La controversia Redi-Buonanni indietro stampa ricerca

Redi aveva un carattere riluttante verso le "gare letterarie, le quali non terminano mai a buon fine", e dichiarava, in una lettera all'amico Diacinto Cestoni del 27 novembre 1685, di preferire senz'altro la pace, "la quale è più facile che sortisca col tacere, che col replicare". Ma, nonostante le buone intenzioni, fu trascinato in una controversia senza fine dai sostenitori della generazione spontanea, che si prolungò ben oltre la sua stessa morte.
Il naturalista aretino era convinto che, nel caso della generazione delle larve delle mosche carnarie, la partita si giocasse tutta sul confronto tra i risultati degli esperimenti con recipienti aperti e quelli con recipienti chiusi, e riteneva giustamente di aver ottenuto, sotto questo aspetto, un risultato assolutamente inoppugnabile. Ma si illudeva se pensava di riuscire a convincere i suoi avversari, i cosiddetti "putredinisti", che erano numerosi, agguerriti e, soprattutto, occupavano posizioni istituzionali di notevole rilievo ed avevano l'appoggio diretto della Chiesa. Essi appartenevano infatti sia al fronte 'laico' della scienza del tempo, come nel caso di Jacopo Sinibaldi, di Giovanni Maria Lancisi e di Antonio Alberghetti, sia al nutrito gruppo degli scienziati gesuiti.
Nella lunga controversia sulla generazione spontanea che aveva preso le mosse nel 1668 con le Esperienze intorno alla generazione degl'insetti , il principale antagonista di Redi si rivelò Filippo Buonanni. Il gesuita romano si rese protagonista di una campagna anti-rediana senza eguali, che si protrasse per tutta la seconda metà del Seicento con un profluvio di memorie e di ponderosi trattati in folio, italiani e latini, che terminò solo nel 1709, quando il naturalista toscano era ormai morto da più di dieci anni.
La prima mossa di Buonanni era stata, nel 1681, la pubblicazione di un trattato di conchiologia in due volumi, intitolato Ricreatione dell'occhio e della mente nell'osservation delle Chiocciole, in cui, oltre a fare sfoggio di un ricco apparato iconografico, tornava a difendere con gran dovizia di argomenti la teoria spontaneista di Aristotele. In particolare lo scienziato gesuita obiettava a Redi che nei propri esperimenti, soprattutto in un esperimento cruciale realizzato con fiori di giacinto pestati e macerati, le larve nascevano anche in recipienti chiusi. Eppure, nel "vaso di vetro chiuso con coperchio di terra" che egli aveva "tenuto per alcune settimane in un armario", non vi era potuta entrare "mosca alcuna", né aveva "del probabile" l'ipotesi che "su le foglie del fiore, quando viveva su la pianta", fosse stato depositato "il seme di tal verme". Ma ascoltiamo Buonanni:
"Stimo che di quest'assertione si burlerà il Signor Rhedi, che nelle sue sperienze intorno agl'insetti constantemente afferma non potersi dare alcuna generazione spontanea, ma che tutte quelle che si vedono in tanta varietà di corpi non animati procedano da paterna semenza portatavi sopra da altri animali, e se queste semenze non vi saranno realmente portate, niente si vedrà mai nascere, né dall'erbe, né dalle carni putrefatte, né in qualsisia altra cosa che in quel tempo attualmente non viva. Ma non so come si opporrebbe alla sperienza da me fatta, allorché pigliati molti fiori detti Giacinti, e alquanto pestati, li posi in un vaso di vetro chiuso con coperchio di terra, aspettandone da quella massa infracidata qualche spontanea generatione, e dopo haverlo tenuto per alcune settimane in un armario, vi trovai generati molti vermi di sostanza trasparente e muccosa, che per vetro sparsi scorrevano in qua e là sempre inquieti, e quanto più erano disseccati, tanto più apparivano spiritosi. Eccone la figura, ingr
andita però da un ordinario microscopio. Hor questi, dopo esser vivuti due giorni, si convertirono in Crisalide, e da essa molti giorni dopo ne uscì una farfalla di color della cenere con quattro ale e sei gambe: sì come da altre cose putrefatte la sperienza mi ha dimostrato nascer sempre una sorte determinata di vermi, e da ciascuna farfalle e moschini di specie uniformi. Certo è che nel vaso non entrò mosca alcuna, e il dire che su le foglie del fiore, quando viveva su la pianta fu depositato il seme di tal verme, non ha del probabile, e sarebbe tenuto a rispondere chi ciò affermasse, perché ogni fiore, e ogni cosa che imputridisce, produca sempre un tal verme determinato e non più tosto molti fra sé diversi, potendovisi ugualmente bene di tutti depositar la semenza".
