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La generazione spontanea degli insetti, dei molluschi, di piccoli vertebrati come rane e topi e perfino, in alcuni casi, dell'uomo, era stata accettata come un fatto indiscusso fino al Seicento. All'epoca di Redi costituiva una sorta di communis opinio condivisa da tutti, sia a livello di visione popolare del mondo sia a livello di cultura dotta.
Proposta da Empedocle, Aristotele ed Ipppocrate, accettata da Democrito, la teoria ella generazione spontanea era stata ripresa da Galeno e da Lucrezio, prima di essere trasmessa al mondo moderno da Alberto Magno e Tommaso d'Aquino. A favore della cosiddetta generatio aequivoca si era realizzata quella formidabile alleanza tra filosofia aristotelica e tradizione cristiana che si era opposta a Galileo e alla concezione copernicana del mondo, e che aveva sconfitto, almeno in Italia, l'intero fronte dei moderni.
Per la sua capacità di essere funzionale all'interno dei più diversi sistemi di pensiero e di superare perfino la contrapposizione tra vitalismo e meccanicismo, l'idea della generazione spontanea poteva essere difesa con la stessa, inesorabile, convinzione da autori di orientamenti molto diversi: da aristotelici ortodossi di matrice gesuitica come Athanasius Kircher, Honoré Fabri, Francesco Lana Terzi e Filippo Buonanni, e da aristotelici laici di tendenze eterodosse come Pietro Pomponazzi, Fortunio Liceti e Giulio Cesare Vanini; da figure sfuggenti di "novatores" come Girolamo Cardano, Giambattista Della Porta, Marco Aurelio Severino e Paracelso, ma anche da "philosophi novi" come Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Francis Bacon, René Descartes e Pierre Gassendi; da naturalisti con ascendenze aristoteliche, anche se ormai proiettati verso la botanica e la zoologia moderne, come Andrea Cesalpino, Guillaume Rondelet, Ulisse Aldrovandi, Pier Andrea Mattioli e Thomas Moufet, e da paracelsiani come Daniel Senne
rt e Jan Baptiste van Helmont; da corpuscolaristi di matrice aristotelica come Kenelm Digby e da atomisti intransigenti come Nathaniel Highmore; ed infine da protagonisti più o meno famosi della stessa rivoluzione scientifica come Francesco Folli, Galileo, William Harvey e Robert Boyle. Le divergenze riguardavano semmai la spiegazione del fenomeno. La generazione spontanea poteva infatti essere interpretata sia come effetto di forze vitali, in linea con la tradizione ilozoistica aristotelica, sia come effetto di processi fisico-meccanici, secondo le indicazioni della filosofia atomistica antica reinterpretata nel Seicento da Gassendi e Descartes.
Il tema della generazione spontanea era stato sempre all'ordine del giorno nel corso del Seicento, ed era stato ripetutamente affrontato in alcuni libri di autorevoli filosofi, teologi e naturalisti: Liceti aveva pubblicato nel 1618 il De spontaneo viventium ortu; Kircher aveva dato alle stampe nel 1665 il ponderoso Mundus subterraneus; di Gassendi era uscito nel 1658 il Syntagma philosophicum, che contemplava anche un libro intitolato De generatione animalium; Fabri aveva pubblicato nel 1666 i Tractatus duo: quorum prior est de plantis et de generatione animalium, posterior de homine.
Nella controversia sulla generazione spontanea si intrecciavano due aspetti del problema dell'origine della vita che solo nell'Ottocento vennero distinti e connotati con specifiche definizioni: l'abiogenesi e l'eterogenesi. Cioè il problema dell'origine prima della vita dalla materia inorganica, e quello della generazione di nuovi organismi viventi da sostanze organiche morte e putrefatte.
Per Aristotele e per tutti pensatori cristiani il problema dell'abiogenesi non poteva rientrare nell'ambito delle questioni scientifiche: per il primo la vita era infatti eterna come il mondo, e per gli altri era stata creata da Dio, direttamente all'atto della creazione o indirettamente, tramite forze naturali dotate fin dall'inizio di speciali poteri vitali. L'eterogenesi, da parte sua, era un fatto assolutamente normale e diffuso, che si svolgeva ogni momento sotto gli occhi di chiunque si trovasse ad osservare sostanze organiche in putrefazione. Per i materialisti ed i seguaci della tradizione democriteo-lucreziana, al contrario, rientravano nelle possibilità della natura tanto l'origine quanto la generazione della vita: solo che l'abiogenesi, dopo aver portato all'esistenza anche le specie superiori che poi avevano continuato a riprodursi per via sessuale, non era più compatibile con le condizioni fisiche del mondo attuale.
Nella cultura del Seicento il dibattito sulla generazione spontanea presentò, com'era già avvenuto per la questione copernicana, una contrapposizione frontale tra aristotelici e "novatores", tra galileiani e gesuiti. Sotto questo aspetto, le Esperienze intorno alla generazione degl'insetti , di Redi possono essere considerate una sorta di Sidereus Nuncius delle scienze biologiche. Con l'affermazione del principio dell'universalità della generazione parentale, la Lettera indirizzata nel 1668 a Carlo Dati ha infatti segnato una pietra miliare nella storia della scienza e della biologia moderna. Un vero capolavoro della letteratura scientifica di tutti i tempi che, a partire dal Seicento, ha conosciuto anche una eccezionale fortuna editoriale: un successo che solo raramente hanno avuto le opere di altri protagonisti della scienza occidentale.
Il confronto tra i sostenitori della generatio ex semine ed i sostenitori della generatio aequivoca, destinato a protrarsi con toni molto aspri per tutta la seconda metà del Seicento per riprendere poi nel corso del Settecento e dell'Ottocento, investì tre specifici campi sperimentali: le rane che comparivano nelle vie e nei campi dopo un temporale, le larve delle mosche che nascevano nelle carni putrefatte, gli insetti delle galle delle piante. In tutti e tre i casi Redi svolse un ruolo da protagonista indiscusso.
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