, di una virulenta replica da parte di Kircher, Redi si apprestò alla difensiva preoccupandosi di far sapere a chi di dovere, tramite un gesuita amico come Antonio Baldigiani, quale sarebbe stata la sua contromossa: "Se il padre Atanasio tratterà meco con quella civiltà, e con quella onorevolezza, con la quale io ho trattato seco, risponda egli pure quanto sa, e quanto può, che io per me non me ne chiamerò offeso, anzi avrò caro carissimo che egli scuopra nuove verità a me incognite. Se poi il Padre Chircher vorrà uscire de' termini della civiltà e dell'onorevolezza, e se i farà rispondere da qualche giovinastro come il Petriccioli, per contrassegno di volermi strapazzare; in questo caso dico sinceramente, e con franchezza a V. Rev. che uscirà fuora subito un Libro col seguente titolo: Chiose di Maestro Stoppino dal Canto de' Bischeri sopra il Mondo sotterraneo del padre Atanasio Chircher, con le giunte di Maestro Niccodemo dalla Pietra al Migliajo. Queste chi
ose non saranno stampate in Amsterdam, come i libri del padre Atanasio, ma saranno stampate in una città cattolica, e della Toscana; perché se fossero stampate altrove, sarebbon facilmente storpiati quei proverbi, frottole, strambotti, e riboboli, de' quali si son serviti Maestro Stoppino, e Maestro Niccodemo. Chi poi si sentirà scottare, tirerà le gambe a sé. Ma io per me credo che in fine abbia ad esser detto, come già disse il Diavolo a colui che tosava i Porci, gran rombazzo e poca lana".

Abraham Bloemaert, il gesuita Athanasius Kircher in frontespizio, Roma, 1763