Buonanni non aveva perso l'occasione anche di criticare la teoria rediana della virtù zoogenetica delle piante che, secondo il naturalista aretino, consentiva loro di produrre direttamente gli insetti delle galle. Il gesuita romano aveva adottato una tattica particolarmente abile che, approfittando anche della diffusione della notizia di una presunta ritrattazione di Redi, consisteva nello sfruttare a proprio vantaggio, cioé a difesa della generatio ex putri, le debolezze e le ambiguità della scelta dell'avversario. L'argomento delle galle veniva introdotto per suffragare l'idea della generazione spontanea di organismi semplici come i balani di mare, che nascono e vivono dentro le rocce. Buonanni istituiva un paragone tra balani e galle, sostenendo che in entrambi i casi bisognava ricorrere all'azione di una "virtù generativa" che prescindeva dalla presenza di uova o semi. Sotto questo aspetto, dunque, non si poteva non essere d'accordo con Redi. Scriveva infatti Buonanni:
"Non è però così facile a provarsi se la virtù generativa (qualunque ella sia) che vi concorre a formarli [i balani] sia dispersa nelle acque, come quella di molti altri Testacei, o pure rinchiusa tutta nel sasso. Che in esso si trovi, non si stenterà a crederlo, se si farà riflessione a quelle tante sorti di galle, di gallozze e di ricci che sono prodotte dalle quercie e da altri alberi da ghianda, impercioché in quelle gallozzole, e particolarmente nelle più grosse che chiamano coronate, vedesi nel centro un uovo, che col crescere della gallozzola, va crescendo anch'egli, e dentro esso cresce un verme, che poi diventa una mosca, la quale rompendo l'uovo, rode la gallozzola e abbandona la prigione in cui nacque. Né questa può dirsi a giuditio del Signor Rhedi generatione a caso, non essendovi ne pur una sola gallozzola che non habbia il suo verme e mosca, la quale mai non varia. Nè tampoco generatione fatta da' semi depositati da gravide mosche; poiché per osservatione diligentissima fatta dal medesimo, tut
te le gallozzole nascono sempre constantemente in una determinata parte de' rami, e quelle che nascono nelle foglie della quercia, nascono tutte su le fibre di esse, nella parte che sta rivolta verso la terra; dove che le gallozzole che si ritrovano nelle foglie del faggio, e negli alberi non ghiandiferi stanno tutte nella parte più liscia; onde convien dire esservi un principio generativo di tali vermi e tali mosche, come anche de' Ballani nel sasso".
Dopo essersi fatto forte dell'autorità sperimentale di Redi per negare il principio dell'universalità della generazione parentale difeso a spada tratta dai moderni, Buonanni respingeva il dispositivo esplicativo escogitato dallo scienziato toscano come una semplice fantasia poetica. E tornava a difendere con Aristotele la filosofia della generazione "a caso". "Non però m'indurrò mai (com'egli par che inclini) a credere delle piante, che oltre la vita vegetativa godano ancor la sensibile, la quale le faccia abili alla generatione degli animali. So ben io che Pittagora, con Empedocle lo credé, ma l'asserir ciò è più tosto un rammentar i favolosi giardini d'Alcina, o le boscaglie inventate dal Berni, e far accader quanto provò colui nella orribil selva, di cui il poeta Toscano. [...] Potrà dunque il sasso contenere una virtù formatrice in quella guisa che l'albero della quercia la contiene della mosca che nella gallozzola si genera, o pure in quel modo che di molti fiori e animali la conterrebbe una massa etero
genea impastata di fango, uova e semi di essi, e dir si dovrebbe imprestata a caso più tosto che propria".
Messo sull'avviso da più parti del subdolo attacco di Buonanni, Redi si era subito procurato una copia della Ricreatione. Il 19 marzo 1682 si rammaricava "scrittura a conto di chiocciole" che faceva "stampare quel Gesuita", ma apparentemente si preoccupava solo di vedere superate molte delle proprie osservazioni. Il 5 maggio aveva avuto dettagli più precisi, se scriveva ad Jacopo Del Lapo: "Sollecitai la sua cortesia a comprarmi costì il libro del padre Filippo Buonanni, perché mi era stato detto in voce da chi lo aveva letto, e di più mi era stato scritto da amici, che questo buon Gesuita mi trattava malissimo in questo suo libro: onde mi si era attaccato il fuoco alle natiche, e mi erano venute di quelle furiette, che in tali congiunture sogliono risvegliarsi agli uomini di onore".
La prima lettura del testo di Buonanni aveva fatto sbollire rapidamente la rabbia del naturalista aretino, che poteva permettersi di guardare con ironia a questo avvio di controversia. "Mi arrivò ier sera il libro con la cortese lettera da V. S. - riprendeva la risposta a Del Lapo -, nella quale trovai materia da far più alto il fuoco attaccatomi, ma poi leggendo il libro in quel luogo, dove di me si parla, le furiette si calmarono, e tutta la collera terminò in un solennissimo scroscio di risa. Oh, Oh, non mi tratta tanto male quanto il popolo crede. Anzi mi tratta meglio degli altri autori, perché in fine a me mi dà del Signore, che non lo dà agli altri. Gnaffe, che vi par poco oh? Oh, io non darei questa orrevolezza, quando anche mi fossero offerti in suo scambio millanta scudi, e più ancora; ma veda V. S. come le cose vengono a tempo! Appunto ieri distesi, e descrissi alcune osservazioni da me fatte molti anni sono intorno alle Chiocciole. Oggi vi farò questa aggiunta: Stimo, che di questa asserzione si
burlerà il padre Buonanni, che nel suo libro costantemente afferma, che le Chiocciole non hanno denti, né fegato ec., ma ec. elle ec. hanno denti, e fegato ec. E questo fegato non solamente lo hanno tutte le chiocciole terrestri, ma ancora tutte le marine, e fluviatili, e lacustri ec.".
Redi non era stato nemmeno troppo impressionato dall'utilizzazione critica della propria teoria delle galle che aveva fatto Buonanni. L'Archiatra granducale commentava infatti ancora con Del Lapo: "Questo buon padre, ancorché con gran gentilezza, mi schernisce a conto di aver io mentovato i favolosi giardini di Alcina, e le boscaglie inventate dal Boiardo, e dal Berni ec. Ma io me lo prendo a scherzo, né voglio vendicarmene in altra maniera, che col non voler credere adesso al padre Buonanni le tali, le tali, le tali, le tali, e le tali cose, che per verissime egli racconta nel suo libro; quindi voglio supplicarlo a fare un'altra volta quella sperienza di que' jacinti pesti, ne' quali nacquero quei vermi, che si trasformarono in farfalle; e se la sperienza gli torna a capello, io voglio credergliela, ma però con patto, che si serri bene il vaso. Invischia bene, diceva Papa Innocenzio al suo vignarolo ec.".
Per il momento Redi decise di non replicare pubblicamente alle frecciate di Buonanni, probabilmente per non allargare troppo il conflitto con i gesuiti, dopo la polemica con Atanasius Kircher di qualche anno prima. Tanto più che il compito di difendere la causa dei galileiani se lo era assunto il canonico bolognese Anton Felice Marsili. Poi però, viste le velleità di Buonanni che aveva subito replicato a Marsili, Redi decise di scendere in campo. E fu così che nel 1684, approfittando della pubblicazione del proprio trattato di parassitologia (testo), tornò ad insistere sul problema, ai suoi occhi assolutamente decisivo, della chiusura ermetica dei recipienti. Con tono cortese nella forma ma sprezzante nel contenuto, il naturalista aretino invitava l'avversario "a ritentar[e] di nuovo" l'esperienza dei fiori di giacinto secondo una corretta procedura speri-mentale, in modo da escludere la possibilità di inquinamenti esterni dei conte-nitori e delle sostanze organiche. In particolare occorreva "serrar bene con
accurata diligenza il vaso" contenente "i fiori de' Giacinti pestati", facendo in modo che il coperchio combaciasse "colla bocca di esso vaso" e che, stuccando "premurosamente tutto quanto il giro delle giunture", "ne meno per immaginazione" vi rimanesse "spiraglio, o fessura veruna".
Redi era sicuro che, grazie a queste "nuove e reiterate esperienze", anche Buonanni si sarebbe convinto della verità delle proprie teorie anti-spontaneiste, anche se, per mettere subito le cose in chiaro, si premurava di rendere noti i risultati di alcune osservazioni su infusioni di diversi vegetali che egli aveva raccolto "in un piccolo diario". L'esperimento principale, correttamente impostato secondo la metodica della doppia verifica in recipienti aperti e recipienti chiusi tenuti nelle stesse condizioni ambientali, aveva dato ancora una volta un risultato inequivocabile. Dopo aver "pestata nel mortaio di marmo con pestello di legno una buona quantità di gia-cinti turchini", egli riferiva di averla divisa "in quattro parti": due parti le aveva riposte "in due alberelli di vetro" lasciati "aperti senza coprirgli con cosa ve-runa"; le altre due parti le aveva distribuite "in due caraffe", e dopo aver "col cotone turata la bocca del loro collo", l'aveva ricoperta "con carta" fermata "con buona legatura di s
pago". "Tutt'a quattro questi vasi" erano stati poi collocati "insieme in una stanza voltata a mezzo giorno sopra una stessa tavola". Il risultato era stato quello previsto: solo e soltanto "dentro le due caraffe serrate" Redi non aveva "mai veduto nascere alcun verme, né alcuna farfalla, né altro animaletto volante".
Dopo aver sferrato l'attacco, Redi aveva scelto di mostrarsi conciliante con Buonanni. Nell'ottobre 1684, poco dopo l'uscita delle Osservazioni intorno agli animali viventi che nascono negli animali viventi, ne aveva mandate due copie al suo amico gesuita Antonio Baldigiani, pregandolo di avviare una mediazione con il suo confratello, magari con la trasmissione in omaggio di uno degli esemplari. Ecco quello che gli scriveva: "In questa prima parte è caduta la congiuntura di parlare della opposizione fattami dall'eruditissimo e dottissimo padre Buonanni. Vedrà V. R. che io mi son portato con tutti i termini del più umile e del più riverente e ossequioso rispetto. Sono stato in dubbio se io doveva mandarne un esemplare ad esso padre Buonanni, e tanto più, che come V. R. potrà vedere, ho esagerata la alta stima che io faccio della sua virtù. Ma me ne sono astenuto, e non saprei dir perché. In evento che V. R. lo stimasse bene, io la pregherei a presentargli in mio nome uno de' due esemplari, che a V. R. darà il
Sig. Fossombroni. E se anco V. R. stimasse bene che io gli scrivessi, la supplico cordialmente a darmene un cenno, perché lo farò con ogni cordialità".
Redi si illudeva di riuscire a chiudere in questo modo la questione. Al contrario, tra il 1684 e il 1690 la controversia tra ovisti e putredinisti raggiunse il suo acme. Nel 1684 infatti, oltre alle Osservazioni di Redi, uscì ad Augusta la traduzione latina dell'opuscolo di Marsili, mentre dalla tipografia romana Del Varese Buonanni licenziava l'edizione latina della Ricreatione, destinata a dare respiro internazionale alla sua battaglia a favore della generazione spontanea. Nel 1690, invece, veniva pubblicato l'Apollo bifrons, medicas et amenas dissertationes latino et aetrusco sermone promiscuas exponen di Sinibaldi.
L'anno successivo, obbedendo ad una strategia chiaramente programmata, Buonanni decideva di portare l'attacco decisivo contro Redi. Nel 1691 pubblicò infatti il proprio capolavoro scientifico: un imponente trattato latino che fin dal titolo, Observationes circa viventia, quae in rebus non viventibus reperiuntur, lasciava chiaramente trasparire la sua intenzione polemica nei confronti del naturalista toscano. In primo luogo Buonanni gli obiettava che il fatto che non fossero state trovate larve nei recipienti chiusi non autorizzava a trarre la conclusione che il fenomeno dipendesse senz'altro dalla mancata deposizione di uova da parte degli insetti, dal momento che potevano benissimo essere implicati altri fattori. Le esperienze rediane non erano conclusive perché, impedendo la circolazione dell'aria, venivano neutralizzati gli spiriti vitali contenuti nelle materie putrefatte e nell'ambiente, pregiudicando in questo modo una condizione indispensabile per assicurare la nascita e lo sviluppo della vita. La man
cata nascita delle larve non dipendeva, dunque, dal fatto che gli insetti non avessero potuto deporre le uova dentro i recipienti, ma semplicemente "dal difetto di aria libera".
Nello stesso testo Buonanni apriva un nuovo terreno di controversia con Redi: quello dei protozoi e dei batteri, che erano stati scoperti appena pochi anni prima da Anthoni van Leeuwenhoek. Lo scienziato gesuita affermava infatti di aver rinvenuto in una goccia di acqua putrida microrganismi simili a quelli che, secondo il confratello Kircher, vagavano per l'aria al tempo della peste. E, contrariamente a quello che aveva sostenuto Leeuwenhoek, egli pretendeva che questi "animalculi" si riproducessero per generazione spontanea: cioé, "senza seme deposto in precedenza da esseri viventi simili". Ormai, da questo momento in poi, e per tutto il Settecento e l'Ottocento, sarebbe stato questa - la dimensione dell'infinitamente piccolo - la nuova frontiera della controversia sulla generazione spontanea.
A Redi Buonanni controbatteva, sul piano strettamente sperimentale, di aver ripetuto molte volte, "in mesi ed anni diversi", l'esperimento dei fiori di giacinto pestati di cui aveva parlato la prima volta nella Ricreatione, e di aver sempre ritrovato nei propri recipienti "parecchi vermi della stessa specie". Eppure non si poteva pensare che i vermi provenissero da uova già presenti sui fiori prima di iniziare l'esperienza o deposte dagli insetti dopo, perché - assicurava il gesuita romano - erano state prese tutte le precauzioni per evitare contaminazioni biologiche interne od esterne che fossero.
La prima possi-bilità era esclusa, perché se si voleva sostenere che il "seme fosse stato lasciato dalle mosche sopra i giovani fiori", non solo si faceva una petizione di principio ma si andava contro l'evidenza oculare che mostrava l'assenza di queste uova sulle sostanze poste a macerare. Inoltre sarebbe stato comunque necessario spiegare, nell'ipotesi di una disseminazione di uova da parte di insetti, come mai "in ogni genere di fiori, anzi in ogni materia putrescente, si producono sempre vermi della stessa specie e non diversi, quando i semi di tutti i vermi avrebbero potuto altrettanto bene essere disseminati ovunque dalle mosche". Anche la seconda possibilità, cioè che "il seme sia deposto sui fiori putrescenti", non sussisteva perché sarebbe stato facile per Buonanni "osservare se le mosche fossero pentrate dentro quel vasetto": questo però era escluso, dal momento che - confessava candidamente - il vaso con i fiori di giacinto "stava conservato in un armadio ben chiuso".
Questi sistemi di protezione del materiale sperimentale, che Redi giudicava inaffidabili, erano per il naturalista gesuita ampiamente sufficienti (e proprio per questo egli non aveva ottemperato al famoso invito rediano di rifare le esperienze con i recipienti sigillati), dal momento che, per lui, la condizione che occorreva assolutamente salvaguardare era un'altra: quella di assicurare un "libero accesso all'aria" dentro i recipienti.
Quando nel 1692 Redi entrò in possesso del volume delle Observationes di Buonanni, espresse subito giudizi denigratori. Il 15 luglio scriveva a Cestoni: "Io l'ho avuto, ma per ancora non lo ho potuto leggere per le mie fastidiosissime arcifastidiosissime occupazioni. [...] Io ne ho però letto degli stracci in qua ed in là secondo gli scampoli del mio tempo. Non mi son però ancora imbattuto al luogo dove egli parla dell'Alga marina. Ma in questi stracci che ho letto, ho potuto vedere che questo buon padre crede grandi cose, e grandi bene". Il 16 settembre dello stesso anno Redi ne parlava ironicamente con il medico ferrarese Giuseppe Lanzoni: "Mi rallegro seco, che ella ora si ristori con la lettura del libro del padre Buonanni. Cappita! In questo libro vi sono cose grandissime, arcigrandissime, e più che arcigrandissime".
Questa volta però lo stanco e malato Archiatra granducale decise di non rispondere pubblicamente ai ripetuti attacchi di "questi benedetti filosofi difensori della putredine", e si chiuse in uno sdegnoso silenzio. Comunicò a Lanzoni la propria scelta di non voler più parlarne né scrivere "cosa alcuna", ma di preferire che i suoi avversari fossero liberi di pensarla "a modo loro". Anzi, era rimasto talmente "maravigliato e sospeso" dalla reazione di Buonanni, che non solo aveva stabilito "di tacere" lui, ma aveva dato "ordine a suoi scolari e dependenti" che "mai più nominassero né in bene né in male il padre Buonanni", come riferiva Cestoni ad Antonio Vallisneri. Nella stessa occasione Cestoni rivelava che Redi si era amaramente pentito di essere sceso in lizza con i gesuiti. "E però lui non ebbe mai gara con alcuno - scriveva -, né mai si piccò, solo si vede che a P. Chircher e Buonanni disse qualcosa, ma se ne pentì, e me lo disse".
Mentre Redi ed i rediani sceglievano la via del silenzio, la controffensiva dei sostenitori della generazione spontanea era ripresa nel 1696, quando intervenne un altro personaggio che, come Sinibaldi, ha lasciato poche tracce negli annali della storia della scienza: Antonio Alberghetti. Contro di lui intervenne lo stesso Vallisneri, che non aveva affatto condiviso una strategia, come quella rediana, che poteva anche apparire agli occhi della comunità scientifica come una resa dei moderni di fronte agli argomenti dei tradizionalisti.
Buonanni non si lasciò affatto intimidire dal nuovo campione della causa dell'ovismo che si era presentato sulla scena, ma continuò imperterrito a sostenere le proprie posizioni. Lo dimostra chiaramente il fatto che nel 1709, quando ormai Malpighi e Redi erano morti da più di dieci anni, ripubblicò, all'interno del Musaeum Kircherianum, la versione latina della Ricreatione del 1684 e la Micrographia curiosa compresa nelle Observationes del 1691.
Si trattava però, a questo punto, di una battaglia di retroguardia che aristotelici e gesuiti avevano definitivamente perso: alle soglie del nuovo secolo, ormai, non c'era più nessuno in Europa, a parte Buonanni ed Alberghetti, che fosse disposto a giocarsi pubblicamente la reputazione per mettere in discussione il fatto che Redi avesse confutato in modo definitivo la generazione spontanea dei Metazoi. Del resto, si era ormai aperto un nuovo fronte nel mondo dell'infinitamente piccolo, grazie alla scoperta dei protozoi e dei batteri, che aveva inopinatamente offerto nuove argomentazioni a chi non si sentiva di escludere che questi "animalculi" si riproducessero spontaneamente. Di fronte a questi singolari "animalculi" lo stesso Redi si era trovato imbarazzato. In questo caso infatti le spiegazioni anti-spontaneiste non potevano essere suffragate dall'evidenza garantita dagli esperimenti sugli insetti, dato che l'intero processo riproduttivo dei microrganismi sfuggiva al grado di risoluzione ottica dei micros
copi disponibili all'epoca. Questo spiega perché la controversia riprese con immutata virulenza polemica nella prima metà del Settecento, quando intervennero John Turberville Needham, Georges Buffon e Lazzaro Spallanzani, e poi nell'Ottocento quando, replicando alla sfida di Felix-Archimède Pouchet, Louis Pasteur giunse alla definitiva dimostrazione che anche nel mondo dell'infinitamente piccolo vigeva la legge compendiata dal motto omne vivum e vivo.

Buonanni, Microscopi ad occhialino semplice Giuseppe Campani, Il microscopio complesso costruito nella seconda metà del Seicento Micrographia curiosa, Antiporta Robert Hooke, Frontespizio del primo trattato di Microgaphia pubblicato al mondo